La fine del vecchio ordine. Europa, sicurezza collettiva e responsabilità strategica nel sistema post-liberale

Di Cristina Di Silvio e Katiuscia Vella 

WASHINGTON D.,C.  Il vecchio ordine internazionale non è semplicemente entrato in una fase di crisi: ha esaurito le condizioni che ne rendevano possibile il funzionamento. Non si tratta di una discontinuità temporanea, ma di una trasformazione strutturale del sistema di sicurezza globale.

L’ex presidente del Coniglio dei ministri Mario Draghi

Quando Mario Draghi afferma che quell’ordine è giunto al termine, non formula una valutazione economica, ma una diagnosi strategica: il quadro di riferimento entro cui l’Europa ha operato per decenni non è più valido.

L’ordine costruito nel secondo dopoguerra e consolidato dopo il 1991 si fondava su tre presupposti oggi superati: una supremazia militare statunitense sostanzialmente incontestata, un ambiente internazionale caratterizzato da cooperazione tra grandi potenze, e una separazione funzionale tra economia e sicurezza.

Su queste basi, l’Europa ha potuto sviluppare un modello di integrazione che privilegiava il diritto, il mercato e la regolazione, riducendo progressivamente l’investimento politico e materiale nel potere militare.

Quel modello ha prodotto stabilità e crescita, ma presupponeva un contesto strategico favorevole che non esiste più. La globalizzazione ha aumentato l’efficienza economica, ma ha ridotto la profondità strategica.

Catene del valore estese, dipendenza energetica, concentrazione tecnologica e fragilità logistiche hanno trasformato l’interdipendenza in un potenziale strumento di coercizione. In questo processo, l’Europa non ha perso capacità complessive, ma ha progressivamente perso controllo su asset critici. In un sistema competitivo, la perdita di controllo equivale a vulnerabilità. La guerra in Ucraina ha rappresentato un punto di non ritorno.

Il conflitto ad alta intensità è tornato sul continente europeo, riportando al centro elementi che per anni erano stati considerati residuali: massa, attrito industriale, superiorità aerea, disponibilità di munizionamento, difesa missilistica, resilienza delle infrastrutture e delle retrovie.

Non si tratta di una parentesi eccezionale, ma di un’evoluzione strutturale dell’ambiente di sicurezza. Parallelamente, il dominio della sicurezza si è ampliato.

Cyber, spazio, infrastrutture critiche, supply chain, dati e intelligenza artificiale sono diventati ambiti di competizione permanente.

La cybersecurity è fondamentale per aziende e cittadini

La distinzione tra pace e guerra è stata progressivamente sostituita da una competizione continua sotto la soglia del conflitto armato, in cui pressione, dissuasione e coercizione operano in modo integrato. Gli Stati Uniti hanno già adeguato la propria postura strategica. La loro strategia di sicurezza nazionale è oggi esplicitamente orientata alla competizione tra grandi potenze.

Politica industriale, controllo tecnologico, protezione delle filiere critiche e rafforzamento selettivo delle capacità militari fanno parte di un’unica architettura.

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte

L’Alleanza Atlantica resta centrale, ma non sostituisce più la responsabilità strategica degli alleati. La Cina, nel frattempo, continua a sviluppare una capacità sistemica fondata sull’integrazione civile-militare, sulla pianificazione di lungo periodo e sull’espansione nei domini convenzionali ed emergenti. La competizione con l’Occidente non è limitata alla sfera commerciale, ma riguarda modelli di potere, capacità di controllo e proiezione strategica. L’Europa, in questo quadro, è un attore rilevante ma esposto: mercato, spazio normativo e nodo logistico di valore strategico. È in questo contesto che emergono con chiarezza le vulnerabilità europee.

L’Unione dispone di risorse economiche e tecnologiche significative, ma soffre di frammentazione decisionale, duplicazione delle capacità, limitata integrazione industriale e assenza di una pianificazione strategica realmente unificata. La deterrenza europea rimane in larga misura derivata, affidata a garanzie esterne che, pur solide, non possono più essere considerate automatiche né sufficienti in ogni scenario.

