L’ITALIA SI INCENDIA. DAL CORONAVIRUS ALLE RIVOLTE NELLE CARCERI

Di Alexandre Berthier

Roma. Ci risiamo, era già accaduto alla metà degli anni ’70, quando i detenuti per uscire dalle carceri dovevano semplicemente girare la maniglia della porta.

Detenuti sul tetto nel corso di una rivolta

Nei giorni scorsi è accaduto, più o meno, lo stesso.

La popolazione carceraria, i detenuti – sarebbe forse più appropriato parlare di galeotti, ma non si può – ha un fiuto particolare per percepire nell’aria i momenti propizi per balzare alla ribalta della cronaca e saltare fuori dalle mura, anzi, non saltare, bensì semplicemente uscire dalle porte, come si usava negli anni ’70.

Allora, per mettere un freno ad una situazione difficile ed esplosiva si misero i Carabinieri a vigilare (dall’esterno) sugli Agenti di Custodia che (all’interno) avrebbero dovuto vigilare sui detenuti.

Il compito venne affidato al Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato nel 1977 Coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena (1).

Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Dalla Chiesa concentrò gli elementi più pericolosi in alcuni istituti – i primi furono Asinara, Trani e Fossombrone, poi ne seguirono altri – e ne rinforzò la vigilanza con appositi Nuclei Carabinieri, riportando ordine, disciplina e sicurezza nell’organizzazione carceraria.

Ma anche questa volta, come già verificatosi precedentemente col Nucleo Speciale Antiterrorismo, i poteri concessi al super-Generale vennero ritenuti da certa politica come troppo repressivi e l’autorevole protagonista fu trasferito ad altro incarico (2).

Purtroppo, domenica,  a seguito di disposizioni adottate dal Ministero dell’Interno, per fronteggiare l’emergenza causata dalla crescente diffusione dell’ epidemia da coronavirus, la notizia del divieto di visite/colloqui per i detenuti ha provocato una prima rivolta nel carcere di Modena, con ben sei morti, cui sono seguite a ripetizione rivolte in ben altre 27 carceri, tra cui quella di oggi a Foggia che è stata caratterizzata da modalità efferate, con un grande numero di detenuti evasi.

E si ha ragione di ritenere che potrebbe non finire qui. La polemica era iniziata giorni fa perché esponenti del Partito Radicale hanno recriminato sul fatto che, contrariamente a quanto stabilisce il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo, nelle carceri sarebbe impossibile garantire la distanza di sicurezza di un metro tra detenuti.

A questo si è poi sovrapposta la problematica dei colloqui. Ovunque, a fattor comune si sono ripetute sceneggiate che sono ben conosciute dagli addetti ai lavori e da chi ha buona memoria.

Si appicca il fuoco ai materassi nelle celle, o a stracci e giornali, costringendo il personale di custodia ad aprirle, salvo poi aggredirli, picchiarli e liberare tutti gli altri reclusi, salendo sui tetti, distruggendo arredi, uffici, archivi, travolgendo il personale degli ingressi sino a riversarsi all’esterno degli istituti, come accaduto scandalosamente a Foggia.

L’emergenza coronavirus ha aumentato le preoccupazioni nelle carceri

Talora, invece, si riesce pure a sottrarre le chiavi dei cancelli e delle celle agli agenti, magari sequestrandoli e poi usandoli come ostaggio.

Più o meno puntualmente si riporta l’ordine con l’intervento di massicci contingenti delle Forze di Polizia e degli immancabili Vigili del Fuoco: risorse che in questo momento sono più che mai preziose per l’emergenza coranavirus.

A tutto questo, consegue poi l’inagibilità di intere ali delle carceri ed il trasferimento di molti detenuti in altri istituti, oltre all’ingente danno economico sempre a carico dell’erario, cioè dei cittadini.

Tralasciando la cronaca spicciola di questi assurdi eventi, di cui si occupano fin troppo i media, vale la pena di interrogarsi sul perché i condannati alla reclusione possano rivoltarsi con tanta facilità e senza concrete conseguenze e responsabilità e perché l’organizzazione penitenziaria sia sempre così inidonea, e talora quasi impotente, a svolgere il compito istituzionale di custodia.

Il passaggio epocale dal Corpo militare degli Agenti di Custodia alla moderna e civile Polizia Penitenziaria non ha però per niente cambiato la costante inadeguatezza ad assolvere i compiti cui tale personale è preposto.

Numerosi i suicidi (non si capisce perché), un’azione sindacale che rende difficilmente impiegabile il personale da parte dei funzionari preposti e che è costantemente pronta ad alimentare lo scontento degli agenti penitenziari che sono perennemente convinti di essere pochi, mal pagati, poco preparati professionalmente e spesso ostaggi di un soffocante garantismo che tutela sempre il detenuto nel rapporto agente/carcerato.

