Liberta’ di stampa: Giù le mani da chi grida la verità. Storie di giornalisti vittime dei regimi

Di Giusy Criscuolo

Roma. “Viviamo in un’epoca di sfide senza precedenti. I giornalisti svolgono un ruolo fondamentale per proteggere e promuovere i diritti umani, la democrazia e la libertà dei media. Troppo spesso si mettono a rischio per proteggere questi principi essenziali. Dobbiamo unire le forze e opporci a coloro che cercano di mettere a tacere le voci dei giornalisti e che scelgono di reprimere la libertà dei media”.

(François Philippe Champagne – ministro degli Affari esteri canadese)

E’ questa una frase simbolo lanciata durante la Global Conference for Media Freedom 2020 e alla quale anche l’Italia ha partecipato.

Uomini afgani portano la bara del giornalista Malalai Maiwand, ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre si recava al lavoro a Jalalabad, in Afghanistan, il 10 dicembre 2020 (Reuters / Parwiz)

Così come il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau, ha sottolineato durante l’apertura ai lavori: “Le società sono sane quando i giornalisti possono esercitare liberamente il loro lavoro e quando i cittadini possono ottenere informazioni affidabili e veritiere. Dobbiamo lottare per una società più sana, in cui tutti, ovunque siano, possano essere liberi di esprimersi al meglio ed insieme”.

Ma al giorno d’oggi, proprio nel XXI secolo, sembra che la libertà di stampa rischi una retrocessione temporale.

Sia per le notizie false e fuorvianti che spesso, con i nuovi media, sono messe in circolazione che per l’impossibilità di giornalisti e attivisti di comunicare la realtà a diverse latitudini del mondo.

Parlo di Paesi in cui non esiste la parola democrazia.

Il compito di queste figure è gettare luce sulle violazioni dei diritti umani, sugli errori volutamente taciuti, per fare in modo che il lettore o colui che usufruisce delle informazioni, sia libero di farsi una propria opinione. Informazioni che dovrebbero essere scevre da condizionamenti politici e soprattutto attinenti alla realtà dei fatti.

Oggi sembra che ci sia una dittatura travestita da democrazia. “Questo si può dire, questo no!”.

Soprattutto in luoghi dove, né ai giornalisti, né a chi cerca di denunciare violazioni, è concesso di narrare i fatti, perché creerebbero precedenti anche a livello geopolitico.

In questa foto del 2 giugno 2020, il giornalista Roohollah Zam parla durante il suo processo al tribunale rivoluzionario di Teheran. Le autorità hanno condannato a morte Zam e il 12 dicembre 2020 lo hanno giustiziato. (Ali Shirband / Mizan News Agency tramite AP)

Tutto ciò, mettendo in pericolo la democrazia e migliaia di vite umane. Uomini e Donne, costretti a fuggire dai loro paesi di origine perché perseguitati e che continuano a denunciare anche a distanza, ma senza avere le garanzie che questa libertà possa continuare ad essere esercitata.

Il 14 marzo, il blogger Mehman Huseynov e l’attivista sociale Ulvi Hasanli sono stati arrestati dalla polizia nella regione di Abseron, penisola dell’Azrbaijan, e sono stati rilasciati poche ore dopo l’interrogatorio, solo perché possedevano un drone per il reperimento di informazioni.

Lo stesso giorno, un altro blogger ed emigrante politico, Muhammad Mirzali, è stato aggredito in Francia.

Persone sconosciute lo hanno pugnalato più volte e sono fuggite.

Il blogger è stato ricoverato in gravi condizioni.

Le autorità azere, durante la sua permanenza a Baku, avrebbero ripetutamente cercato di zittirlo, ma senza risultato.

Così, tre anni fa hanno arrestato il padre e suo cognato.

In base al rapporto stilato dall’IRFS (Istituto giornalistico indipendente per la promozione della libertà di espressione) con sede in Azerbaijan, durante l’arresto, le forze dell’ordine avrebbero detto ai due uomini di obbligare Mirzali a smetterla con i suoi blog critici.

Secondo i rapporti, il padre di Mirzali sarebbe stato rilasciato dopo un giorno e suo cognato dopo sei mesi.

Ma non riuscendo a fermare le denunce del giovane 27enne, circa 2 settimane fa, dopo ripetute minacce legate alla vita dei familiari, hanno pubblicato un video sulla vita personale della sorella violandone privacy e diritti.

Lo stesso blogger, nell’ottobre 2020, sarebbe sfuggito ad un attentato, denunciando minacce ricevute via sms da personalità conosciute e alle quali rispondeva che non avrebbe mai smesso di denunciare ciò che non andava.

