Nuova Guerra del Golfo: La diffusione dei droni Shahed riflette un cambiamento più ampio nelle dinamiche della guerra contemporanea

Di Paola Ducci*

TEHERAN,  I droni della famiglia Shahed sono velivoli senza pilota, progettati in Iran come loitering munitions (munizioni circuitanti) e progettati per volare verso una zona bersaglio, rimanere in volo mentre cercano un obiettivo e infine colpirlo schiantandosi con una carica esplosiva. Per questo motivo vengono spesso definiti “droni kamikaze”.

La diffusione dei droni Shahed riflette un cambiamento più ampio nelle dinamiche della guerra contemporanea.

Un’immagine dei droni Shahed

Rispetto ai sistemi d’arma tradizionali, questi droni sono relativamente economici e possono essere prodotti e impiegati in grandi quantità.

I sistemi di difesa aerea spesso devono utilizzare missili molto costosi per abbattere droni che costano una frazione del prezzo.

Il risultato è una guerra di logoramento tecnologico ed economico, in cui il numero e il costo delle armi giocano un ruolo cruciale.

I modelli più conosciuti sono lo Shahed-131 e lo Shahed-136, caratterizzati da una forma ad ala triangolare e da un motore relativamente semplice che produce un rumore distintivo, spesso paragonato a quello di un motorino o di un tosaerba.

Una delle loro principali caratteristiche è il costo relativamente basso rispetto ai missili da crociera, fattore che li rende particolarmente adatti ad attacchi in grande numero.

Durante la guerra tra Russia e Ucraina, i droni Shahed sono diventati una componente fondamentale delle operazioni russe.

Questi sistemi vengono spesso indicati con i nomi Geran-1 e Geran-2.

Il loro utilizzo è stato principalmente orientato a colpire infrastrutture strategiche e obiettivi urbani, tra cui centrali elettriche, reti energetiche e installazioni militari. L’obiettivo è spesso duplice: provocare danni diretti e mettere sotto pressione le difese aeree ucraine.

Uno degli aspetti più rilevanti è l’uso in attacchi di saturazione.

Invece di lanciare pochi droni, le forze russe ne impiegano decine o addirittura centinaia nello stesso attacco. In questo modo, anche se una parte significativa viene intercettata, alcuni riescono comunque a raggiungere il bersaglio.

Nel corso del conflitto la Russia ha anche sviluppato capacità di produzione locale di droni di tipo Shahed, riducendo la dipendenza diretta dalle forniture iraniane e aumentando la quantità di sistemi disponibili.

Parallelamente sono state introdotte modifiche tecniche, come miglioramenti nei sistemi di guida e nella velocità per rendere i droni più difficili da intercettare.

Oltre al loro impiego nel conflitto ucraino da parte della Russia, i droni Shahed rappresentano uno degli strumenti principali della strategia militare iraniana.

L’Iran li utilizza sia direttamente, sia attraverso una rete di alleati e gruppi armati nella regione del Medio Oriente.

Questi droni possono essere lanciati contro obiettivi militari, infrastrutture energetiche o basi militari straniere.

I resti di droni lanciati a Karkiv

In diverse operazioni regionali sono stati segnalati attacchi con centinaia di droni, spesso combinati con missili balistici o con i cruise. Questa combinazione rende più complessa la difesa aerea degli avversari, costretti a intercettare un gran numero di minacce simultaneamente.

Inoltre i droni Shahed vengono utilizzati anche da gruppi armati alleati dell’Iran, come alcune milizie in Iraq, Hezbollah in Libano o gruppi nello Yemen. In questi casi il drone diventa uno strumento di proiezione indiretta della potenza iraniana, permettendo a Teheran di influenzare conflitti regionali senza intervenire in modo diretto.

Per molti analisti militari i droni Shahed rappresentano quindi non solo una nuova arma, ma anche il segno di una trasformazione più ampia: l’ingresso definitivo della guerra dei droni su larga scala nei conflitti del XXI secolo.

*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa

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