Libia: il Paese di nuovo al centro del Mediterraneo. Washington e Ankara cercano un’intesa sul caos. La riunificazione come promessa, il controllo come posta in gioco

Di Giuseppe Gagliano*

TRIPOLI. La Libia resta uno dei grandi buchi neri del Mediterraneo allargato.

La mappa della Libia

Uno Stato spezzato, istituzioni doppie, eserciti rivali, banche centrali concorrenti, milizie trasformate in poteri locali, potenze straniere insediate sul terreno e una ricchezza energetica che continua a fare gola a tutti.

In questo quadro, il nuovo coordinamento tra Stati Uniti e Turchia non è un dettaglio diplomatico, ma il segnale di una possibile riorganizzazione degli equilibri nel Nord Africa.

Washington e Ankara, dopo anni di interessi paralleli ma non sempre coincidenti, sembrano oggi muoversi su tre tavoli: militare, finanziario e politico.

L’obiettivo dichiarato è favorire una progressiva ricomposizione delle istituzioni libiche, divise tra il Governo di Unità Nazionale di Tripoli, guidato da Abdelhamid Dbeibah, e il fronte orientale dominato dal Feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Il Generale Khalifa Haftar

Ma, come spesso accade in Libia, dietro il linguaggio della stabilizzazione si nasconde la vera domanda: chi controllerà l’energia, le coste, le basi militari e gli accessi al Mediterraneo centrale?

Il bilancio comune come primo banco di prova

Il passaggio più importante è stato l’accordo dell’11 aprile scorso sul quadro di spesa pubblica, il primo bilancio comune dal 2013.

In apparenza, si tratta di una questione tecnica. In realtà, è il cuore del potere libico.

Chi controlla il bilancio controlla stipendi, sussidi, investimenti, fedeltà delle milizie, funzionamento delle amministrazioni e capacità di comprare consenso.

Il compromesso prevede che Tripoli continui a gestire stipendi, spese operative e sussidi, mentre le priorità di sviluppo siano coordinate sotto la supervisione della Banca Centrale.

È un passo significativo, ma fragile.

Senza trasparenza, senza un’autorità politica riconosciuta da entrambe le parti e senza un vero meccanismo di controllo, il rischio è che il bilancio comune diventi non lo strumento della riunificazione, ma una nuova arena di competizione tra le élite libiche.

Gli Stati Uniti hanno però una leva decisiva: il petrolio libico vive nel circuito del dollaro.

Libia, l’Eden del petrolio

Le esportazioni, i pagamenti, le compagnie internazionali, la finanza energetica passano in larga misura da un sistema sul quale Washington conserva un’influenza strutturale.

È qui che la diplomazia americana può incidere più che con i comunicati ufficiali.

La dimensione militare: esercitazioni, addestramento e contenimento della Russia

Sul piano militare, il coordinamento è ancora più interessante.

Le forze rivali libiche hanno partecipato a esercitazioni guidate dagli Stati Uniti e dalla Turchia: Flintlock 2026 sotto l’ombrello di Africom, ed EFES-2026 organizzata da Ankara. Non è ancora un esercito nazionale, naturalmente.

Ma è un tentativo di creare canali di comunicazione tra apparati che per anni si sono combattuti direttamente o attraverso milizie alleate.

Per Washington, la priorità strategica è evidente: impedire che la Russia consolidi definitivamente la propria presenza in Cirenaica e nel Fezzan.

Mosca, già radicata nell’Est e nel Sud della Libia, considera il Paese una piattaforma essenziale verso il Mediterraneo, il Sahel e l’Africa subsahariana.

La presenza russa a Sirte, Jufra e Brak al-Shati non è solo militare: è logistica, energetica, politica.

Significa capacità di pressione sulle rotte migratorie, sulle esportazioni di idrocarburi e sui collegamenti tra Africa e Mediterraneo.

In questo senso, la Libia diventa un tassello della competizione globale tra Stati Uniti e Russia.

Non siamo davanti a una guerra fredda in miniatura, ma a qualcosa di più fluido: una guerra di posizionamento, fatta di basi, consiglieri, contratti, milizie, banche e compagnie petrolifere.

La Turchia difende il suo bottino strategico

Per la Turchia, la Libia è molto più di un dossier regionale.

È il pilastro meridionale della sua proiezione nel Mediterraneo.

L’intervento turco a sostegno di Tripoli, durante la fase più dura della guerra civile, ha permesso ad Ankara di ottenere due risultati fondamentali: una presenza militare stabile sulla costa nordafricana e l’accordo marittimo del 2019 con il governo libico occidentale.

