Di Giuseppe Gagliano*
BAMAKO. (MALI). Sabato scorso, l’Esercito del Mali ha abbandonato il campo militare di Boulkessi, una delle sue ultime roccaforti nel centro del Paese.

Un passo indietro che lo Stato Maggiore ha definito “strategico” e “tattico”, ma che in realtà rivela una verità più cupa e meno gestibile: è una disfatta.
Il campo, già attaccato il 1° giugno dal JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani affiliato ad al-Qaeda) è stato colpito una seconda volta, con violenza devastante.
Almeno 30 soldati uccisi secondo fonti ufficiali, ma il bilancio reale potrebbe essere molto più pesante.
I jihadisti vantano l’eliminazione di oltre 100 militari e l’acquisizione di armi e veicoli militari. Non solo un massacro: una vittoria strategica per i gruppi armati, una perdita di controllo per l’Esercito regolare.

La ritirata come sintomo del collasso
Nel Sud del Mali, lo scenario si ripete.
A Mahou, nella regione di Sikasso, un altro avamposto militare è stato assalito da circa 50 jihadisti. Cinque soldati morti, una decina feriti e l’Esercito di nuovo costretto alla fuga.
Anche qui, armi e materiali lasciati indietro. I jihadisti non avanzano solo sul terreno: avanzano nella narrazione, dominano lo spazio psicologico della guerra.
Il Governo di Bamako ha imposto coprifuochi in più regioni – tra cui Tombouctou, Ségou, Dioïla e Sikasso – nel tentativo di contenere il panico e restituire una parvenza di controllo.
Ma mentre il Paese celebra la Tabaski, i gruppi jihadisti intensificano le operazioni.
La festa religiosa diventa l’occasione per colpire uno Stato indebolito, frammentato, privo di coordinamento e logorato da anni di conflitto.
L’illusione della sovranità
Dal 2012, il Mali è precipitato in una spirale di violenza endemica.
La presenza di gruppi armati legati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico ha distrutto il fragile equilibrio post-coloniale.

Dopo l’espulsione della Missione francese Barkhane e la chiusura della MINUSMA, il Governo maliano ha cercato di riorientarsi creando l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) insieme a Burkina Faso e Niger.
Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: l’alleanza esiste solo sulla carta, mentre sul terreno il nemico conquista posizioni, risorse e consenso.
La caduta di Boulkessi rappresenta più di una sconfitta militare: è la fine di un’illusione.
L’illusione che l’Esercito nazionale possa reggere da solo contro un nemico che ha tempo, mezzi e legittimità presso una parte della popolazione abbandonata dalle istituzioni.
Una guerra che si vince col radicamento, non con le uniformi
I jihadisti non sono più semplicemente bande armate nel deserto.
Sono una presenza radicata, organizzata, capace di colmare i vuoti dello Stato con giustizia parallela, protezione economica e narrazioni religiose.
Mentre l’Esercito maliano appare come un corpo estraneo, sempre più isolato e privo di strategia, i gruppi armati costruiscono alleanze tribali, controllano i traffici, gestiscono il territorio.
Ogni ritiro, ogni base persa, ogni coprifuoco imposto è un passo in più verso la disintegrazione del Mali.
Il nemico non è più alle porte: è già dentro. E il silenzio della comunità internazionale, distratta da guerre più “mediatizzate”, lascia il Sahel in balia di una deriva che potrebbe travolgere l’intera regione.
La guerra, in Mali, non si perde per mancanza di armi.
Si perde per mancanza di visione, di volontà politica e di capacità di rappresentare una speranza per la popolazione.
Boulkessi è solo l’inizio.

