Marocco e Israele: nasce l’asse dei droni. Industria militare, diplomazia degli armamenti e consenso interno in frantumi

Di Giuseppe Gagliano*

RABAT. Il Marocco compie un salto di qualità aprendo una fabbrica di droni d’attacco in collaborazione con una controllata dell’Israel Aerospace Industries.

Un drone dell’Israel Aerospace Industries

 

Non è solo un progetto industriale: è il segno più evidente di come Rabat abbia trasformato la normalizzazione con Israele, sancita dagli Accordi di Abramo, in un asset strategico per modernizzare le proprie forze armate.

Da quattro anni, il regno ha intensificato acquisti, cooperazione tecnologica e scambi militari, rafforzando un rapporto che unisce diplomazia, sicurezza e riconoscimento geopolitico.

Gli Accordi di Abramo come piattaforma militare

Il Marocco non si è limitato a ristabilire legami diplomatici con Israele: li ha strutturati attorno al settore della difesa.

I protagonisti degli accordi di Abramo

Missili Barak 8, sistemi EXTRA, radar avanzati, cooperazione elettronica: la lista degli accordi siglati negli ultimi anni mostra un processo di integrazione militare profondo.

E non riguarda soltanto Rabat: Bahrain ed Emirati Arabi Uniti hanno fatto scelte simili, dando vita a una rete di cooperazione regionale che utilizza Israele come fornitore centrale e gli Stati Uniti come garante politico.

Il successo delle esportazioni israeliane del 2024, alimentate in buona parte dai Paesi firmatari degli Accordi di Abramo, conferma che l’industria bellica è diventata uno dei pilastri della loro resistenza politica nonostante la guerra a Gaza.

Per Israele, il messaggio è chiaro: gli investimenti a lungo termine creano dipendenze difficili da sciogliere anche nei momenti di crisi.

La rotta marocchina delle armi verso Israele

C’è però un lato oscuro. Secondo inchieste indipendenti, il Marocco è diventato un punto di transito per spedizioni di equipaggiamento militare statunitense diretto a Israele, incluso materiale per i jet F-35.

Navi della Maersk hanno scaricato carichi sensibili nei porti di Tangeri prima del trasferimento verso Haifa e delle operazioni aeree israeliane su Gaza.

Il Re del Marocco

La rivelazione ha scatenato proteste in tutto il Paese: migliaia di persone nei porti, lavoratori che si dimettono, una crescente indignazione mentre la guerra a Gaza accende la sensibilità dell’opinione pubblica marocchina.

La logistica è un nodo centrale. Maersk ha negato di trasportare armi verso zone di guerra “in violazione delle norme”, ma ha ammesso che la sua filiale statunitense è vincolata ai programmi strategici del governo americano.

In altre parole, Rabat è diventata involontariamente un anello della catena militare israelo-statunitense, con tutte le conseguenze politiche che ne derivano.

La normalizzazione incrinata dal dissenso interno

Il peso simbolico della cooperazione militare con Israele è enorme in un Paese dove la causa palestinese ha una risonanza storica.

Attivisti, ONG, sindacati e associazioni denunciano una deriva che lega il Marocco alla “macchina di guerra” israeliana.

Arresti, intimidazioni e condanne contro militanti pro-Palestina mostrano come Rabat stia cercando di contenere una protesta che gli Accordi di Abramo non hanno mai realmente sanato.

La frattura tra strategia di Stato e sensibilità popolare si allarga.

Mentre il Governo vede nella partnership con Israele un acceleratore di modernizzazione e un mezzo per ottenere riconoscimenti territoriali sul Sahara Occidentale, una parte crescente della società percepisce questa cooperazione come una rottura morale e politica.

Un equilibrio fragile tra ambizioni e vulnerabilità

Il Marocco sta costruendo una capacità militare mai avuta prima, sfruttando un momento in cui Israele è desideroso di consolidare i suoi legami regionali per compensare l’isolamento internazionale prodotto dalla guerra a Gaza.

Ma questa strategia lo espone a rischi interni ed esterni: tensioni con l’opinione pubblica, dipendenza tecnologica, pressione dei partner occidentali, irritazione dell’Algeria.

La nuova fabbrica di droni è un tassello di un mosaico che ridisegna il Nord Africa.

Ma rivela anche un dato essenziale: nel mondo post-Abramo, la diplomazia passa sempre più attraverso i flussi di armi. E ogni accordo di difesa ha un costo politico che prima o poi presenta il conto.

*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Torna in alto