Libano: Trump annuncia la tregua, Hezbollah smentisce i fatti

Di Giuseppe Gagliano*

BEIRUT. Nel Medio Oriente della guerra permanente esiste una regola che Washington continua a fingere di non vedere: non basta strappare un assenso ai governi per fermare le armi, se chi combatte davvero non riconosce l’accordo. La tregua di dieci giorni annunciata da Donald Trump tra Israele e Libano nasce esattamente dentro questa contraddizione. Il presidente americano ha parlato di intesa raggiunta con Benjamin Netanyahu e con il presidente libanese Joseph Aoun, presentandola come l’avvio di un possibile percorso verso la pace. Ma quasi subito Hezbollah ha chiarito che un cessate il fuoco, per essere reale, dovrebbe includere la fine totale degli attacchi israeliani su tutto il territorio libanese e soprattutto l’assenza di libertà operativa per le forze israeliane in Libano. In altre parole: gli Stati possono firmare, ma il soggetto armato decisivo non si considera vincolato. È qui che la tregua smette di apparire come una svolta e comincia ad assomigliare a una costruzione diplomatica senza monopolio della forza.

Il Presidente americano Donald Trump

 

Il limite strutturale dello Stato libanese

Il problema non è solo militare. È istituzionale. Il Libano ufficiale non coincide con il Libano reale. Beirut può sedersi a un tavolo, ricevere emissari statunitensi e accettare formalmente una pausa nei combattimenti; ma il controllo effettivo del territorio e della decisione bellica resta parziale, frammentato, condizionato dalla presenza di Hezbollah come attore politico-militare autonomo. Per questo un cessate il fuoco tra Israele e autorità libanesi non equivale automaticamente alla fine della guerra. Al contrario, rischia di mettere a nudo l’impotenza dello Stato libanese, costretto a rappresentare una sovranità che non esercita fino in fondo. Reuters ha riferito che l’intesa prevede il ruolo del governo libanese nel prevenire attacchi contro Israele e riafferma le forze di sicurezza libanesi come sola autorità difensiva del Paese, ma proprio questa formula rivela la distanza tra l’architettura legale del Libano e la realtà dei rapporti di forza sul terreno.

Miliziani di Hezbollah

 

Israele congela il fronte, ma non rinuncia alla libertà d’azione

Dal punto di vista strategico-militare, la tregua proposta da Trump non è una pace, ma una sospensione tattica utile a Israele e agli Stati Uniti. Israele ottiene tempo, alleggerisce la pressione internazionale e conserva, secondo la formulazione emersa dall’intesa, il diritto ad agire per autodifesa. In termini concreti, significa che Tel Aviv non accetta una vera neutralizzazione del fronte libanese: accetta soltanto una finestra di contenimento, nella quale misurare il comportamento di Hezbollah e valutare l’andamento del negoziato più importante, quello con l’Iran. È una tregua che non scioglie il conflitto, ma lo amministra. E infatti Hezbollah ha colto subito il punto: se Israele mantiene margini di manovra dentro il Libano, allora la tregua diventa asimmetrica e può trasformarsi in una copertura diplomatica per la continuazione selettiva delle operazioni.

 

La vera partita è Teheran, non Beirut

Il Libano, in questa fase, è soprattutto un segmento della più ampia partita regionale che ruota attorno ai negoziati tra Stati Uniti e Iran. L’amministrazione Trump sta cercando di mostrare una doppia postura: disponibilità diplomatica e minaccia militare estrema. Nelle stesse ore in cui annunciava il cessate il fuoco libanese, Washington faceva filtrare che i colloqui con Teheran proseguono, anche grazie alla mediazione pakistana e al sostegno turco, ma il Pentagono ribadiva di essere pronto a colpire infrastrutture energetiche e centrali elettriche iraniane se la trattativa dovesse fallire. Dunque la tregua in Libano va letta come una manovra di stabilizzazione periferica per liberare spazio negoziale sul dossier iraniano, non come il frutto di una riconciliazione israelo-libanese. Pakistan e Turchia stanno effettivamente lavorando per mantenere vivo il canale diplomatico con Teheran, mentre Washington continua a usare il linguaggio della coercizione.

 

Lo scenario economico: petrolio, rischio e premio geopolitico

Sul piano geoeconomico la tregua ha un valore immediato, anche se fragile. Ogni segnale di contenimento del fronte libanese riduce, almeno temporaneamente, il premio di rischio incorporato nei mercati energetici. In un contesto in cui il blocco navale contro l’Iran, la crisi di Hormuz e le minacce alle infrastrutture regionali hanno già destabilizzato petrolio, gas e assicurazioni marittime, una pausa dei combattimenti tra Israele e Hezbollah funziona da anestetico psicologico per i mercati. Ma proprio per questo la sua inconsistenza politica la rende pericolosa: una tregua non riconosciuta dal principale attore armato libanese non rassicura davvero investitori, armatori e governi importatori. Rallenta il panico, non lo spegne. Se la pausa regge, i prezzi energetici possono respirare; se crolla, il ritorno dell’instabilità sarà ancora più brusco perché arriverà dopo un’illusione di normalizzazione. Reuters ha collegato esplicitamente il fronte libanese alla più ampia campagna statunitense e israeliana contro l’Iran e alle sue conseguenze sui mercati energetici globali.

 

La diplomazia spettacolo e il rischio della delusione

Trump ragiona in termini di annuncio, personalizzazione e teatralizzazione del risultato. Convoca leader, promette vertici alla Casa Bianca, invia figure di primo piano e presenta ogni sospensione delle armi come premessa di una pace imminente. Ma il Medio Oriente non è un terreno su cui la diplomazia spettacolo produca automaticamente ordine. Anzi, qui spesso produce il contrario: alza le aspettative, comprime i tempi, sovrappone piani diversi e finisce per mostrare la distanza tra comunicazione politica e rapporti reali di potere. Una tregua che non passa per Hezbollah non è una tregua piena. È un messaggio rivolto più agli alleati, ai mercati e al tavolo iraniano che ai combattenti sul terreno.

 

Una pausa armata, non una pace

La verità è che il Libano resta ostaggio di una formula impossibile: uno Stato che tratta, un movimento armato che decide, Israele che colpisce, Washington che annuncia. In questo schema, dieci giorni possono servire a congelare momentaneamente il conflitto, ma non a risolverlo. E forse è proprio questo il punto: non siamo davanti a una pace mancata, ma a una pausa armata inserita in una guerra regionale più grande. Beirut è il teatro visibile. Teheran è il centro strategico. E la tregua di Trump, più che chiudere una crisi, prova soltanto a guadagnare tempo prima della prossima.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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