Di Giuseppe Gagliano*
CANBERRA. L’Australia non sta semplicemente aggiornando la propria strategia di difesa. Sta prendendo atto che l’Indo-Pacifico è ormai il centro della competizione strategica mondiale e che, in questo spazio, la sicurezza non può più essere affidata soltanto alla protezione americana. La nuova Strategia nazionale di difesa 2026 e il Programma integrato di investimenti raccontano infatti una doppia verità: da un lato Canberra continua a considerare decisivo il legame con Washington, dall’altro si prepara a un mondo più instabile, in cui dovrà contare molto di più sulle proprie forze, sulle proprie filiere industriali e su una rete regionale di alleanze sempre più fitta.
In questo quadro si inserisce l’accordo storico con il Giappone per la fornitura di navi da guerra. Non è una semplice commessa industriale. È un passaggio politico e militare di grande rilievo. Per l’Australia significa rafforzare le proprie capacità navali in una fase in cui la pressione cinese si estende lungo le rotte marittime dell’Oceano Indiano e del Pacifico. Per il Giappone significa consolidare la sua trasformazione strategica: da potenza frenata dal pacifismo del dopoguerra a soggetto sempre più attivo nell’export militare e nella costruzione di una rete di contenimento della Cina.

La nuova postura australiana
Canberra dichiara apertamente di essere entrata in un’epoca più pericolosa, nella quale la coercizione militare e la proiezione di forza tornano a essere strumenti ordinari della politica internazionale. È una presa d’atto realistica. L’Australia si sente più esposta che in passato, soprattutto nei suoi accessi settentrionali, nelle rotte marittime da cui dipende il commercio e nella vulnerabilità delle sue infrastrutture critiche.
Per questo la nuova strategia punta su cinque direttrici: autosufficienza crescente, rafforzamento della base industriale della difesa, coordinamento con i partner regionali, miglioramento della resilienza civile e aumento delle capacità operative. Il dato interessante è proprio l’allargamento del concetto di difesa: non più solo forze armate, ma sicurezza energetica, infrastrutture, industria, preparazione della società. In altre parole, Canberra ragiona ormai in termini di potenza nazionale complessiva.
Il mare come campo decisivo
La scelta di investire il 41 per cento delle risorse nelle capacità marittime conferma che il teatro decisivo per l’Australia è il mare. Le navi acquistate dal Giappone serviranno a dare la caccia ai sottomarini, colpire unità di superficie e fornire difesa aerea. La loro funzione strategica è chiara: proteggere le linee di comunicazione marittima e impedire che la crescente presenza cinese trasformi gli spazi oceanici a nord dell’Australia in un’area di pressione permanente.
Dal punto di vista militare, Canberra cerca di costruire una forza più mobile, più letale e capace di operare in profondità. Guerra sottomarina, capacità di attacco a lungo raggio, comunicazioni satellitari resilienti, difesa aerea e missilistica integrata: tutti questi elementi disegnano una forza armata pensata non solo per difendere il territorio, ma per negare a un avversario la libertà di operare nello spazio indo-pacifico circostante.
Il problema è che la velocità dell’adattamento potrebbe non essere sufficiente. La stessa strategia riconosce gravi lacune nella difesa aerea. Se la minaccia cresce più rapidamente delle capacità disponibili, il rischio è che il riarmo australiano resti per qualche anno una corsa necessaria ma incompleta.

Il Giappone cambia pelle
L’altro attore decisivo è Tokyo. La vendita di navi da guerra all’Australia è la più importante da quando il Giappone ha superato il vecchio divieto di esportazione di armi. Non è solo un affare industriale: è il segnale di una mutazione geopolitica. Il Giappone vuole uscire dalla condizione di alleato dipendente dagli Stati Uniti e diventare un pilastro regionale autonomo, pur restando dentro l’ombrello americano.
Di fatto Tokyo costruisce una propria diplomazia militare. Esporta sistemi, crea interdipendenze strategiche, rafforza il legame con Canberra e contribuisce a una rete indo-pacifica che coinvolge, in forme diverse, Stati Uniti, Australia, India e partner asiatici preoccupati dalla crescita cinese. È la progressiva istituzionalizzazione di un contenimento regionale a più livelli.
Scenari economici e geoeconomici
L’aumento della spesa australiana è enorme e avrà conseguenze profonde. Da un lato rafforzerà la base industriale della difesa, stimolando innovazione, infrastrutture, tecnologie spaziali e digitali. Dall’altro comporterà una riallocazione di risorse pubbliche verso il settore militare in un contesto internazionale già segnato da tensioni commerciali e instabilità energetica. La difesa diventa così non solo una spesa, ma una politica industriale.
Anche il Giappone ne ricava un vantaggio geoeconomico rilevante. L’export militare diventa per Tokyo uno strumento di potenza, non meno importante del commercio tradizionale. Vendere navi da guerra significa creare dipendenza tecnologica, consolidare catene di manutenzione, aprire mercati e trasformare l’industria bellica in leva diplomatica.
Sul piano più ampio, la convergenza tra Australia e Giappone segnala che l’Indo-Pacifico si sta strutturando come il grande spazio della competizione sistemica del secolo. Qui si incrociano sicurezza marittima, controllo delle rotte, tecnologia, alleanze e filiere industriali. Chi domina questi nodi non controlla soltanto una regione: influenza gli equilibri del commercio globale.
La vera posta in gioco
L’Australia, in sostanza, non si prepara solo a difendersi. Si prepara a vivere in un mondo in cui la guerra non è più un’eccezione remota ma una possibilità concreta, soprattutto sul piano della coercizione navale, missilistica ed economica. Il Giappone, parallelamente, utilizza questa fase per liberarsi definitivamente dei residui del dopoguerra e assumere un ruolo da potenza militare normale.
Il risultato è che il Pacifico si riempie di armamenti, alleanze e capacità navali in nome della deterrenza. Ma ogni deterrenza, quando cresce in parallelo su più lati, aumenta anche il rischio di collisione. Ecco perché il riarmo australiano e la svolta giapponese non vanno letti come fatti isolati. Sono due segmenti dello stesso processo: la trasformazione dell’Indo-Pacifico nel cuore militare, geopolitico e geoeconomico del nuovo disordine mondiale.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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