Di Vincenzo Santo*
BEIRUT. Bisogna finirla con questa commedia.
Sento presunti esperti che difendono l’operato di UNIFIL e inutili “consiglieri strategici” affermare, in discutibili interviste, che il compito di Unifil fosse solo quello di monitorare.
Con gli italiani che si bevono tutto senza provare un solo secondo a verificare in proprio quello che viene detto e diffuso. Impastoiati negli ingorghi di una cronaca confusa e spesso pretestuosa.

Sia chiaro, non intendo criticare l’operato dei militari, ma qualche chiarimento lo ritengo necessario perché si esca da questa giungla logorroica volta ad accreditare vari scarichi di responsabilità alla ricerca di un facile e comodo colpevole.
Il problema è politico, naturalmente.
Tutti parlano della Risoluzione 1701 (RISOLUZIONE 1701 DEL 2006), e solo di quella, quando invece, la stessa menziona tanto la 1559 del 2004 quanto la 1680 del 2006, oltre agli accordi di Taif. I documenti occorre che siano letti e compresi. E se li studiassero anche i nostri politici, invece di lasciarsi andare alla frenesia dell’annuncio prima di capire che cosa dire e di pensarlo prima.
Ma torniamo alla 1701. Ci sono, in particolare, due passaggi che io reputo importanti in questo testo. Non ci si può fermare infatti al “semplice”: “The force shall, in addition to carrying out its mandate under resolutions 425 and 426 (1978) … monitor the cessation of hostilities” come riportato al paragrafo 11 (a). Troppo facile e fin troppo semplicistico.
Come invece un presunto, lo ripeto, esperto mi risulta abbia affermato.
I due passaggi sono tratti dai paragrafi 8 e 12. Per iniziare, nel paragrafo 8 si legge: “Calls [si riferisce al Consiglio di Sicurezza] for Israel and Lebanon to support a permanent ceasefire and a longterm solution based on the following principles and elements: full respect for the Blue Line by both parties … security arrangements to prevent the resumption of hostilities, including the establishment between the Blue Line and the Litani river of an area free of any armed personnel, assets and weapons other than those of the Government of Lebanon and of UNIFIL … full implementation of the relevant provisions of the Taif Accords, and of resolutions 1559 (2004) and 1680 (2006), that require the disarmament of all armed groups in Lebanon …». E, infine, al paragrafo 12: «Acting [si riferisce sempre al Consiglio di Sicurezza] in support of a request from the Government of Lebanon to deploy an international force to assist it to exercise its authority throughout the territory, authorizes UNIFIL to take all necessary action in areas of deployment of its forces and as it deems within its capabilities, to ensure that its area of operations is not utilized for hostile activities of any kind, to resist attempts by forceful means to prevent it from discharging its duties under the mandate of the Security Council …”.
Ho sottolineato le parti su cui si dovrebbe riflettere.
Ma, tanto per citarne un paio, “security arrangements” e “all necessary action” che cosa mai potrebbero significare? Io un’idea ce l’avrei. Io credo che il “combinato disposto” dei passaggi di cui sopra, a parte le evidenti responsabilità e inettitudine del governo libanese e delle sue forze di sicurezza, dovrebbe rendere chiaro che, delle due una, o che i contingenti non hanno mai fatto quello che nella risoluzione è scritta o che la declinazione in “ordini esecutivi”, incluse le regole di ingaggio (ROE), sia stata fatta all’acqua di rose.
Volutamente? Comunque, inevitabile dedurre che se nessuno ha mai preso a cuore quel “security arrangements”, qualcun altro lo doveva pur fare. E questo non poteva che essere Israele, la principale vittima di quella mancanza di sicurezza.
Mi fermo qui, solo ribadisco la necessità che occorre stare attenti alle interpretazioni e alle dichiarazioni semplicistiche di presunti esperti “strategici”. Alcuni, peraltro, probabilmente anche ben pagati dal contribuente.
Perché il testo della risoluzione lascia intendere uno spettro di responsabilità di UNIFIL ben più ampio del semplice “monitor the cessation of hostilities”.

