Libia: Il rompicapo di Kubis. Scenario aperto tra risoluzioni e insediamento

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. Spenti i riflettori sugli scontri sanguinosi, il silenzio abbraccia la scena libica, anche perché i tentativi di negoziazione, che non vanno a buon fine, fanno meno rumore di un ghiacciaio che si scioglie.

Tra i mercenari e i foreign fighter che non cessano di arrivare in terra libica e tra i negoziati che saltano, la Libia rimane una terra nelle mani di stranieri. Dove il lavoro “operoso” di Turchia e Russia non è mai cessato. Non due alleati, ma due partners in affari, che all’occorrenza possono sganciarsi per farsi la “guerra”.

A tal proposito, a detta di Saeed Amgib, ex funzionario del Ministero dell’istruzione, la situazione sarebbe la seguente: “Possibile attacco da un momento all’altro a Tripoli proveniente dalle forze armate libiche guidate dal feldmaresciallo Haftar!! – continua –  Questa non è una notizia, ma una malattia chiamata Fobia di Haftar, ed è stata infettata dal gruppo dei Fratelli Musulmani in Libia e da coloro che li seguono come capi delle milizie che dominano la capitale. Vediamo come i turchi alimentano questa paura, per continuare a mandare armi e munizioni. Firmando nuovi contratti per le armi, con lo scopo di saccheggiare i soldi rimasti del popolo libico”.

Mercenari siriani in Libia – Credit Facebook

Dal cessate il fuoco, la richiesta dei libici di essere ascoltati è passata in secondo piano o come da copione è rimasta soffocata nel silenzio. Nelle ultime settimane di gennaio ed in particolar modo nella scorsa settimana, da quando Ginevra è intervenuta per placare le acque, la Libia ha assistito ad intensi sforzi per una risoluzione pacifica. Ma non sempre quelle che sono le prospettive di chi si “spende” per una possibile ripresa dei negoziati corrispondono alla realtà dei fatti.

La soluzione politica, ad una crisi che sta entrando nel suo decimo anno, sembra essere sempre più lontana dall’ottenimento di quelle richieste, che hanno portato nel 2011 al rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi. La Libia, a detta dei libici e di chi la osserva è stata rilanciata in una spirale di caos e conflitto per la lotta al potere. Ma questo caos all’apparenza silente, si muove come magma sotto la crosta terrestre.

Alla luce del giorno, i partecipanti al processo del dialogo libico hanno raggiunto, la scorsa settimana in Egitto, un accordo per indire un referendum sulla costituzione, prima delle elezioni previste per il 24 dicembre 2021. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia ha annunciato che le parti libiche avrebbero approvato un meccanismo per la selezione di un’autorità esecutiva transitoria, che verrebbe prontamente sostituita alla fine delle elezioni previste per fine anno. Ma dal ritorno in patria, nessun soggetto è stato individuato, a causa delle numerose e dubbie candidature a cui la Libia ha assistito e che hanno portato ad un nulla di fatto tra le parti. Candidature che rischiano di riaprire il conflitto.

Il tutto tenendo presente che, a Bouznika, in Marocco, il 23 gennaio si sono tenuti dei colloqui tra la Camera dei rappresentanti ed i comitati dell’Alto Consiglio di Stato che si sono conclusi, con un accordo per la ripartizione delle posizioni sovrane tra le tre regioni (Tripoli, Cirenaica e Fezzan).

Alcuni dei membri del dialogo libico incontratisi sabato 23 gennaio a Bouznika – Credit Asharq Al-Awsat

Ma sembra non esista soluzione, poiché ogni qualvolta si pensa di aver fatto un passo in avanti, c’è sempre qualche ostacolo che si sovrappone al progresso o tra i libici e il voto. O come si suole dire nel mondo arabo, taksir alaijniha, c’è sempre qualcuno pronto a “spezzare le ali”.

Ma chi si sta opponendo a questo accordo è il Consiglio giudiziario supremo libico con sede a Tripoli, che ha respinto, due domeniche fa, le intese raggiunte dalle due parti in conflitto nella città di Bouznika. Secondo lo stesso, le posizioni da ricoprire nelle istituzioni sovrane dovrebbero essere distribuite sulla base delle competenze e non secondo la logica delle quote regionali e della distribuzione geografica. Questo rifiuto, ha detta di uno studio del Centro Strategico Egiziano, “potrebbe minacciare il consenso sull’unificazione delle istituzioni sovrane, soprattutto perché la legge libica stabilisce che all’istituzione giudiziaria non è consentito interferire negli affari e imporre la nomina delle sue posizioni sovrane, ma bisogna rifarsi ai criteri di quote regionali e geografiche. La magistratura deve limitarsi alla scelta del proprio candidato per le cariche alla Corte Suprema e del Procuratore generale”.

Come se non bastasse, circa 2 settimane fa è scaduto il termine di 90 giorni fissato dal comitato (5 + 5) di Ginevra, senza aver raggiunto alcuno degli obiettivi prestabiliti. Si parla dell’evacuazione di tutte le linee avanzate in cui si trovano mercenari, gruppi armati e militari, con la conseguente riconsegna dei territori alle parti interessate. Si parla dell’uscita di tutti i mercenari e i combattenti stranieri dai territori libici via terra, mare e aria, in preparazione all’attuazione della Road Map.

