Libia: Delegazione di sceicchi al Cairo e la Turchia si pone in assetto di attacco

Di Giusy Criscuolo

Bengasi. La giusta richiesta di Aqila Saleh, Presidente del Parlamento di Tobruk e portavoce delle Tribù, su un’equa ripartizione del “tesoro” libico, ad oggi resta una rivendicazione e nulla più.

Tutti per partito preso, continuano ad additare Haftar per il blocco dei porti petroliferi, nonostante la situazione sia stata ampiamente chiarita anche da Saleh in un’intervista rilasciata all’Adnkronos durante la sua visita politica a Roma. Saleh dice: “…Il blocco alle esportazioni di petrolio durerà fino a quando non saranno state soddisfatte le nostre richieste, che sono quelle di un’equa distribuzione dei profitti a tutti i libici…” confermando in questo modo una dichiarata presa di posizione sull’attuale blocco. Blocco richiesto alle Forze e non imposto dalle Forze del LNA. Ma anche davanti a tanta trasparenza si punta il dito contro i soliti “noti”.

Terroristi e miliziani siro turchi – credit Twitter

E’ giusto chiarire, come già ampiamente fatto in uno speciale sulle tribù libiche (Alleanze Tribali e Mezza luna petrolifera pag 37 del PDF), che a bloccare i porti e la produzione di petrolio sono le Tribù e non LNA, del quale si avvalgono per difendere i beni libici (come Sarraj si appoggia alle milizie di Tripoli e ai mercenari siriani, le Tribù hanno bisogno di essere difese e tutelate e per questo hanno dato il mandato ad Haftar e al LNA).

Tribù che hanno potere di veto sulle zone dell’oro nero. Non è raro trovare informazioni politicizzate, in cui si legge sovente di notizie riguardanti la chiusura di pozzi petroliferi. La più grossa lanciata all’inizio del gennaio 2020 quando Erdogan, ancora in sordina, aveva intrapreso ad inviare i primi mercenari siriani.

La colpa di questi blocchi viene sempre affibbiata al LNA e al Feldmaresciallo Haftar, ma è giusto tenere presente che ad avere il comando sulla Mezzaluna petrolifera sono le Tribù. Questo, oramai, “usuale” atteggiamento di chiudere i giacimenti e le strutture petrolifere non solo riorganizza la mappa del tessuto libico, ma evidenzia l’influenza e il ruolo delle tribù, come realtà attiva e reattiva di fronte agli eccessi e alla corruzione del governo di Al-Wefaq.

Da quando Ankara si è imposta subdolamente all’interno del paese nord africano, le Tribù libiche hanno deciso di imporsi attraverso la chiusura dei giacimenti petroliferi e porti, con il supporto di tutta la popolazione. Obiettivo principale: contrastare la corruzione del governo Al-Wefaq, nonché scoraggiare i mercenari siro/turchi.

La Libyan National Oil Corporation ha annunciato la sospensione delle spedizioni di greggio nel porto di Zawiya – Credit Internet

Il messaggio che le Tribù hanno inviato in gennaio e che inviano ogni qualvolta la produzione viene bloccata è rivolto alla Comunità Internazionale e al Consiglio delle Nazioni Unite: “Dovete trattare con i libici, non con coloro che vogliono svendere la Libia”. Questo messaggio esprime il completo rifiuto dei libici sull’impossibilità di poter essere padroni del loro territorio e delle loro ricchezze, messe a disposizione di Società straniere. Ma ancor più evidente il loro disagio nel sottolineare che tutta questa ricchezza, viene utilizzata da realtà non autoctone che hanno contribuito ad aumentare la crisi del Paese. Con questi problemi a monte, diventa evidente il perché del blocco sulla produzione di petrolio.

Ma ad ascoltare i delegati delle Tribù, sono solo quelle realtà regionali arabe e nord Africane del Mashreq e del Magherb, che per cultura e storia comprendono il valore della loro esistenza. Ed è proprio in questa mattina che una delegazione Ufficiale delle Tribù, guidata dallo Sceicco Al-Senussi Al-Haliq vicepresidente del Consiglio supremo degli sceicchi e dei notabili della Libia (accompagnato da altri sceicchi e notabili) incontrerà il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi, per confermare la posizione della Camera dei rappresentanti.

Al-Senussi Al-Haliq con alcuni notabili delle tribù – Credit Facebook

Questo incontro, servirà a sottolineare il sostegno alla richiesta lanciata dal Parlamento di Tobruk all’Egitto. Dare alla vicina “sorella” il bene placido per intervenire militarmente in Libia. Il tutto a causa delle violazioni palesi nei confronti dei libici e della possibile minaccia rilevata dallo stesso Egitto per il proprio territorio. Senussi ha sottolineato che la crisi libica non riguarda solo l’Egitto, chiedendo ai paesi arabi di intervenire come successo con il Kuwait durante l’invasione dell’Iraq negli anni ’90 (prima guerra del Golfo).

“Appoggiamo il Parlamento e l’esercito nazionale libico per il bene e l’unità del paese, per un cessate il fuoco e per sostenere l’iniziativa del cancelliere Aqila Saleh di formare un nuovo consiglio presidenziale. Chiediamo che l’intervento sia arabo e non solo egiziano, perché la questione della Libia è una questione del mondo arabo e non il caso singolo della Libia e dell’Egitto…”, facendo così lo sceicco si appella apertamente alla Lega Araba. Ma probabilmente, i Paesi Occidentali non hanno interesse nell’invitare tali rappresentanze, visti gli interessi geoeconomici e geopolitici in essere.

