Libano: la resistenza a oltranza di Hezbollah come strategia politica e militare

Di Giuseppe Gagliano*

BEIRUT.  Hezbollah si prepara a quello che definisce senza esitazioni uno scontro decisivo, una battaglia finale che non va letta soltanto come l’ennesimo capitolo del confronto con Israele, ma come un passaggio esistenziale per l’intero asse della resistenza filo-iraniana.

Milizie di Hezbollah

Il messaggio che arriva dai suoi ambienti è netto: resistere a ogni costo, trascinare il conflitto sul terreno, trasformare il sud del Libano in uno spazio di logoramento dove la superiorità tecnologica e aerea israeliana possa essere almeno in parte neutralizzata da un nemico che conosce villaggi, alture, tunnel, reti sociali e psicologia del territorio.

Dopo mesi di bombardamenti e dopo la nuova escalation successiva all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei da parte di Stati Uniti e Israele, Hezbollah considera chiusa la stagione della pazienza tattica.

L’ex Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei

Il movimento sciita ritiene che il cessate il fuoco del novembre 2024 sia ormai svuotato e che il conflitto sia entrato in una fase nuova, più dura, più scoperta, più totale. Da questo punto di vista la retorica della “resistenza a oltranza” non è propaganda: è il tentativo di tenere compatta la propria base sociale mentre il Libano sprofonda di nuovo nella distruzione.

Il terreno come unica possibilità di riequilibrio

Sul piano strategico-militare il quadro resta però profondamente asimmetrico. Israele mantiene una superiorità schiacciante nella potenza di fuoco, nell’intelligence, nella copertura aerea e nella capacità di colpire in profondità.

Hezbollah sa benissimo di non poter vincere una guerra convenzionale.

La sua scommessa è un’altra: non conquistare, ma impedire al nemico di trasformare la superiorità tecnica in risultato politico.

È la logica classica delle guerre irregolari: sopravvivere, infliggere perdite, mostrare resilienza, far pagare il costo dell’invasione, logorare il fronte interno avversario e presentarsi, alla fine, come l’attore che non è stato spezzato.

Un carro armato israeliano in un villaggio del Libano del Sud

Se Israele allargherà davvero l’operazione terrestre nel Sud del Libano, Hezbollah tenterà di combattere là dove si sente relativamente più forte: imboscate, fuoco ravvicinato, mobilità locale, dispersione delle unità, uso politico della sofferenza civile e sfruttamento dell’ambiente umano come profondità strategica. In questa prospettiva il Partito di Dio non punta a una vittoria militare classica, ma a una vittoria per attrito, cioè a dimostrare che sconfiggerlo in modo definitivo è impossibile.

Il Libano ostaggio di una guerra più grande

Il problema è che il teatro libanese non è più soltanto libanese. Hezbollah legge lo scontro con Israele come parte di una partita regionale che si decide soprattutto sull’asse Washington-Teheran.

Se l’Iran dovesse resistere all’urto americano e israeliano senza essere piegato, l’intero campo filo-iraniano potrebbe rivendicare una forma di successo storico. Se invece Teheran uscisse mutilata, isolata o destabilizzata, anche Hezbollah perderebbe profondità politica, militare e simbolica.

Qui emerge il nodo geopolitico centrale: il Libano non è più soltanto uno Stato fragile con una milizia potente al suo interno, ma è diventato un segmento operativo della competizione tra Stati Uniti, Israele e Iran. E ogni escalation interna viene decisa sempre meno a Beirut e sempre più dentro un equilibrio regionale in cui i libanesi pagano il prezzo di decisioni prese altrove.

Beirut divisa tra resa negoziata e logica della resistenza

Sul piano politico interno lo scontro investe direttamente il futuro dello Stato libanese.

Il Governo di Nawaf Salam e la presidenza di Joseph Aoun appaiono orientati, almeno secondo la narrazione di Hezbollah, verso una sistemazione che riduca il peso militare del Partito di Dio e apra a un accomodamento con Israele.

Per Hezbollah, però, pace significa resa. E questa parola, resa, è il vero bersaglio polemico del movimento sciita: non soltanto Israele, ma anche quella parte del Libano che considera conclusa la stagione delle milizie e vorrebbe ricondurre il monopolio della forza nelle mani dello Stato.

Il punto è che lo Stato libanese non ha oggi né la forza coercitiva né la legittimità politica per imporre davvero il disarmo di Hezbollah.

Per questo il movimento continua a parlare come un soggetto che, a differenza delle istituzioni ufficiali, non si sente in via di esaurimento ma ancora radicato, rappresentativo, armato e capace di lunga durata.

Gli scenari economici di una nuova devastazione

Sul piano economico la ripresa della guerra apre scenari catastrofici.

Oltre un milione di sfollati in due settimane significa ulteriore collasso dei consumi, paralisi delle attività produttive, distruzione di infrastrutture, crollo del turismo, fuga di capitali e aggravamento di una crisi finanziaria che il Libano non ha mai davvero superato.

Ogni giorno di guerra allontana investimenti, ricostruzione e credito internazionale. In altre parole, Hezbollah può anche pensare di resistere militarmente, ma il Paese che dice di difendere rischia di non avere più una base economica su cui reggersi.

Sul terreno geoeconomico il conflitto rafforza inoltre la dipendenza del Libano dalle reti di sostegno esterne, dai circuiti informali, dalle rimesse e dagli aiuti politicizzati.

E questo finisce per favorire proprio gli attori armati e organizzati, cioè coloro che sanno distribuire protezione, reddito e appartenenza quando lo Stato fallisce.

La guerra, dunque, non impoverisce soltanto il Libano: ne modifica anche gli equilibri di potere, premiando i soggetti più militarizzati.

Una guerra che nessuno può davvero controllare

Hezbollah proclama che è impossibile sconfiggerlo. È una frase che contiene insieme una forza e una debolezza. La forza sta nella sua capacità reale di sopravvivere, di radicarsi e di tornare a combattere anche dopo colpi durissimi.

La debolezza sta invece nel fatto che questa sopravvivenza, per il Libano, può coincidere con una lenta rovina nazionale.

Il Partito di Dio può forse evitare la distruzione totale di sé stesso, ma non può impedire che il paese venga trascinato ancora una volta dentro una guerra di logoramento che lo dissangua.

La verità è che il conflitto tra Hezbollah e Israele non promette una soluzione.

Promette soltanto una lunga prova di resistenza reciproca, nella quale ciascuno cercherà di convincere l’altro di non poter essere piegato. Ma quando due attori si dichiarano entrambi invincibili, di solito il risultato non è la vittoria: è la devastazione.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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