Stephanie Williams, ex inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia e la Commissione militare mista 5+5 a Ghadames – Credit UNSMIL

Ma nella realtà e in controtendenza, ad un patto fatto sulla carta per acquietare gli animi degli osservatori, armi, mercenari e foreign fighters continuano ad arrivare in Libia da ogni direzione e sotto lo sguardo della comunità internazionale. Questo avviene perché i principali intervenienti in Libia e gli accordi patrocinati dalle Nazioni Unite, per loro, non sono vincolanti.

L’ex inviata delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, lo scorso dicembre, avrebbe rivelato la presenza di 20mila forze straniere e miliziani, oltre a parlare dell’esistenza di 10 basi militari parzialmente o interamente occupate da forze straniere e mercenarie. Sempre il 22 dicembre scorso, la Turchia, dopo aver ritirato dal conflitto Armeno-Azero, buona parte dei suoi militari e dei suoi fedeli assoldati, ha deciso di prolungare il dispiegamento dei suoi militari esperti e dei mercenari per un periodo di 18 mesi.

Sulla base di questa decisione bilaterale tra GNA e Turchia, passata in sordina, droni, addestratori e consiglieri militari sono stati inviati a Tripoli in base a un accordo militare firmato con il Governo guidato da Sarraj. Il tutto, sotto gli occhi delle Nazioni Unite, che nonostante gli sforzi, hanno redatto alcuni rapporti dove confermano che la Turchia non avrebbe mai smesso di inviare mercenari siriani.

Secondo diversi analisti del Maghreb e riportato da quotidiani arabi come Al Ahram, la Turchia potrebbe muoversi su due strade. Giocare la carta del mercenariato, garantendosi il raggiungimento dei propri interessi nella prossima fase di transizione, oppure ricorrere a scontri militari come fatto fino ad oggi, silurando tutte le iniziative di insediamento politico.

Jan Kubis nuovo inviato delle Nazioni Unite in Libia – Credit UN website

Se per l’Occidente, una luce si è aperta sull’orizzonte libico con la nomina del nuovo inviato delle Nazioni Unite, Jan Kubis. Funzionario con alle spalle un’importante carriera come inviato dell’ONU in Iraq, Afghanistan e Libano dove ha fatto la differenza, c’è da chiedersi come vedono questo incarico gli arabi. Quali timori hanno e quali spiragli intravedono?

Secondo il Centro Strategico di Studi Egiziano, ci sarebbero delle serie preoccupazioni che accompagnerebbero il passaggio di consegne dalla Williams a Kubis. Il quale inizierà il suo mandato proprio con l’arrivo di febbraio. Se per l’Occidente, il background di Kubis potrebbe essere un punto a favore nella risoluzione della crisi, per gli arabi, sempre secondo l’analisi del centro, esisterebbe il timore legato alla scarsa familiarità con il fascicolo libico. Fascicolo che giorno dopo giorno assiste a una serie di complicazioni a livello esterno e locale. Dove i conflitti ovattati tra i leader del Paese, che cercano di rimanere sulla scena, disarmonizzano quello che di buono è stato fatto. In secondo luogo, il timore sarebbe legato anche, alla tempistica sulla sua nomina, che sarebbe arrivata durante l’ultima fase del processo di dialogo con l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo. Il che non andrebbe a favore del neo insediato Kubis, che secondo gli analisti, avrebbe dovuto ascoltare tutte le parti. Il timore è che non conoscendo i pregressi dal diretto interessato, potrebbe ostacolare qualche percorso o ripartire da zero.

Nonostante queste incertezze siano state espresse, il Centro di Studi riconosce che il nuovo inviato dell’ONU potrebbe ottenere risultati positivi, ma solo ripartendo da dove si è conclusa la serie di dialoghi tra le parti in conflitto. Tuttavia, sul tavolo, si trova un ventaglio di sfide da non sottovalutare. La più importante ridare la Libia ai libici, espellendo le forze straniere ed i mercenari dal Paese nord africano.

Recep Tayyip Erdogan e Al Sarraj – Credit Web

In secundis la sfida riguarderebbe la pacificazione dei rapporti in essere tra le parti libiche coinvolte. Situazione esacerbata da anni e peggiorata dagli ultimi accadimenti, dove ognuna delle parti cerca di assicurarsi un posto durante la transizione per le elezioni. Una questione spinosa, che vedrebbe Kubis nella risoluzione di un rompicapo decennale, tra la formazione di una nuova autorità, l’unificazione delle istituzioni sovrane, e tutto ciò che ne conseguirebbe. Tempo di azione 11 mesi a partire dal conferimento del suo mandato.

Per ultimo e non per ultimo, la variabile legata alla nuova gestione di politica estera statunitense, che sembra prevedere un approccio più diretto nella gestione del fascicolo libico.  Soprattutto nel modus agendi, che già dal suo incipit sembra differente nell’affrontare le pressioni in essere su Medio Oriente e Africa. A detta degli analisti del Centro Strategico, il nuovo approccio della Casa Bianca, si baserebbe sul criterio della “partnership con gli alleati”, invece che sull’ “approccio unilaterale”, sull’imposizione della soluzione e dell’egemonia che Trump aveva adottato. Ne segue che l’approvazione statunitense alla nomina di Kubis, è stata considerata come una disponibilità degli Stati Uniti a collaborare nella soluzione della crisi libica. Tuttavia, la strada che traccerà la nuova Amministrazione Biden è ancora da vedere, anche se le premesse prospettano scenari differenti da quelli fino ad oggi osservati con l’era Trump.

 

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