Libia, l’esercitazione congiunta che mette alla prova l’unità impossibile

Di Giuseppe Gagliano*
SIRTE. La decisione dei vertici militari della Libia orientale e occidentale di organizzare un’esercitazione congiunta nel Sud del Paese è un segnale politico prima ancora che operativo. A Sirte, città simbolo della frattura libica e oggi cerniera tra i due blocchi, Salah al-Namroush, capo di stato maggiore delle forze legate al governo di Tripoli, e Khaled Haftar, figlio del maresciallo Khalifa Haftar e comandante delle forze orientali, hanno concordato un’attività militare comune alla presenza di alti ufficiali, delle commissioni congiunte e della rappresentanza delle Nazioni Unite.
Non è ancora l’unificazione dell’esercito. È piuttosto una prova generale, costruita per verificare se unità cresciute per anni sotto catene di comando rivali siano capaci di operare nello stesso spazio, condividere informazioni e riconoscere un obiettivo comune.
La scelta del Sud non è casuale. Il Fezzan è la regione dove la debolezza dello Stato libico appare con maggiore evidenza: confini porosi, traffici di armi, carburante e migranti, presenza di gruppi armati stranieri, reti criminali e infiltrazioni provenienti dal Sahel. Se esiste un terreno sul quale Tripoli e Bengasi possono fingere, almeno temporaneamente, di avere gli stessi interessi, è proprio quello della sicurezza meridionale.
Il Generale Khalifa Haftar
Una manovra militare dal forte valore politico
Sul piano militare, l’esercitazione servirà a misurare interoperabilità, comunicazioni, mobilità e capacità di comando. Ma il vero problema non è tecnico. È politico.
Le forze occidentali rispondono a un sistema frammentato di milizie, ministeri e gruppi locali. Quelle orientali sono più centralizzate intorno alla famiglia Haftar e alla struttura dell’Esercito nazionale libico. Metterle insieme significa affrontare la questione decisiva: chi impartisce gli ordini, chi controlla le armi pesanti e chi nomina i comandanti.
Un’esercitazione può creare fiducia, ma non risolve la competizione per il potere. Può anzi diventare uno strumento attraverso il quale ciascuna parte studia le capacità dell’altra, misura i rapporti di forza e cerca legittimità internazionale.
La presenza di Khaled Haftar mostra inoltre l’avanzamento della nuova generazione della famiglia nella gestione militare e politica dell’Est. Accanto a lui agisce il fratello Saddam, sempre più attivo nella sicurezza e nelle relazioni esterne. La costruzione di un esercito unificato potrebbe dunque coincidere non con il superamento del sistema Haftar, ma con la sua trasformazione in componente riconosciuta dell’ordine nazionale.
Il peso degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite
L’incontro di Sirte segue quello avvenuto in Angola durante una conferenza dei capi di stato maggiore africani organizzata dal comando militare statunitense per l’Africa. Il dato è significativo: Washington cerca di riportare la questione libica dentro una cornice istituzionale africana e di sicurezza regionale.
Gli Stati Uniti temono che il vuoto nel Sud libico favorisca gruppi armati, reti russe, traffici transfrontalieri e instabilità nel Sahel. Promuovere il dialogo tra i due apparati militari significa ridurre il rischio che la Libia torni a essere un campo aperto alla competizione fra potenze.
Le Nazioni Unite vedono invece nell’intesa un passaggio verso la ricomposizione delle istituzioni. Tuttavia, il processo militare continua a procedere più rapidamente di quello politico. Non esistono ancora elezioni condivise, un governo nazionale stabile né una reale distribuzione del potere. Si tenta quindi di costruire dal basso una collaborazione tra apparati armati mentre lo Stato resta diviso.
È una strategia comprensibile, ma rischiosa: un esercito senza un’autorità politica unificata può diventare il luogo nel quale si trasferiscono le rivalità anziché lo strumento per superarle.
Pozzi petroliferi in Libia
Petrolio, confini e interessi economici
La posta in gioco non riguarda soltanto la sicurezza. Nel Sud si concentrano importanti giacimenti petroliferi, vie di comunicazione e collegamenti con Ciad, Niger, Algeria e Sudan. Chi controlla queste aree controlla una parte essenziale dell’economia libica.
L’unificazione delle forze armate potrebbe proteggere impianti energetici e oleodotti, ridurre i blocchi imposti dalle milizie e offrire maggiore continuità alle esportazioni. Sarebbe un vantaggio per la Libia, il cui bilancio dipende quasi interamente dagli idrocarburi, ma anche per l’Europa, interessata a diversificare gli approvvigionamenti energetici.
Al tempo stesso, il controllo dei bilanci militari, degli stipendi e degli appalti rappresenta una fonte enorme di potere. La discussione sui diritti economici del personale e sulla regolarizzazione delle retribuzioni non è secondaria: migliaia di combattenti sono inseriti in strutture che ricevono denaro pubblico, spesso senza controlli trasparenti.
Un esercito unificato significherebbe anche unificare registri, stipendi e acquisti. Proprio qui potrebbero emergere le resistenze più forti, perché la frammentazione ha alimentato per anni rendite, clientele e autonomie locali.
La Libia resta terreno di competizione internazionale
Dietro l’apparente dialogo nazionale rimangono gli interessi esterni. La Turchia sostiene le autorità occidentali e mantiene una presenza militare. Egitto ed Emirati hanno appoggiato l’Est. La Russia conserva uomini e strutture strategiche. Italia, Francia e Stati Uniti osservano la Libia come porta del Mediterraneo, fonte energetica e corridoio migratorio.
L’esercitazione nel Sud può quindi essere letta come un tentativo di limitare la dipendenza dalle potenze straniere. Ma può anche diventare il compromesso attraverso il quale queste potenze riconoscono reciprocamente le rispettive aree d’influenza.
L’accordo di Sirte è importante perché dimostra che i due schieramenti hanno compreso l’impossibilità di eliminarsi militarmente. Non dimostra però che siano pronti a rinunciare alle proprie strutture di potere.
La Libia potrebbe avvicinarsi non a un vero esercito nazionale, ma a una federazione armata: due apparati che collaborano sui confini, sul terrorismo e sulla protezione del petrolio, mantenendo però distinti comandi, alleanze e territori.
Sarebbe un passo avanti rispetto alla guerra civile. Ma resterebbe molto lontano dalla ricostruzione dello Stato.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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