Di Giuseppe Gagliano*
TEHERAN. La possibile ascesa di Mojtaba Khamenei alla guida della Repubblica islamica non è una normale successione religiosa. È, piuttosto, il tentativo di blindare il sistema iraniano nel momento della sua massima vulnerabilità.
La morte di Ali Khamenei sotto i bombardamenti israelo-americani ha aperto una faglia nel cuore del potere persiano, e proprio dentro quella faglia si muove ora l’apparato più duro del regime: quello che non vuole riformare nulla, ma conservare tutto, anche al prezzo di trasformare la teocrazia rivoluzionaria in una sorta di dinastia politico-militare.

Il nome di Mojtaba non emerge per caso. Da anni il figlio dell’ex Guida Suprema è considerato un uomo-chiave dell’architettura interna del potere, benché abbia sempre operato nell’ombra
. La sua vera forza non risiede nel prestigio teologico, che resta discusso, ma nei suoi legami con il sistema di sicurezza, con i Pasdaran e con l’apparato di controllo che tiene insieme repressione, intelligence e gestione della crisi. In altre parole, se oggi viene spinto in avanti, non è perché rappresenti il volto più legittimo del regime, ma perché appare come il più utile a garantirne la continuità coercitiva.

Un’elezione che dice chi comanda davvero
L’Assemblea degli Esperti, formalmente incaricata di nominare la nuova Guida Suprema, si ritrova a operare in condizioni eccezionali: riunioni a distanza, sedi potenziali già finite nel mirino israeliano, timore concreto che ogni figura di vertice diventi un bersaglio immediato. In questo contesto, la procedura costituzionale conta meno dell’equilibrio reale dei rapporti di forza. E il fatto che proprio Mojtaba sia indicato come favorito suggerisce una verità politica molto netta: in questa fase, il baricentro del potere iraniano non è nel clero tradizionale, ma nell’asse tra apparato di sicurezza e Guardia Rivoluzionaria.
I nomi alternativi, come Alireza Arafi o Seyed Hassan Khomeini, indicano invece un’altra linea possibile: quella di una transizione più collegiale, meno esposta simbolicamente, forse più capace di aprire un margine negoziale con l’esterno.
Ma proprio per questo appaiono meno funzionali a chi, dentro il sistema, ritiene che l’Iran sia entrato in una fase di sopravvivenza strategica e che dunque serva un comando saldo, ideologicamente affidabile e pienamente integrato nel circuito militare.
La variabile interna: stabilità apparente, fragilità reale
Sul piano interno, la nomina del figlio del precedente leader rischia di produrre un effetto contraddittorio. Da un lato, darebbe al fronte governativo un simbolo di continuità in un momento di trauma nazionale, rafforzando la narrativa del martirio, della resistenza e della guerra imposta dall’esterno. Dall’altro, offrirebbe all’opposizione la prova più evidente che la Repubblica islamica, nata contro la monarchia, si starebbe trasformando in una struttura ereditaria travestita da legittimità religiosa.
Questo punto è decisivo.
La successione di Mojtaba potrebbe infatti compattare l’apparato, ma al tempo stesso allargare il solco con una parte della società già provata da anni di repressione, crisi economica e isolamento.
L’elemento più pericoloso per Teheran non è soltanto la minaccia militare esterna, ma la possibilità che una scelta percepita come dinastica venga letta, all’interno, come la confessione definitiva dell’esaurimento politico del regime.
La guerra regionale entra nella partita della successione
La crisi di leadership iraniana non si svolge nel vuoto. Si intreccia con una guerra regionale ormai aperta. Gli attacchi di rappresaglia iraniani contro obiettivi nel Golfo, compresi siti civili, impianti energetici e perfino la rappresentanza diplomatica statunitense a Riad, mostrano che Teheran sta tentando di allargare il costo del conflitto all’intero sistema di sicurezza costruito da Washington nella penisola arabica.
L’episodio di Ras Tanura è particolarmente rivelatore. Colpire, o anche solo minacciare, una delle grandi cerniere petrolifere saudite significa toccare non un semplice bersaglio industriale, ma una leva strategica globale.
Quel terminale non è soltanto una raffineria: è uno snodo da cui passa la credibilità energetica saudita, la stabilità del mercato e, in parte, la tenuta economica dell’intero Golfo. Che i prezzi del greggio abbiano reagito con un rialzo immediato indica che il messaggio iraniano è stato ricevuto: se il regime viene messo all’angolo, può trascinare con sé una quota rilevante dell’equilibrio energetico mondiale.
Economia di guerra e pressione geoeconomica
Qui si apre il vero scenario geoeconomico.
L’Iran non dispone della superiorità aerea o navale necessaria per competere frontalmente con Stati Uniti, Israele e monarchie del Golfo. Ma possiede una capacità di disturbo sufficiente a colpire infrastrutture sensibili, rotte commerciali, terminali energetici e nodi logistici.
È una strategia asimmetrica classica: non vincere sul piano convenzionale, ma aumentare il prezzo economico del conflitto fino a rendere politicamente costosa la prosecuzione della guerra.
Per questo la successione alla Guida Suprema conta anche oltre Teheran. Se Mojtaba Khamenei dovesse prevalere con l’appoggio dei Pasdaran, il segnale sarebbe chiaro: l’Iran non si prepara a una distensione, ma a una fase più militarizzata, più centralizzata e probabilmente più incline a usare la leva energetica e missilistica come strumento di negoziazione forzata. Se invece emergesse una figura più istituzionale e meno organicamente legata all’apparato di sicurezza, si aprirebbe almeno in teoria uno spazio per una gestione meno impulsiva dell’escalation.
Il nodo finale: continuità del regime o mutazione del sistema
La questione, dunque, non è soltanto chi succederà ad Ali Khamenei. La questione è quale Iran nascerà da questa successione. Un Iran guidato da Mojtaba sarebbe, con ogni probabilità, meno una continuazione ordinaria della Repubblica islamica e più la sua mutazione definitiva: un sistema in cui il clero fornisce il sigillo di legittimità, ma il potere reale passa sempre di più nelle mani del complesso militare-securitario.
In tempi normali, una simile scelta sarebbe già carica di tensioni. In tempo di guerra, può diventare la decisione che ridefinisce l’intera architettura del Medio Oriente.
Perché, quando un regime assediato sceglie il candidato più protetto dalle sue forze armate, di solito non sta preparando il cambiamento. Sta preparando la resistenza.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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