Libia, azione militare come risposta ad una strategia scafista?

Di Marco Pugliese

Roma. La Libia ormai occupa stabilmente quasi ogni discorso in seno al Governo italiano. L’opzione militare, a volte osteggiata, altre volte abilmente evitata, appare sempre più come l’unica complessa via per arginare il fenomeno migratorio in atto nel Mediterraneo.

Un posto di controllo in Libia

Motivo per cui in questi giorni sono in corso le audizioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’accoglienza, dal Governo trapela l’ipotesi che dietro gli sbarchi pasquali (8.500 immigrati) vi sia una regia coordinata, una strategia “militare” che serva a destabilizzare l’Italia. Prima dell’ultimo sbarco, certi discorsi parevano impossibili, come certe ipotesi, giudicate.

La strategia però a Roma pare mutata. Come rispondere ad azioni strategiche (si sospetta un patto tra scafisti e Stato Islamico) di questo tipo? Con opzione militare direbbe la logica. Nel momento in cui sono gravemente minacciati interessi nazionali e confini le Forze Armate diventano la soluzione. L’obiettivo di una missione in Libia? Neutralizzare la rete criminale che gestisce i flussi, mettere in sicurezza i porti e creare dei centri d’identificazione in loco ove gli aventi diritto possano essere messi in sicurezza e scortati in territorio sicuro. (europeo, non necessariamente italiano).

Migranti su un barcone nel Mediterraneo

La missione come sarebbe strutturata? Il comando sarebbe italiano, la missione NATO, i militari tra i 12.000 ed i 15.000. Porti, centri e strutture particolari sarebbero messe in sicurezza da forze occidentali, il resto andrebbe sotto controllo libico con presenza di “consulenti NATO” atti ad stabilire sinergia tra comandi.

Ma, attualmente, quali forze Roma può schierare? Secondo fonti informate le forze che l’Italia potrebbe mobilitare rapidamente per l’intervento in Libia sono costituite da Forze speciali, paracadutisti della Brigata Folgore (da tempo mantenuta in riserva di pronto impiego per un’emergenza in Libia) e fucilieri di Marina della Brigata San Marco con una dozzina tra cacciabombardieri AMX, droni e aerei da trasporto affiancati da altrettanti elicotteri (da trasporto e combattimento).
Inoltre, la Marina Militare schiera da tempo di fronte alle coste libiche una mezza dozzina di navi che di fatto servono a proteggere le piattaforme off-shore dell’ENI ed a intervenire per difendere gli interessi nazionali e il terminal del gasdotto Greenstream di Melitha, ad ovest di Tripoli.

Questo dato è importante. Tali navi potrebbero rappresentare una testa di ponte e fungere da cintura “protettiva”. In aggiunta potrebbe essere impiegata anche la portaerei Cavour insieme ad altro naviglio di recente costruzione. Il disimpegno “in acqua” consentirebbe di recuperare altre navi da dislocare di fronte alla Tunisia.

La portaerei italiana Cavour

La NATO garantirebbe la sicurezza delle altre porzioni marittime, l’occidentale con mezzi francesi in larga parte e l’orientale inglesi (basi greche e Cipro). Oltre ai reparti citati sopra, sarebbe necessario un richiamo di militari da altre missioni estere ora non prioritarie.

I dati ufficiali, aggiornati costantemente sul sito del ministero della Difesa, dicono che Roma, ad oggi, è impegnata in 26 missioni dislocate in 18 nazioni: sono 7.050 i militari assegnati in Italia all’operazione Strade sicure e circa 6.000 all’estero. Questo il serbatoio per la missione in Libia.

Ma quanti i militari recuperabili? Sono pochissimi perché le missioni più importanti hanno un compito delicato anche per motivi geopolitici. Disimpegnandosi si potrebbe arrivare, secondo cifre del Ministero a 3.800, più altri 5.000 dall’Italia e circa 5.000 dalla NATO si arriverebbe circa alla quota 14.000 uomini da impiegare sul territorio. Circa 2.500 i civili e altri 4.000 sarebbero i contractors (che verrebbero utilizzati per le strutture petrolifere e gli scali portuali).

Riassumendo, dunque, il ripetuto ruolo di leadership che l’Italia conta di avere in Libia e che gli Stati Uniti sarebbero disposti a riconoscere si scontra contro problemi di carattere logistico, arginabili ma che richiederebbero sforzi non indifferenti.

Economicamente sulla bilancia l’impegno costerebbe meno dei 4,5 miliardi d’euro annuali del piano accoglienza, in ogni caso si eviterebbero le stragi del mare. La prima decisione dovrà essere quella del limite di rischio da accettare prima di mandare truppe sul terreno, possibilmente con chiarissime regole d’ingaggio. La seconda decisione riguarderà il numero e la qualità tecnico-operativa delle truppe impiegate.

La terza e ultima decisione sarà propriamente politica: abbandonare certe aree a favore della Libia, mettere intorno ad un tavolo Tunisia, Algeria ed Egitto, stati limitrofi che dovrebbero collaborare attivamente nelle proprie acque nazionali. Nello stesso momento però, la Francia dovrebbe impegnarsi di più e meglio in Africa occidentale, territorio da cui provengono la maggior parte dei migranti.

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