Sa’id Mughyb – Credit Facebook Official Page

In attesa che le promesse e le parole prendano forma gli scontri non si placano e su Sirte e Al Jafra si allunga un’ombra nera, quella dell’imminente attacco programmato dalla Turchia e dai suoi miliziani siriani in appoggio ad Al Wefaq.

Il numero dei mercenari in Libia è salito ad oltre 15mila e da una settimana circa 11mila di loro, unitamente ad alti Ufficiali e militari turchi e alle forze della riconciliazione stanno stanziando nelle prossimità di Sirte in attesa del via libera per l’attacco. Le notizie messe in giro, per poche ore, sull’apertura di un dialogo egiziano/turco sono state prontamente smentite dal Cairo che nega qualsiasi avvicinamento.

Cartelloni per le strade di Bengasi – Credit Twitter

Lo stesso Sa’id Mughyb esponente del Parlamento di Tobruk, sulla sua pagina ufficiale di Facebook scrive: “La Turchia batte i tamburi di guerra e continua a inviare mercenari e sostenere le milizie. Il popolo libico ha due opzioni. Non esiste una terza: O difendono la loro terra con onore e dignità accettando il nemico o scelgono la morte che farà infuriare il nemico…”. Le risposte non sono affatto pacifiste, anzi puntano a sottolineare che il popolo libico è proiettato a morire per la propria patria: “Non ci sottoporremo alla colonizzazione come i nostri antenati”.

La frase sui tamburi di guerra si riverbera sui media come un mantra e tutti, tra giornalisti e analisti temono il peggio, anche perché a detta dei media non si era mai visto uno spiegamento simile, prima di oggi, attorno ad una città libica.

Ma se le ipotesi avanzate da tempo sul desiderio di Erdogan di ricreare il nuovo impero Ottomano, stanno trovando riscontro negli atteggiamenti tenuti dal Presidente turco nei confronti delle regioni del Magreb e del Mashreq, non ci sarebbe da stupirsi se questo spiegamento di forze avrebbe come obiettivo, non solo le città strategiche di Sirte e Al Jafra, ma anche le città dell’Est libico. A questo potremmo aggiungere che l’atteggiamento di stallo internazionale nei confronti dei crimini perpetrati da Ankara contro il popolo libico, non aiuta nella risoluzione politica del problema. Tutt’altro, ottiene l’effetto contrario, spingendo l’Anatolia nel suo progetto di colonizzazione e creazione di una regione estremista guidata da Fratellanza e Terroristi. Una realtà che soffocherebbe l’attuale identità libica, creandone una nuova fatta di milizie e posta in una zona strategica dell’Africa del Nord. Un avamposto perfetto per il controllo del nord Africa e del Mediterraneo.

Hasm 2020 esercitazione artiglieria – Credit Twitter

Lo schieramento di 11mila presenze in attesa di attaccare, divide la comunità che da una parte teme l’assalto e dall’altra si sente forte per l’appoggio dell’Egitto. Quest’ultimo sembra aver già dato la disponibilità per sostenere LNA contro gli attacchi aerei turchi con il sistema di difesa missilistico antiaereo S300 russo, utilizzato in 17 Paesi tra cui l’Egitto.

A differenza di altri sistemi di difesa aerea S300 può mirare contemporaneamente non ad uno, non a due, ma fino a sei bersagli. La sua potenza è stata ampiamente e volutamente mostrata durante l’ultima esercitazione egiziana “Hasm 2020”, finita proprio qualche giorno fa. Il training è stato condotto dalle unità della Regione Occidentale dell’Egitto congiuntamente a formazioni delle forze armate e a truppe speciali, tra cui alcuni paracadutisti e operatori SEAL. Per molti analisti, Hasm 2020 è stata voluta per mostrare i muscoli al “nemico”, sottolineando la grande capacità di fuoco e difesa in essere al Misr.

S300 VM in dotazione all’ Egitto – Credit Internet

Le città di Sirte e Al-Jufra sono state definite dal deputato e giornalista egiziano Mustafa Bakry come linea rossa di interesse multilaterale in quanto zona strategica per il controllo dell’oro nero nella Libia orientale: “L’Egitto non lascerà mai la Libia e il suo popolo fraterno preda dell’invasore turco”.

A far temere l’ipotesi di uno scontro “senza alba” anche le dichiarazioni del ministro della Sanità Sa’ad Aqub, che avrebbe chiesto ai dirigenti sanitari e ospedalieri di aumentare lo stato di emergenza a stato massimo nella “linea rossa”. Avrebbe chiesto soprattutto di incrementare le ambulanze nelle zone di Sirte e Al Jufra, tra l’ospedale Wadan e Al Afiya. Il tutto per aprire centri sanitari e cliniche combinati, utili a fornire tutti i servizi di assistenza sanitaria primaria e per facilitare la rapida fornitura di servizi medici e terapeutici in caso di possibili scontri.

Ministro della Sanità Sa’ad Aqub – Credit Internet

L’Italia con la visita di Aqila Saleh si sta riaffacciando sulla Libia come protagonista, ma è importante che prenda coscienza del fatto che Saleh e il rappresentante di milioni di libici che hanno il potere sulle zone petrolifere che interessano Eni. Le rassicurazioni rilasciate da Saleh a Di Maio permettono una boccata di ossigeno, ma non cambiano la situazione. Chissà se vedremo mai nei Palazzi di Stato italiani, una delegazione di sceicchi come quella che, questa mattina, sta incontrando il Presidente Al Sisi.

La cosa che ci si augura ad oggi è riuscire a scongiurare in tempo questo possibile scontro su Sirte, che pesa sul paese nord africano come un oracolo di Cassandra memoria.

 

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