L’assassinio politico come architettura del potere. Quando l’eccezione diventa metodo

Di Giuseppe Gagliano*

ROMA. Il punto non è più stabilire se l’assassinio politico esista. Esiste da sempre.

Un’immagine dell’omicidio di Giulio Cesare (15 marzo 44 a.C)

Il punto, oggi, è un altro: capire perché sia diventato presentabile. Perché non venga più percepito come una rottura scandalosa dell’ordine internazionale, ma come una sua tecnica di gestione. È questo il passaggio decisivo del nostro tempo.

L’eliminazione mirata non viene più trattata come residuo oscuro della ragion di Stato, ma come strumento ordinario della competizione strategica: preciso, selettivo, chirurgico, perfino elegante. In questa trasformazione c’è molto più di una questione militare o giuridica.

C’è una mutazione politica profonda: la sostituzione della mediazione con la soppressione, della diplomazia con la localizzazione del bersaglio, della politica con la filiera tecnica della neutralizzazione.

Se si vuole capire come siamo arrivati fin qui, bisogna guardare a tre scuole di potere che nel tempo hanno finito per convergere: il Mossad, la CIA e i Servizi francesi. Non sono identici.

Il Mossad rappresenta la dottrina della decapitazione permanente, l’idea che il nemico vada colpito nella testa, nella rete, nella psicologia, prima ancora che sul campo.

Il logo del Mossad

La CIA rappresenta la trasformazione burocratica dell’eliminazione: il bersaglio classificato, seguito, validato, inserito dentro una procedura.

I Servizi francesi, infine, rappresentano il volto europeo della violenza clandestina: meno esibita, più coperta, ma non meno politica, soprattutto quando la ragion di Stato ritiene di non poter accettare ostacoli.

Il laboratorio israeliano

Nel caso israeliano, la continuità è impressionante. E i dettagli che emergono dalle ricostruzioni sulle operazioni del Mossad in Italia sono preziosi proprio perché restituiscono concretezza a una questione spesso trattata in modo astratto.

La presenza operativa negli anni Settanta con una base romana in Via Principe Amedeo, a ridosso della stazione Termini, non è un dettaglio secondario: un nodo ferroviario internazionale offre mobilità, anonimato, accesso rapido a coperture logistiche, facilità di uscita e di ricongiungimento.

Ma non c’è solo Roma. Ci sono anche attività clandestine rivolte ai porti di Genova e Venezia, con l’impiego di mine navali, cariche esplosive e attrezzature subacquee.

Questa non è semplice raccolta informativa. È pianificazione operativa. È la prova che l’Italia, in quella fase, poteva essere trattata non come terreno neutrale ma come spazio disponibile per la proiezione clandestina di una potenza straniera.

In termini strategici, il messaggio è chiarissimo: lo Stato che decide di praticare l’assassinio politico e il sabotaggio non riconosce più un vero confine tra fronte e retrovia. Tutto diventa spazio operativo.

La profondità strategica annullata

Ed è qui che il Mossad ha esercitato la sua influenza più profonda sull’immaginario occidentale. Non tanto perché abbia fatto cose che altri non facevano, ma perché le ha rese sistematiche e simbolicamente efficaci.

Un terrorista palestinese a Monaco 1972

Dopo Monaco 1972, la campagna clandestina israeliana ha fissato un principio: il nemico può essere inseguito ovunque, anche a distanza di anni, anche in Paesi terzi, anche fuori da una guerra formalmente dichiarata.

Da quel momento l’assassinio politico smette di essere il gesto disperato di un apparato e diventa la dimostrazione spettacolare della sua onnipresenza.

L’effetto psicologico conta quanto quello materiale. Uccidere un dirigente, uno scienziato, un quadro organizzativo o un facilitatore logistico non significa solo togliere una risorsa al nemico.

Significa dirgli che nessun luogo è veramente sicuro, nessuna copertura è totale, nessuna profondità geografica basta a proteggerti. Il vero bersaglio, spesso, non è solo la persona colpita. È il sistema nervoso dell’avversario

Il paradosso della decapitazione

Ma proprio qui comincia l’ambiguità strategica.

Perché l’eliminazione mirata dà quasi sempre un risultato tattico e quasi mai una soluzione politica. Lo Stato che colpisce ottiene l’impressione del controllo, mentre il nemico spesso si riorganizza in forme più chiuse, più clandestine, più ideologiche.