Quell’intesa è il vero gioiello geopolitico di Ankara. Essa consente alla Turchia di avanzare rivendicazioni nel Mediterraneo orientale, interferendo con gli interessi di Grecia, Cipro ed Egitto.

Non a caso Atene e Il Cairo l’hanno sempre contestata, sostenendo che violi le rispettive aree di giurisdizione marittima.

Ora Ankara cerca qualcosa di più: non solo conservare l’accordo con Tripoli, ma ottenere una forma di riconoscimento anche da parte delle istituzioni orientali. Se il Parlamento dell’Est libico arrivasse ad approvarlo, la Turchia potrebbe sostenere che l’intesa non è più soltanto il prodotto di un governo parziale, ma gode di una legittimazione libica più ampia. Sarebbe un successo strategico notevole.

Il dialogo con Saddam Haftar e con gli ambienti vicini alla Cirenaica va letto in questa chiave. Ankara non abbandona Tripoli, ma non vuole restare prigioniera di Tripoli. Cerca di parlare con tutti per garantire i propri interessi in qualunque configurazione futura della Libia.

Energia, ricostruzione e geoeconomia

La dimensione economica è altrettanto decisiva.

La Libia possiede riserve energetiche immense, infrastrutture da ricostruire e una posizione geografica che la rende centrale per le rotte tra Africa, Europa e Medio Oriente.

Per la Turchia, che importa oltre il 70%  del proprio fabbisogno energetico, l’accesso al mercato libico non è un lusso, ma una necessità strategica.

L’accordo tra la compagnia petrolifera libica e la società turca TPAO per studi geologici e geofisici offshore conferma che Ankara guarda alla Libia anche come piattaforma energetica.

A questo si aggiunge il peso delle imprese turche nella ricostruzione: prima del 2011, i contratti turchi nel Paese valevano decine di miliardi di dollari. Recuperare quel mercato significa creare lavoro, influenza politica, dipendenza infrastrutturale.

Washington, dal canto suo, vede nella Libia una doppia opportunità: energetica e diplomatica.

Le Compagnie occidentali guardano con interesse a un settore petrolifero che potrebbe tornare pienamente operativo se il quadro politico si stabilizzasse.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti potrebbero ottenere un risultato visibile con costi relativamente bassi: ridurre l’influenza russa, favorire un minimo di ricomposizione istituzionale e presentarsi come garanti della stabilità mediterranea.

Il nodo politico: stabilizzare o congelare il caos?

Il punto debole resta la politica. Le esercitazioni militari possono creare fiducia, il bilancio comune può ridurre la duplicazione istituzionale, le trattative possono produrre fotografie diplomatiche.

Ma la Libia non ha ancora un vero patto nazionale.

Le élite locali temono qualunque processo che possa ridurre il loro potere.

Le milizie non intendono sciogliersi senza garanzie. Le autorità orientali non vogliono subordinarsi a Tripoli. Il governo occidentale non vuole perdere il controllo delle risorse finanziarie.

Il rischio è dunque quello di una stabilizzazione senza sovranità: un Paese meno instabile, ma ancora frammentato; meno incline alla guerra aperta, ma incapace di ricostruire un centro politico autentico.

Una Libia amministrata per compartimenti, dove potenze esterne garantiscono equilibri temporanei in cambio di accesso a energia, porti, basi e influenza.

La partita mediterranea

La Libia è il punto in cui si incrociano quattro linee di tensione: la competizione tra Stati Uniti e Russia, l’ambizione turca nel Mediterraneo, la sicurezza energetica europea e la rivalità tra Grecia, Egitto e Ankara.

Per l’Italia, poi, la posta è ancora più evidente: gas, migrazioni, sicurezza marittima, presenza economica e stabilità del fianco sud.

Il coordinamento tra Washington e Ankara può produrre risultati concreti, ma non cancella le contraddizioni.

Gli Stati Uniti vogliono limitare la Russia e riordinare il quadro finanziario. La Turchia vuole legittimare la propria presenza e blindare l’accordo marittimo.

Le fazioni libiche vogliono ricevere risorse senza perdere autonomia.

L’Europa, come spesso accade, rischia di osservare una partita giocata nel proprio vicinato da altri attori più determinati.

La Libia non è vicina alla riunificazione. È però entrata in una nuova fase, nella quale la frammentazione non viene più soltanto subita, ma amministrata. E quando il caos viene amministrato dalle potenze straniere, raramente nasce uno Stato sovrano.

Più spesso nasce un equilibrio provvisorio, utile a tutti tranne che al popolo che dovrebbe esserne il beneficiario.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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