La sede dell’Unione Europea a Bruxelles

L’autonomia strategica non va intesa come alternativa alle alleanze esistenti, ma come loro presupposto di credibilità. Significa capacità di pianificare, produrre e sostenere nel tempo le proprie capacità militari; significa protezione delle infrastrutture critiche e delle linee di comunicazione; significa resilienza industriale e tecnologica in condizioni di pressione prolungata. Senza queste capacità, il peso politico europeo resta sproporzionato rispetto alla sua esposizione strategica.

I segnali di adattamento emersi negli ultimi anni, incremento delle spese per la difesa, cooperazione industriale, iniziative comuni in ambito UE e NATO, indicano una crescente consapevolezza, ma non hanno ancora prodotto un salto di scala adeguato. Il ritmo delle decisioni resta più lento della trasformazione dell’ambiente di sicurezza.

Il sistema internazionale che sta emergendo non premierà l’equilibrio formale, ma la resilienza sostanziale; non la neutralità, ma la capacità di sostenere costi e imporli; non la dichiarazione di principi, ma la massa critica. In questo quadro, la sicurezza non è più una variabile derivata della prosperità, ma la sua condizione necessaria.È a questo punto che la fine del vecchio ordine assume una dimensione specificamente europea. Per decenni, l’Europa ha potuto operare come spazio normativo all’interno di un sistema di sicurezza garantito prevalentemente da altri.

Oggi, quella separazione non è più sostenibile. In un ambiente definito dalla competizione sistemica, l’assenza di capacità autonome non equivale a neutralità, ma a esposizione strutturale. La difesa europea non è più una questione di cooperazione incrementale tra Stati membri, né di semplice rafforzamento delle capacità nazionali. È una questione di architettura del potere.

Senza una deterrenza credibile, senza un’integrazione reale delle basi industriali e senza una pianificazione strategica comune, l’Unione resta vulnerabile alla coercizione, indipendentemente dalla solidità del suo mercato interno. L’asimmetria tra peso economico e capacità militare produce, nel tempo, una perdita di influenza e autonomia decisionale. In un sistema fondato sulla competizione permanente, la mancanza di massa critica, continuità produttiva e comando integrato non rappresenta una posizione prudente, ma una debolezza strutturale. La difesa europea non è più un complemento dell’alleanza atlantica: è la condizione necessaria perché tale alleanza resti equilibrata, credibile e sostenibile nel lungo periodo. La scelta davanti all’Europa è ormai esplicita. Continuare a operare come spazio regolatorio in un ambiente dominato dalla forza significa accettare una progressiva marginalizzazione strategica.

Dotarsi degli strumenti politici, industriali e militari adeguati significa invece riconoscere che la sicurezza non è un costo accessorio, ma il fondamento stesso della sovranità collettiva. In un sistema post-liberale, l’ambiguità non è più un’opzione.

L’Europa deve trasformare il proprio potenziale in capacità strategica, oppure accettare di restare un terreno di competizione per decisioni prese altrove.

ENGLISH VERSION

The End of the Old Order. Europe, Collective Security and Strategic Responsibility in the Post-Liberal System
By Cristina Di Silvio e Katiuscia Vella 

WASHINGTON D.C. The old international order is not merely experiencing a phase of crisis; it has exhausted the conditions that made it viable. This is not a temporary disruption, but a structural transformation of the global security system.

Mario Draghi

When Mario Draghi states that the old order has come to an end, he is not offering an economic judgment, but a strategic diagnosis: the framework within which Europe has operated for decades is no longer fit for purpose.

The order established after 1945 and consolidated after 1991 rested on three assumptions that no longer hold: largely uncontested U.S. military supremacy, an international environment characterised by great-power cooperation, and a functional separation between economics and security. On this basis, Europe developed a model of integration that prioritised law, markets and regulation, while progressively reducing political and material investment in military power. That model delivered stability and growth, but it depended on a favourable strategic environment that no longer exists. Globalisation increased economic efficiency but eroded strategic depth. Extended value chains, energy dependence, technological concentration and logistical fragility transformed interdependence into a potential instrument of coercion. Europe did not lose aggregate capabilities; it gradually lost control over critical assets. In a competitive system, loss of control translates directly into vulnerability.

