Libano: aria di rivoluzione, ma quale rivoluzione?

Di Francesco Ippoliti*

Beirut. La situazione in Libano è esplosiva.

Un’immagine dell’esplosione a Beirut, lo scorso 4 agosto

Dopo l’esplosione del porto, un disastro annunciato che ha portato ulteriori sofferenze ai libanesi, migliaia di persone si sono riversate in piazza ad urlare il cambiamento, una svolta alla politica corrotta del paese per un futuro migliore. Tensioni e scontri, feriti e morti.

La popolazione è stanca di agitazioni, privazioni e sacrifici, il Paese può e deve avere di più, un futuro migliore, una politica migliore ed una credibilità internazionale.

Manifestazione di protesta a Beirut

Ma tutto cambia per non cambiare nulla.

Dall’analisi di Kristalina Georgieva, Managing Director del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il Libano è ad un passo dal collasso finanziario.

Il Paese ha per il 2020 un GDP stimato in -20% ed una inflazione pari al 17%.

Nella recente conferenza dei “donatori” il Direttore ha affermato che il Libano:

  • Deve risollevare la finanza pubblica e la solidità del sistema finanziario per far fronte agli impegni internazionali
  • Bloccare i deflussi di capitale che non permetterebbero le riforme del sistema finanziario
  • Recuperare la credibilità della Banca Centrale per garantire la perdita delle imprese statali;
  • Diversificare la responsabilità della crisi economica
  • Una volta avviate le riforme potrà beneficiare degli aiuti economici, pari a svariati miliardi di dollari

Inoltre, in un recente rapporto Jihad Azour, Direttore del Dipartimento Medio Oriente e Asia Centrale del FMI, ha dichiarato che il debito pubblico di Beirut non è più sostenibile, la gestione delle tasse è labile e faziosa, il modello bancario non più ammissibile.

La base economica non è competitiva e quindi ci si interroga fino a che punto il paese potrà essere aiutato.

Il Board del FMI ha richiesto al governo di Beirut un piano di riforme credibile per fermare il deterioramento delle condizioni del sistema economico, uno sforzo coraggioso che prevedeva, in particolare, una legge per il controllo dei capitali ed una sostenibilità fiscale del debito (un vertiginoso aumento di tasse!!!).

Per cercare di avere una maggiore idea sulla situazione economica del Paese, il rapporto di “The Economist” mostra una foto emblematica del Libano, lo paragona alla stessa stregua del Venezuela, al penultimo posto della classifica internazionale.

Il rapporto è confermato anche da Moody’s che considera il sistema finanziario libanese “non accettabile”.

Il primo ministro Hassan Diab, aveva iniziato una politica coraggiosa di riforme economiche.

Il capo del Governo libanese, Hassan Diab

Un piano audace con tecnici ed esperti del settore che mirava ad uno sforzo radicale per il Paese. Diab, nella sua politica riformista, ha incolpato direttamente il Governatore della Banca Centrale del Libano, Riad Salameh, per una gestione poco trasparente ed una insolita attività fiscale. Ha sempre dichiarato che il Libano necessitava di un Governatore credibile.

Visto il piano riformista libanese, vari analisti economici avevano previsto che “Diab doveva fallire”, il suo governo “doveva cadere”.

Lo status quo doveva rimanere tale e tale è rimasto con le dimissioni di Diab.

Nel discorso finale dopo l’annuncio delle sue dimissioni, Diab si è rivolto un paio di dozzine di volte contro “loro”, “loro” che bloccano il Paese, controllano le istituzioni, bloccano le riforme e non hanno accettato la nuova politica.

Non ha specificato chi fossero “loro”, lasciando alla logica interpretazione delle sue parole, Quindi Hezbollah? Cristiani? Musulmani legati all’Arabia? Israeliani? Americani? Ognuno può identificare un colpevole.

Ora si devono rifare le elezioni. In un Paese ove il 75% della popolazione necessita di assistenza mentre il 45% vive al di sotto del livello di povertà ed il Covid 19 ha ulteriormente accentuato tale crisi.

Il Libano ha bisogno di supporto economico, ha necessità di fondi liquidi e sviluppo di mercato, sia interno che internazionale, necessita di strutture e servizi.

Il Presidente Macron, dopo il recente incidente del porto di Beirut, si è recato frettolosamente in Libano per cercare di raccogliere consensi per un fattivo supporto economico.

Il Presidente francese, Emmanuel Macron

Il Paese necessita immediatamente di capitali e sembra essere in vendita al miglior offerente. Questo è il fondato timore internazionale, il Libano, posizione strategica nel Medio Oriente e nel Mediterraneo non deve essere lasciato in mano a paesi di dubbia politica.

Ma gli Stati che sono in grado di investire risorse in Libano per guadagnarsi il potere ed il favore delle fazioni presenti sono ben pochi.

Tra gli attori si possono indicare l’Iran, per il suo saldo rapporto con gli Hezbollah, l’Arabia Saudita, per il supporto ai musulmani sunniti, in parte la Russia, per una maggiore vicinanza di Beirut a Damasco e la Francia per evitare di perdere quella flebile egemonia sull’area.

La Cina e gli Stati Uniti sembrano alla finestra pronti ad intervenire.

Milizie di Hezbollah

Tutti questi Paesi capitalizzeranno ingenti risorse per non perdere quella sorta di controllo sin qui maturato.

Essi cercheranno di essere protagonisti per i propri sostenitori, leali investitori per il bene della popolazione.

In particolare gli Hezbollah, con la loro solida struttura politica e militare, con un apparato assistenzialistico ben rodato e presente in mezzo Libano, dovranno dimostrare di essere estranei all’incidente del porto, al collasso del sistema economico del Paese, al disastro sociale libanese.

Gli Hezbollah dovranno comprovare di essere quella forza credibile su cui il popolo libanese può contare e saranno pronti ad elargire gli aiuti, saranno quel portafoglio che aperto che il popolo libanese chiede (ruolo che ha svolto molto bene finora).

Potranno anche enucleare ulteriori gruppi, non proprio riconducibili al movimento sciita, per acquisire la fiducia dei più scettici, al fine di mirare al controllo del paese.

Lo stesso cercheranno di fare gli altri gruppi musulmani e cristiani, con le risorse che Arabia e Francia (e forse FMI) vorranno mettere in campo ma gli attori saranno sempre gli stessi.

Quindi, vista la reale necessità del popolo, la grave crisi economica, al momento sarà molto difficile prevedere un cambiamento in Libano.

Ci saranno ancora proteste ma poi saranno sempre più flebili e finiranno perché non saranno più coperte dai media internazionali ed il popolo necessita di un lavoro, i padri di famiglia di un salario e la gente di vivere.

Le istituzioni torneranno a promettere per poi fare piccoli e forse significativi cambiamenti per cercare quella sopravvivenza necessaria per la quotidianità. E gli attori saranno sempre gli stessi.

Quindi tutto cambia per non cambiare nulla.

*Generale di Brigata Esercito (Ris)

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