Libia: Sarraj, una dichiarazione dovuta per nascondere lo Skhirat 2

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. Fayez al-Sarraj, capo di Al Wefaq ha annunciato nella giornata di mercoledì, la possibilità di rassegnare le dimissioni e cedere le proprie responsabilità ad un’autorità esecutiva che sarà individuata durante quello che ha definito “comitato di dialogo”, entro la fine di ottobre. Dunque, una possibile manovra politica per sostenere la Fratellanza nel dialogo internazionale.

Questo è accaduto il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso di prorogare di un anno il mandato della Missione di sostegno dell’ONU in Libia, dichiarando che c’è ancora molto da fare.

La risoluzione del Consiglio n. 2542 (2020) prevede la proroga del mandato della Missione fino al 15 settembre 2021 con 13 voti a favore e con l’astensione dal voto di Cina e Russia.

Frame discorso Sarraj alle televisioni

Vista la situazione al limite, nel Paese nord Africano, e vista la pressione internazionale sull’attuale Presidente, molti si aspettavano che durante la comunicazione venissero annunciate immediate dimissioni, che avrebbero prospettato per i libici la possibilità di libere elezioni. Quelle che da troppo gli sono negate.

Ma mercoledì sera nel suo discorso pubblico sulle televisioni libiche ha detto: “Annuncio a tutti il ​​mio sincero desiderio di cedere i miei poteri ad una prossima autorità esecutiva (ma…) entro la fine del prossimo ottobre”, sottolineando che il governo “…non ha operato in un ambiente sereno, sottoposto a cospirazioni interne ed esterne…”.

Fayez Sarraj in un post del 2014 – “Quando il conflitto finirà alcuni dei leader della scena saranno mandati fuori dalla Patria, accompagnati da ciò che hanno saccheggiato e gli altri avranno pietà di coloro che sono morti e si daranno la colpa a vicenda … Crisi Economica”. Il potere logora le migliori intenzioni

La dichiarazione è arrivata dopo le numerose proteste pacifiche iniziate a Tripoli contro lo GNA. Sedate con risposte armate ed arresti contro i manifestanti e continuate a Bengasi sempre, contro la politica portata avanti da Al Wefaq e contro le figure del Parlamento e di Tobruk, che si sono lasciate corrompere da Tripoli. Questo per chiarire alcune inesattezze che parlavano di manifestazioni contro la Cirenaica. Gli uomini ed i giovani libici, si sono sentiti traditi da Abdullah Al Thani premier del governo di Tobruk e da tutti quei parlamentari che si sono lasciati corrompere da Al Sarraj per creare un esecutivo nella Capitale, rompendo la continuità di una maggioranza parlamentare (eletta dal popolo) che fino ad ora aveva fatto la differenza.

Abdullah Al Thani Presidente Governo di Tobruk – Credits Arab Reuters

Portare a Tripoli una parte della Camera dei rappresentanti legalmente eletti, ha permesso a Sarraj di aggirare l’art. 4 dell’accordo di Skhirat emesso il 16 dicembre del 2015. Un articolo ben studiato da Sarraj e dal suo esecutivo, nel quale si prevede che in mancanza della figura istituzionale più importante (quella Presidenziale), la decisione di nuove scelte passerebbe alla Camera dei Rappresentanti. Ecco spiegata la velocità di corruzione e la necessità di questo esecutivo a Tripoli.

A tal proposito è giusto ricordare che, nelle proteste, numerosi libici da Ovest ad Est chiedevano le dimissioni di Al-Sarraj a causa del deterioramento delle condizioni di vita, del dilagare della corruzione e dello sperpero del denaro libico impiegato a pagare le milizie pro-Turchia.

Manifestazioni a Tripoli contro lo GNA – Frame video Twitter

I numerosi video che giravano sulle manifestazioni a Bengasi, erano sempre a sostegno del Gen. in pensione Khalifa Haftar, al quale continuano a dare fiducia per la gestione degli affari libici. Discutibile o meno, stanno continuando a scegliere chi lotta davvero per il Paese, paragonando la figura di Haftar a quella ormai leggendaria dello Sceicco Omar Al Mukhtar, simbolo indiscusso della Libia.

Manifestanti a Bengasi – Facebook

Occorre sottolineare che le dichiarazioni rilasciate dall’attuale Presidente in carica dello GNA, hanno creato una prima ondata di compiacimenti all’interno del mondo arabo (e non solo), che a distanza di poco meno di 24 ore hanno trovato il loro crollo in una serie infinite di domande e dubbi lanciati da politici, analisti e da libici stessi, che si sono trovati a commentare e ad esprimere il proprio punto di vista grazie, e non troppo, al proprio vissuto.

Omar Al Mukhtar tra i traditori della Patria prima di essere impiccato – Credit Facebook

I più cauti hanno da subito dubitato, intuendo che dietro ad una tale dichiarazione si possano nascondere numerose insidie. Insidie di cui abbiamo già parlato e che si nascondono dietro gli incontri che si sono tenuti in Marocco a Rabat. Dove si è fatta più che concreta la possibilità di uno Skhirat 2. Una lettura che prevede tutt’altro che una vittoria, data la presenza ormai consolidata di Ankara in Libia. Infatti per molti, questo era un atto dovuto per sedare gli animi libici e celare le nuove trame che allontanerebbero il popolo del Paese nord africano da possibili elezioni.

Per alcuni il fatto che Sarraj abbia rimandato ad ottobre la possibilità di cedere il mandato, non esclude una sua continuità politica sulla scena, che si concluderebbe ancora una volta con un nulla di fatto. Per altri l’idea di un rimpasto (Skhirat 2) sarebbe ancora più pericoloso, perché al potere potrebbe salire un politico attualmente operativo nella sua Amministrazione, distruggendo ciò che resta della Libia. Questo, alla luce del fatto che la Turchia continua a macchinare liberamente come fosse una sua “succursale”.