The war in Ukraine marked a point of no return. High-intensity conflict has returned to the European continent, restoring the centrality of factors long considered secondary: mass, industrial attrition, air superiority, munitions availability, missile defence, and the resilience of infrastructure and rear areas. This is not an anomaly, but a structural shift in the security environment. At the same time, the security domain has expanded.

yber, space, critical infrastructure, supply chains, data and artificial intelligence have become arenas of permanent competition.

Cyber, space, critical infrastructure, supply chains, data and artificial intelligence have become arenas of permanent competition.

The traditional distinction between peace and war has been replaced by continuous contestation below the threshold of armed conflict, where pressure, deterrence and coercion operate in an integrated manner. The United States has already adjusted its strategic posture. Its national security strategy is explicitly oriented towards great-power competition. Industrial policy, technological controls, protection of critical supply chains and selective military reinforcement form part  of a single strategic architecture.

The transatlantic alliance remains essential, but it no longer substitutes allied strategic responsibility. China, meanwhile, continues to build systemic capability through civil-military integration, long-term planning and expansion across conventional and emerging domains.

Competition with the West is not limited to trade, but concerns models of power, control and strategic projection. In this context, Europe is a relevant but exposed actor: a market, a normative space and a strategic logistical hub.

This environment highlights Europe’s structural vulnerabilities. The Union possesses significant economic and technological resources, yet suffers from decision-making fragmentation, capability duplication, limited industrial integration and the absence of truly unified strategic planning. European deterrence remains largely derived, dependent on external guarantees that, while robust, can no longer be assumed to be automatic or sufficient across all contingencies. Strategic autonomy should not be understood as an alternative to existing alliances, but as a prerequisite for their credibility. It entails the ability to plan, produce and sustain military capabilities over time; to protect critical infrastructure and lines of communication; and to ensure industrial and technological resilience under prolonged pressure.

Without these capabilities, Europe’s political weight remains misaligned with its strategic exposure. Recent adaptation signals, higher defence spending, industrial cooperation, and joint initiatives within the EU and NATO, reflect growing awareness, but have yet to deliver the necessary leap in scale.

The pace of European decision-making remains slower than the transformation of the threat environment. The emerging international system will not reward formal balance, but substantive resilience; not neutrality, but the ability to sustain and impose costs; not declaratory policy, but critical mass. In this context, security is no longer a by-product of prosperity, but its essential precondition. It is here that the end of the old order acquires a distinctly European dimension.

For decades, Europe was able to operate as a normative space within a security system largely guaranteed by others.

Today, that separation is no longer sustainable. In an environment defined by systemic competition, the absence of autonomous capabilities does not equate to neutrality, but to structural exposure. European defence is no longer a matter of incremental cooperation among Member States, nor of marginal capability enhancement.

It is a question of power architecture. Without credible deterrence, without genuine integration of industrial bases, and without common strategic planning, the Union remains vulnerable to coercion, regardless of the strength of its internal market. The asymmetry between economic weight and military capability translates over time into diminished influence and reduced decision-making autonomy.

In a system defined by permanent competition, the lack of critical mass, production continuity and integrated command does not represent prudence, but structural weakness. European defence is no longer a complement to the transatlantic alliance; it is the necessary condition for that alliance to remain balanced, credible and sustainable over time.

The choice facing Europe is now explicit. Continuing to function primarily as a regulatory space in an environment governed by force means accepting progressive strategic marginalisation.

Equipping itself with adequate political, industrial and military instruments means recognising that security is not an ancillary cost, but the foundation of collective sovereignty.

In a post-liberal system, ambiguity is no longer an option. Europe must convert its potential into strategic capability, or accept remaining a terrain of competition for decisions taken elsewhere.

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