La leadership si disperde, le catene di comando si fanno meno visibili, la fiducia nei negoziati si abbassa, la componente più dura viene premiata.

In altre parole, la decapitazione selettiva può indebolire una struttura e al tempo stesso irrigidirne il carattere.

È il paradosso dell’assassinio politico contemporaneo: promette ordine e produce opacità; promette deterrenza e produce radicalizzazione; promette precisione e genera una guerra più diffusa e meno controllabile.

Questo, nel caso israeliano, è visibile proprio nel passaggio dalle operazioni clandestine di ritorsione alla trasformazione dell’eliminazione in dispositivo ordinario di pressione strategica.

La burocrazia americana dell’eliminazione

Il caso americano è ancora più importante, perché ha dato a questa pratica una forma amministrativa. Qui il nodo centrale non è soltanto la lunga tradizione di operazioni coperte, trame contro leader stranieri, manipolazioni e guerre per procura.

Il salto di qualità si produce quando l’eliminazione mirata smette di essere un’ombra del potere e diventa una sua funzione amministrativa.

L’ingegnere Gerald Bull

Il richiamo a Gerald Bull, ai rapporti CIA-Mossad, al caso Abu Omar, al ruolo delle coperture diplomatiche e alla distinzione tra analisti e operatori clandestini mostra proprio questo: la CIA non è solo un organismo che raccoglie dati e li consegna al decisore.

È una macchina che integra conoscenza, copertura, alleanze, capacità coercitiva e proiezione extraterritoriale. Nel modello americano, l’assassinio politico smette di essere una zona grigia esterna allo Stato e diventa una possibilità interna al suo normale repertorio d’azione.

Dal dossier al bersaglio

Il riferimento a Gerald Bull è importante perché illumina il nesso tra industria, tecnologia militare, intelligence e neutralizzazione del bersaglio.

Bull non era un capo guerrigliero in clandestinità, ma uno scienziato e ingegnere che lavorava su programmi strategicamente sensibili. Il fatto che il suo nome compaia in questo contesto segnala una cosa essenziale: il bersaglio, nel nuovo disordine, non è più solo il comandante operativo, ma anche il cervello tecnico, il mediatore, il progettista, il nodo di connessione fra sapere e potenza.

Quando uno Stato colpisce quel livello, non vuole soltanto interrompere un programma. Vuole lanciare un messaggio a tutti gli altri nodi della rete: lavorare per il nemico ti trasforma automaticamente in un bersaglio.

Questo amplia enormemente il perimetro dell’assassinio politico.

Il precedente Abu Omar

Ancora più rivelatore è il richiamo al caso Abu Omar. Qui il punto non è solo il rapimento illegale, già di per sé sufficiente a mostrare la disinvoltura con cui la sovranità di un Paese alleato può essere violata.

Abu Omar

Il punto è la logica che emerge: lo Stato più forte usa intelligence, reti diplomatiche, collegamenti con apparati amici e capacità clandestine per costruire un’eccezione permanente.

Il sequestro, la consegna straordinaria, l’eliminazione mirata, il sabotaggio sono varianti dello stesso principio: il nemico, o il soggetto classificato come tale, può essere sottratto alla cornice legale ordinaria in nome di una superiore esigenza di sicurezza.

È questa sospensione normalizzata della regola che prepara il terreno all’assassinio politico come metodo.

La Francia e la normalizzazione dell’eccezione

La Francia, a sua volta, offre un’altra lezione ancora. Qui il tema non è quasi mai l’assassinio politico in forma plateale, ma la costruzione di un ecosistema che lo rende pensabile.

Il caso Bernard Squarcini è esemplare.

Bernard Squarcini

Le accuse di abuso di potere e intercettazioni illecite, insieme al richiamo alla presunta infiltrazione del Mossad in Francia, rivelano il tipo di universo mentale in cui si muovono gli apparati: un mondo nel quale le interferenze di servizi stranieri, le eccezioni giustificate dalla sicurezza, l’uso elastico dei poteri di sorveglianza e le zone grigie della ragion di Stato si intrecciano fino a confondersi.

In un simile contesto, l’assassinio politico non è il primo gesto, ma può diventare l’ultimo anello di una catena di eccezioni già normalizzate.

La filiera macroniana dell’intelligence

Ancora più significativo è il quadro che emerge dalla costruzione della comunità d’intelligence attorno a Macron.