Inoltre l’uscita di Al Sarraj dallo GNA, potrebbe scatenare le ambizioni di alcuni funzionari come Fathi Bashagha Ministro dell’Interno e Khalid Al Mashri Presidente dell’alto Consiglio di Stato.

Fathi Bashagha Ministro dell’Interno – Credit web

Il primo entrato in disaccordo sulle modalità di gestione delle manifestazioni ed esautorato dall’esercitare le sue funzioni per un brevissimo periodo. Ma subito riappropriatosi della sua posizione grazie all’appoggio dei gruppi armati di Tripoli e della città costiera di Misurata, a cui appartiene.

Lo stesso che nella giornata di giovedì ha reso nota la decisione di formare un comitato di sicurezza per istituire un meccanismo utile per l’integrazione e la riabilitazione di gruppi armati e di combattenti che verrebbero messi in regola e andrebbero a lavorare per il Ministero degli Interni.

Il comitato, istituito secondo la risoluzione Bashagha n. (1508) per l’anno 2020, “creerà un database attraverso il quale i destinatari dell’integrazione saranno classificati in tre categorie. Combineremo i gruppi identificati con il giallo ed il verde e smonteremo i gruppi classificati in rosso”.

Il secondo appartiene ad una delle frange più estreme della Fratellanza (da cui aveva dichiarato di uscire per il bene del paese nel gennaio 2019 in un suo video lanciato sulla sua pagina Facebook e a cui nessuno aveva creduto) ed è da tempo sotto la busta paga del Qatar per un ammontare di 250mila dollari al mese.

Khaled Al-Mishri durante un incontro con Tamim bin Hamad – Credit Internet

A confermarlo una dichiarazione del generale Ahmed Al-Mismari, portavoce dell’esercito libico, che oltre ad aver già reso noti numerosi fascicoli che potrebbero accusare di terrorismo l’attuale Presidente del Consiglio Supremo di Stato, lo accusano di essere una spia del Qatar nel Paese.

Una situazione questa che ricorda figure corrotte all’interno dello GNA, già immolate per la “pace” di un attimo e che nel gennaio 2019 si è conclusa con l’arresto del leader del Partito Nazionale libico della Fratellanza, Abdel Hakim Belhadj, emiro ed ex leader di Al-Qaeda.

Al Mismari parla di documenti in loro possesso che dimostrerebbero non solo le accuse di terrorismo, ma anche quelle di alto tradimento al Paese, presentando parte del suo fascicolo nella conferenza tenutasi mercoledì. Chiarendo come fosse stato detenuto nella prigione di Abu Salim dal 1998 al 2006 per accuse di terrorismo. “Khaled Al-Mashri – The Corrupt Brotherhood –  è il braccio del Qatar e della Turchia per finire la Libia”.

Il tutto rivelando documenti del Ministero degli Affari Esteri del Qatar nei quali sarebbe confermato che Al-Mashri riceve uno stipendio di $ 250.000 al mese, assieme ad altri libici il cui nome non è stato reso noto. Tutti pagati dai servizi di intelligence qatarini, in cambio di una “contro partita” nella Capitale.

Salah Badi a sinistra e al centro il Leader del Partito Nazionale Libico Abdel Hakim Belhadj, ex comandante di Al Qaeda

Così i timori crescono e vengono espressi “dai diretti interessati”. Lo scrittore e ricercatore politico Abdul Hakim Maatuk, in un’intervista a Sky News Arabya dichiara: “L’annuncio di Al-Sarraj cela cattive intenzioni. Non sono sincere come da lui dichiarate. – continua – Tutti si aspettavano che Al-Sarraj si dimettesse, ma ci ha sorpreso sentire che cederà il potere all’organismo che sarà formato dal comitato di dialogo”.

Ha in fine aggiunto: “Al-Sarraj si rende conto che questo dialogo può essere prolungato ed ha voluto disinnescare l’esplosione che stava avvenendo nella capitale e in diverse città libiche, con il desiderio di molti giovani di uscire e manifestare”. Manifestazioni che sono previste anche nei prossimi giorni in tutta la Libia.

“Il Governo di riconciliazione ha giocato sull’articolo 4 dell’accordo di Skhirat”, indicando che la Turchia avrebbe potuto incaricare Sarraj di presentare questa dichiarazione proprio per il momento delicato che il Paese sta affrontando e per le pressioni internazionali che entrambe le capitali stanno subendo.

Lo scrittore e ricercatore politico Abdul Hakim Maatuk intervistato da Sky News Arabya

Il ricercatore politico ha altresì sottolineato come in una dichiarazione della Brotherhood-Libyan Fighting Group Alliance, viene specificato che l’uscita o la permanenza di Sarraj dal governo non andrebbe ad influire sul presunto “patto di Skhirat. – finendo con il dire – La Fratellanza si rende conto che potrebbe non superare le elezioni se si basasse solo sui voti dei loro sostenitori”. Ecco chiarito un altro “giusto” motivo per non andare alle urne.

Ancora tanto fumo negli occhi e tanta confusione, per un Paese che chiede da anni libere elezioni. La Fratellanza e la Turchia sanno come gestire il file libico, sempre più complicato. Al suo legittimo popolo non resta che manifestare per le strade con la speranza che qualcuno abbandoni pensieri egemonici, restituendogli quella dignità persa per una cattiva gestione delle risorse e del Paese.

 

 

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