Mahammad Mirzali il blogger 27enne accoltellato – Credit Web

Numerosi i giornalisti e gli attivisti che sono stati obbligati a migrare o che si sono ritirati in esilio volontario per evitare di essere perseguitati in patria.

Una terra quella di nascita che non può garantire loro protezione e con la quale entrano in contrasto operando denunce su palesi violazioni dei diritti umani.

Costretto dunque a fuggire da Baku, anche nel suo “esilio” è stato raggiunto.

A Nantes, città della Francia occidentale, il blogger Mahammad Mirzali, esiliato politico, stava passeggiando nel centro della città, quando sei uomini gli si sono avvicinati e hanno iniziato a prenderlo a pugni, pugnalarlo su braccia, mani, gambe, collo e il viso, tentando anche di tagliargli la lingua.

Fortunatamente sono stati bloccati dall’intervento di alcuni passanti che li hanno messi in fuga.

Il giovane attivista gestisce il video blog di YouTube, Made in Azerbaijan e che vanta 265mila iscritti, ma che attira milioni e migliaia di visitatori.

Le denunce al governo azero sono tante e la popolarità dei video/denuncia del blogger, hanno dato fastidio a qualcuno.

Secondo numerosi quotidiani francesi e tedeschi, Afgan Mukhtarli, giornalista azero anche lui in esilio, ma in Germania e amico del blogger, sarebbe riuscito a parlarci, dicendo che a Mirzali sono state inferte 16-17 ferite da coltello e che si trova in condizioni critiche.

Blog Youtube gestito da Mirzali

Mukhtarli, avrebbe detto che l’attacco potrebbe essere un tentativo di mettere a tacere il blogger, che affronta argomenti spinosi e scomodi, parlando della persecuzione subita dai giornalisti e dagli attivisti dell’opposizione, della corruzione e di altre tematiche scomode. Violenze probabilmente operate, a detta di Mukhtarli e dedotte dalle denunce del blogger, da parte di elementi legati alla presidenza.

Secondo il giornalista, sembrerebbe che Mirzali abbia chiamato la polizia appena avrebbe notato che degli uomini si stavano avvicinando a lui.

Una disegno che gira sui siti azeri e che dice – Voci silenziose dell’Azerbaigian in fuga dalla paura – Articolo 19

L’avvocato Khalid Agaliyev (Istituto per i diritti dei media) in un’intervista rilasciata all’agenzia ASTNA, ha dato interessanti chiarimenti su alcune dinamiche in terra azera riguardo alla libertà dei media.

Alla domanda sul perché la vita del blogger già ampiamente messa in pericolo, non sia stata protetta dallo Stato ospitante, avrebbe risposto:

“Come abbiamo notato in precedenza, i paesi del Consiglio d’Europa sono obbligati a indagare sui raid e sulle minacce contro i giornalisti, assicurando gli autori alla giustizia.

Questo impegno vale anche per garantire la stessa sicurezza del Paese ospitante.

Se ci sono minacce reali contro qualsiasi giornalista o blogger, i governi devono prendere le misure necessarie per proteggerlo. Se c’era una minaccia, un pericolo e se le istituzioni ad esso associate lo sapevano, ma la minaccia ha portato a gravi conseguenze, allora possiamo dire che le misure delle istituzioni di protezione associate sono inefficaci”.

I giornalisti protestano per l’omicidio della loro collega Maria Helena Ferral nella piazza Lerdo a Xalapa, nello stato di Veracruz, in Messico, il 1 ° aprile 2020 (AFP / Hector Quintanar

Sembra che la polizia francese abbia aperto un’indagine sull’incidente, ma ad oggi non risultano esserci novità.

Il CPJ (Comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York) ha inviato una richiesta di commento al Ministero degli Interni francese tramite la sua pagina web ufficiale e al Ministero degli Affari Interni azero via e-mail, senza ricevere alcuna risposta.

Questa e solo una delle tante storie, in cui si prova a far tacere la verità.

Secondo il rapporto 2020 stilato dal CPJ, il numero dei giornalisti uccisi nell’adempimento del loro lavoro dall’inizio della pandemia e più che raddoppiato.

Uccisioni operate soprattutto da bande criminali e gruppi militanti che proliferano in nazioni repressive o in nazioni definite democratiche.

Mentre sono diminuite le morti per guerra.

Una presa di coscienza sempre più evidente.

Tenendo sempre presente che la libertà di espressione è sancita dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Garantita anche dall’articolo 19 del “Patto di New York” e dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Ma nonostante determinate garanzie, c’è ancora molto da fare.

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