Di Giuseppe Gagliano*
GERUSALEMME. Benjamin Netanyahu ha ottenuto il primo posto, ma non i numeri per governare.

L’opposizione vuole sostituirlo, ma continua a rifiutare alcune delle alleanze che potrebbero consentirle di riuscirci.
I Partiti arabi hanno conquistato una rappresentanza senza precedenti e si ritrovano nella condizione paradossale di essere decisivi nei conteggi e contestati nella loro legittimità politica.
Le elezioni israeliane consegnano soprattutto questo: un Parlamento nel quale nessuno può realizzare il proprio programma senza rivedere almeno una delle proprie esclusioni.
A scrutinio completato, il campo di Netanyahu conta 53 seggi, quello dell’opposizione 48, mentre Lista Unita e Ra’am ne raccolgono complessivamente 19.
Il Likud resta il primo partito con 27 deputati. La trasmissione ufficiale dei risultati al Presidente Isaac Herzog è prevista per il 4 novembre, dopo le verifiche: completamento del conteggio e conclusione formale del procedimento elettorale restano passaggi distinti.

Il muro politico davanti ai numeri
La soglia di una maggioranza assoluta è 61. Netanyahu deve trovare otto seggi aggiuntivi; l’opposizione tredici. Ma i due schieramenti affrontano difficoltà differenti. Il primo dispone di una maggiore coesione intorno alla permanenza del suo capo.
Il secondo riunisce forze che condividono soprattutto l’obiettivo di allontanarlo.
Basta osservare i numeri per capire quanto sia insufficiente parlare genericamente di un accordo con i partiti arabi. I 48 seggi dell’opposizione, sommati agli otto di Ra’am, arriverebbero a 56. Anche aggiungendo gli undici della Lista Unita si raggiungerebbero soltanto 59.
Servirebbe dunque il contributo di entrambe le formazioni, oppure un’intesa capace di attirare altri deputati. E se i sette rappresentanti di Avigdor Liberman si sfilassero, persino l’intero sostegno arabo lascerebbe quella combinazione a quota 60.
Il problema è politico prima che aritmetico. L’opposizione deve scegliere quali impegni considera prioritari e quali negoziabili. Sostituire Netanyahu e rifiutare ogni sostegno parlamentare arabo possono diventare obiettivi incompatibili.
Il sospetto come arma della trattativa
Su questo equilibrio si innestano le accuse di interferenze straniere.
Il testo delle accuse, l’esistenza di un’indagine e la dimostrazione di un’alterazione del risultato sono tre cose diverse. Netanyahu ha denunciato un voto sottratto senza presentare pubblicamente prove sufficienti a sostenere tale conclusione; le autorità stanno indagando sulle presunte interferenze e il Qatar ha respinto le accuse.
Accertare eventuali finanziamenti illeciti è necessario. Trasformare preventivamente il voto di un’intera comunità in un risultato sospetto produce però un effetto politico immediato: aumenta il costo di qualsiasi accordo con i suoi rappresentanti.

La convenienza per Netanyahu è evidente, anche senza attribuirgli intenzioni non dimostrate. Più diventa difficile per Eisenkot accettare l’appoggio dei partiti arabi, più si restringono le alternative al premier uscente.
La battaglia sulla legittimità del voto si sovrappone così alla battaglia sulla formazione del governo.
Tre strade, nessuna indolore
Un Governo sostenuto dall’opposizione e dai partiti arabi avrebbe una base numerica possibile, ma dovrebbe trasformare disponibilità separate in un accordo durevole. Un appoggio esterno potrebbe facilitare il compromesso sulla composizione dell’esecutivo, senza eliminare le divergenze sulle sue decisioni.
Una coalizione ampia fra Likud, Eisenkot, Bennett e Liberman raggiungerebbe invece 67 seggi. Potrebbe ridurre la dipendenza dalle formazioni più radicali, ma imporrebbe agli avversari di Netanyahu di giustificare il mantenimento al potere dell’uomo che avevano promesso di sostituire.
Richiederebbe inoltre di affrontare la questione della guida del governo e delle garanzie reciproche.
Resta la possibilità che Netanyahu attragga una parte dell’opposizione, oppure che il fallimento delle trattative conduca a nuove elezioni.
Sono scenari aperti, non esiti già scritti. Nel frattempo il premier rimane alla guida dell’esecutivo uscente: il tempo negoziale gli offre una posizione istituzionale che gli avversari devono ancora conquistare.
Cambiare governo non significa cambiare strategia
Sul piano militare, sarebbe semplicistico identificare la sostituzione di Netanyahu con una svolta automatica.
L’opposizione comprende figure provenienti dai vertici della sicurezza e dalla destra nazionalista. Un nuovo esecutivo potrebbe modificare il rapporto fra operazioni militari, obiettivi diplomatici e gestione delle alleanze, ma la sua direzione dipenderebbe dall’accordo politico che lo sostiene.
Una maggioranza fragile potrebbe incontrare difficoltà sia nell’autorizzare nuove operazioni sia nel concluderle attraverso un compromesso. Una coalizione più larga avrebbe maggiori possibilità di assumere decisioni impegnative, purché condividesse gli obiettivi. La consistenza parlamentare aiuta a governare una crisi; non sostituisce una strategia.
Anche per gli interlocutori esterni conterà soprattutto questo: capire quali impegni un governo israeliano possa assumere e mantenere. La stabilità della coalizione influenzerebbe la credibilità delle trattative e la capacità di resistere alle pressioni dei singoli alleati.
L’economia presenta il conto dell’incertezza
Il prolungamento dello stallo potrebbe pesare sulla programmazione della spesa, sulle scelte degli investitori e sulle decisioni delle imprese. Non significa prevedere automaticamente una crisi finanziaria: significa riconoscere che l’incertezza politica si aggiunge ai costi della sicurezza.
Una maggioranza durevole potrebbe rendere più prevedibili bilancio e investimenti. Nuove elezioni prolungherebbero invece la provvisorietà.
La composizione del governo inciderebbe anche sulla distribuzione delle risorse fra difesa, servizi e sostegno alle diverse comunità.
Il nodo che il voto lascia irrisolto riguarda dunque la capacità di costruire decisioni comuni. Netanyahu non dispone della maggioranza.
I suoi avversari non hanno ancora trovato l’accordo per sostituirlo.
E i rappresentanti arabi chiedono che il peso riconosciuto dalle urne possa tradursi in influenza parlamentare. Israele dovrà decidere se sciogliere questa contraddizione o tornare alle urne portandosela dietro.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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