Che la stampa si lasci andare a solleticare il nervo dell’indignazione dei lettori passi, ma che professionisti con le stellette raccontino barzellette non è tollerabile.
I militari sul campo fanno ciò che è politicamente consentito loro di fare. Questo è vero. Ma, mi spiace, non è serio né obiettivo difendere a spada tratta l’operato dei caschi blu in quella terra. Smettiamola!
Il risultato è purtroppo sotto i nostri occhi, cioè il suo fallimento.
E il testo della Risoluzione 1701, chiamata in causa a difesa, potrebbe infatti raccontare qualcosa di diverso da quello che viene raccontato.
Ora, Israele ha commesso un errore negli incidenti di questi ultimi giorni? Forse, ma non è tanto in quello che tutti credono. L’errore, invece, potrebbe essere stato nell’aver probabilmente “delegato”, inizialmente, a livello militare la richiesta all’Unifil di sgomberare alcune posizioni. Meglio sarebbe stato averla avanzata ben prima sui canali diplomatici.
Se lo ha fatto solo ora, e violando persino una base ONU, certo non depone bene.
Purtroppo. Ma questo, mi spiace è cronaca, cronaca di una guerra. Anche se, ovviamente, in guerra molte iniziative a livello tattico possono avere spiacevoli conseguenze diplomatiche e tragiche sul terreno.
Va da sé, comunque, che non si può escludere che le azioni israeliane siano il frutto di quanto venisse di volta in volta rilevato sul terreno dalle loro forze sul campo. Lo ripeto, è una guerra, le forze operano su un terreno difficile e insidioso, dove sono richieste reazioni immediate. Quindi può verificarsi qualsiasi incidente, anche più tragico di quanto già accaduto.
Tuttavia, siamo certi che Israele non avesse già chiesto “dietro le quinte”, sui canali giusti, di lasciargli campo libero anche per la sicurezza del contingente internazionale? Non lo sapremo presto e forse mai. Ma se fosse avvenuto e tale richiesta fosse rimasta inascoltata sarebbe politicamente grave.
Il recente comunicato rilasciato dall’ambasciata israeliana a Roma, al di là dell’impegno nel condurre un’indagine sull’accaduto è un atto d’accusa bello e buono sulla condotta subdola di Hezbollah che sfrutta il riparo dei caschi blu per colpire l’IDF ma, soprattutto, sulla distrazione di questi ultimi nei riguardi delle attività di Hezbollah a immediato ridosso delle installazioni dei peacekeepers.
Facile giustificazione, dirà qualcuno.
Purtroppo, non possiamo più sperare che non vengano fuori filmati che lo possano testimoniare. Nella bozza iniziale di questo mio pezzo, avevo scritto del mio auspicio che non ne esistessero ma che, ove avessimo noi tirato troppo la corda contro di loro, gli israeliani non avrebbero avuto problemi nel renderli pubblici se esistenti. È successo.
Prima ho parlato di guerra.
Purtroppo, il fatto che si tratti di una guerra non sembra essere entrato nella testa di politici e governanti. E, ancora, il fatto che ci sia e che questo significhi, inequivocabilmente, il fallimento di un pur apprezzabile tentativo delle Nazioni Unite di evitarlo, non sembra toccare le ramificazioni neurali dei rappresentanti politici in ogni dove.
Ciò, peraltro, non significa affatto che le Nazioni Unite abbiano fallito. Chi lo pensa parte da un approccio non corretto, non considerando che per valutare l’operato dell’ONU occorre seguire un tracciato “apofatico”, si direbbe in teologia, cioè fare pace con il concetto di “cosa non è”. In sintesi, l’ONU non è il governo del mondo.

È la migliore approssimazione che ci sia e che ci potrà mai essere. Può sbagliare in tantissime cose e in tantissime decisioni, financo adottando risoluzioni inutili o, ancora, essere ritenuto il braccio esecutivo a coprire le volontà dei potenti. Ma meno male che c’è. Perché si dovrebbe fare un semplice esercizio di pensiero per rendersi conto di cosa sarebbe il mondo se non ci fosse.
Capisco pure l’imbarazzo di politicanti indotti a dichiarare senza alcun indugio che “dal Libano non ce ne andremo”. O anche il grido di qualcuno che chiede la revisione delle regole d’ingaggio (ROE).
Ma la domanda fondamentale da porsi oggi è: rimanere e rendere le ROE più dure per fare che cosa? Forse per sparare all’IDF? Il comunicato israeliano mette a nudo il fallimento di UNIFIL, non per colpa di Israele, ma di Hezbollah. Sarebbe ora che di questo i nostri governanti, politici tutti, ma anche Sanchez e Macron, per fare solo alcuni nomi, se ne rendano conto.
Ma UNIFIL è allo stato attuale, e più di sempre, perfettamente inutile e va ritirato.

Che lo si decida a livello ONU o sno. Anche dovesse significare una posizione troppo sbilanciata a favore “dell’arrogante sionista”. Ma un chiaro e più forte segnale al regime iraniano e ai terroristi che foraggia.
È l’imbarazzo di chi, avendo dovuto capire in tempo utile e decidere per tempo il ritiro di quei contingenti, ritiene di non poterlo fare adesso dopo gli incidenti dei giorni scorsi.
E ora non sa come giustificare un’uscita che sarebbe ritenuta deplorevole e si trova costretto a proteggere il proprio comodo posto politico offrendo un facile e utile colpevole all’opinione pubblica: lo stesso Israele.
Un colpevole per tutto ciò che dovesse accadere in futuro. Un gioco ipocrita.

Giorni fa, il ministro Guido Crosetto ha detto che né i paesi contributori né l’ONU obbediscono agli ordini dell’IDF, riferendosi al fatto che le forze israeliane avevano chiesto di abbandonare alcune basi. Posso essere d’accordo, purtroppo si sarebbe dovuto fare da tempo. Tuttavia, lui scorda, colpevolmente, e con lui tutto l’entourage che lo supporta, che invece anche questo è già accaduto in passato.
E, paradossalmente, potrebbe costituire un precedente significativo.
Di cui Israele ha buona memoria. Accadde con l’UNEF (United Nations Emergency Force), quella forza schierata al termine della crisi di Suez.
E accadde nel maggio del 1967. La forza venne ritirata di fatto su esplicita e insistita richiesta di Nasser, che aveva un chiaro scopo militare.
Quell’evento costituì uno dei tanti indizi che spinsero Israele, dopo poche settimane, ad attaccare per primo (preemptive attack) in quella che passerà alla storia come la Guerra dei Sei Giorni.
Pertanto, visto quel precedente e vista l’inutilità di UNIFIL nel tempo, che fiducia possono mai avere gli israeliani sulle posizioni internazionali visto che quando sono gli arabi a chiederlo i contingenti internazionali vengono ritirati ma quando è Israele a chiederlo se ne riceve un ostinato e anche irragionevole rifiuto?
Ecco, dietro la cronaca c’è tutto un mondo che riguarda le responsabilità politiche di personaggi che sarebbero chiamati a rivestirle. Iniziando dal riflettere e quindi dal formulare pensiero.
Ma personaggi che evidentemente o non ne hanno voglia o non ne hanno la stoffa. O tutte e due le cose
*Generale di Corpo d’Armata (ris) dell’Esercito
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