Insidiosissime le interferenze del “Garante dei Detenuti” e l’azione esasperatamente progressista- che colloca il detenuto al centro dell’universo – degli educatori penitenziari, tutti protesi a rieducare e recuperare il detenuto e sempre pronti ad agevolarlo nell’ottenere permessi, licenze e liberazioni anticipate, oltre a creare le basi che convincono i carcerati di essere destinatari di diritti assoluti, per il rispetto dei quali sono pronti alla ribellione in ogni momento. Una grandissima responsabilità di questa situazione va ascritta ai padri costituenti, dei quali molti italiani avrebbero sicuramente preferito essere orfani!

Ovvero alla famigerata interpretazione che nel tempo certa politica ha voluto dare al comma terzo dell’Art. 27 della Costituzione che improvvidamente recita “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Una norma che ha trovato un “sicario” perfetto nella legge sull’Ordinamento Penitenziario del 1975 (3), varato nella “stagione delle speranze del diritto” insieme alle grandi riforme del diritto di famiglia, della sanità pubblica gratuita per tutti, sulla nuova legislazioni sulle armi, sugli stupefacenti, ecc.

Tale provvedimento, dopo un lunghissimo percorso legislativo, cambiò radicalmente il concetto di esecuzione della pena, ritenuto più aderente al precetto costituzionale, inserendo un sistema premiale che oggi, con le numerose ed inadeguate misure alternative alla detenzione carceraria, ha raggiunto livelli spesso di conclamata assurdità con effetti talora controproducenti per la sicurezza pubblica (4).

Stando così le cose, risulta di tutta evidenza una grave carenza nel governo della realtà carceraria, una miope ed imperdonabile programmazione infrastrutturale che doveva adeguare le vecchie strutture e crearne di nuove.

E la mancata realizzazione di nuove carceri si concretizza oggi nella impossibilità di detenere un enorme numero di piccoli criminali che sono così lasciati liberi di delinquere ogni giorno, certi della loro impunità (ladri, rapinatori, spacciatori, ecc).

Una situazione gravemente lesiva del diritto assoluto alla sicurezza dei cittadini e che mina una delle funzioni fondamentali dello Stato.

Grandi responsabilità sono da attribuire al Ministero della Giustizia ed alla sua organizzazione, totalmente fallimentare sul piano dell’efficienza del servizio della giustizia, penale, civile e amministrativa.

Parimenti onerosissima e decisamente inadeguata è l’organizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che, secondo chi scrive, è inopportunamente devoluta al Ministero della Giustizia e parimenti inopportunamente fatta dirigere da alti magistrati, noti per essere certamente grandi giuristi ma quasi mai veri manager.

Infatti, se giudicare ed irrogare le pene compete al giudice, l’esecuzione della pena e tutto quanto attiene la vita del detenuto, compresi i suoi trasferimenti, attiene, se non esclusivamente, quasi prevalentemente alla sicurezza pubblica e pertanto si auspica con urgenza il passaggio delle relative competenze dal Dicastero della Giustizia al Ministero dell’Interno, di cui è ben nota la capacità organizzativa.

Concludo, con l’auspicio che questa emergenza carceraria e quella ben più inquietante dell’epidemia in atto siano affrontate immediatamente, conferendo poteri eccezionali ad idonea personalità, come quelli concessi a suo tempo al ricordato Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

L’essere un Paese di grandi tradizioni democratiche non esclude che si possano e si debbano affrontare problemi eccezionali e gravissimi con provvedimenti eccezionali.

In questo momento, lo Stato appare visibilmente non in grado di affrontare i gravi pericoli che lo sovrastano.

  1. Il famoso Generale, già alla ribalta della cronaca per aver stroncato con un intervento armato una rivolta di detenuti ad Alessandria, con l’uccisione di due detenuti e due Agenti di Custodia, creò a Torino nel 1974 il Nucleo Speciale Antiterrorismo che conseguì grandi successi, ma che si dovette sciogliere perché i metodi investigativi del Generale turbavano parte della politica.
  2. Nel 1978 fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti informativi, con speciali poteri, alle dirette dipendenze del Ministro dell’Interno Virginio Rognoni, dedicati specialmente alle indagini sull’uccisione di Aldo Moro. Poi, nel 1982, il governo Spadolini lo nominò Prefetto di Palermo.
  3. Legge 26 luglio 1975 n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”. 
  4. Effettivamente l’organizzazione carceraria contemplata dal regolamento del 1931 si basava su un sistema di governo della popolazione detenuta basata su un sistema di punizioni e privilegi, che spesso sfociavano in vere e proprie violenze, che conferivano all’espiazione della pena un carattere fortemente afflittivo. Diverse iniziative parlamentari ed una sanguinosa serie di rivolte nel 1969 mutò il clima carcerario e avviò la riforma varata nel 1975.

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