La data del 7 giugno 2017, con Pierre de Bousquet de Florian al coordinamento nazionale dell’intelligence e dell’antiterrorismo, Laurent Nuñez alla sicurezza interna e Bernard Émié alla DGSE, non è un dettaglio di cronaca amministrativa.

Pierre de Bousquet de Florian

È la descrizione di una verticalizzazione del sistema.

L’Eliseo non si limita a ricevere informazioni: ordina, coordina, assorbe, distribuisce priorità. E questa architettura conta enormemente perché il problema dell’assassinio politico non comincia mai dall’operatore. Comincia dalla filiera che rende politicamente sostenibile l’eccezione.

Prima del commando, del drone, del sabotatore o della rete clandestina, c’è sempre uno Stato che ha predisposto la catena di autorizzazione, il circuito di copertura e la gestione delle conseguenze.

Quando il politico diventa un obiettivo tecnico

Questo è il punto in cui Mossad, CIA e apparati francesi finiscono per assomigliarsi davvero. Non nella mitologia, non nello stile, ma nella trasformazione del politico in bersaglio tecnico. L’avversario non viene più pensato come un soggetto da contenere, negoziare, dividere, inglobare o logorare.

Viene pensato come una presenza da localizzare, tracciare, classificare e rimuovere.

La tecnologia rende tutto questo ancora più facile e più insidioso. Sorveglianza persistente, metadati, intercettazioni, intrusione informatica, riconoscimento facciale, droni, munizioni di precisione: l’assassinio politico diventa il prodotto finale di una filiera informativa.

E proprio perché appare pulito, preciso, chirurgico, diventa più facile da legittimare agli occhi dell’opinione pubblica e delle élite. La precisione tecnica produce così un’illusione morale: se il colpo è selettivo, allora sembra meno barbaro. In realtà è solo più presentabile.

La distruzione della fiducia diplomatica

La conseguenza strategica più grave, però, riguarda la diplomazia.

Se il Mossad usa spazi terzi come retrovie operative, se la CIA usa reti alleate e coperture per trasformare l’eccezione in procedura, se un sistema presidenziale come quello francese costruisce catene di comando che assorbono l’eccezione dentro la normalità, allora il messaggio globale è semplice e devastante: nessun tavolo è davvero sicuro.

Il negoziatore, lo scienziato, il dirigente politico, il mediatore, il tecnico strategico possono sempre diventare bersagli.

Da quel momento la trattativa perde credibilità, la mediazione diventa sospetta, il cessate il fuoco appare solo come una pausa nella localizzazione del prossimo obiettivo.

Il risultato non è un mondo più ordinato, ma un mondo più sfiduciato. E la sfiducia sistemica è uno dei motori più potenti dei conflitti lunghi.

Un mondo più rispettabile e più brutale

Il quadro che emerge è prezioso proprio per questo. Non offre una teoria astratta del potere clandestino.

Offre casi, luoghi, nomi, funzioni. Via Principe Amedeo e Termini, Genova e Venezia, Gerald Bull, Abu Omar, Squarcini, Pierre de Bousquet de Florian, Laurent Nuñez, Bernard Émié.

Mettendo insieme questi elementi, si vede meglio la traiettoria storica: l’assassinio politico non è un improvviso ritorno della barbarie.

È il risultato di una lunga educazione delle democrazie occidentali all’idea che la violenza selettiva, purché ben confezionata, possa sostituire la politica. Prima è stata eccezione. Poi necessità. Poi tecnica. Infine quasi virtù.

Perché, alla fine, l’assassinio politico non banalizza soltanto il male. Banalizza la politica stessa.

Insegna agli Stati che invece di governare il conflitto, negoziarlo, contenerlo o trasformarlo, si può sempre più spesso rimuoverne fisicamente i protagonisti.

Qualche volta questo produce un vantaggio tattico. Spesso produce entusiasmo interno.

Ma nel medio periodo corrode il diritto, avvelena la diplomazia, radicalizza il nemico e rafforza l’universo della segretezza come forma ordinaria del potere. È qui che sta il nuovo disordine: non nel semplice aumento della violenza, ma nella sua amministrazione fredda, tecnica, selettiva, quasi rispettabile.

E quando l’assassinio politico diventa rispettabile, significa che la politica, nel senso più alto del termine, ha già cominciato a ritirarsi.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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