MBA Gyrojet: il razzo tascabile

Di Paola Ducci*

LONDRA. Negli anni ’60, mentre la Guerra Fredda alimentava la corsa allo Spazio e l’immaginario collettivo si riempiva di razzi, satelliti e futurismi, anche il mondo delle armi cercò la sua rivoluzione.

In questo clima di innovazione radicale due ingegneri della MBA Associates, Robert Mainhardt e Art Biehl, decisero di sfidare la tradizione secolare delle armi da fuoco.

Il loro progetto, il Gyrojet, non era una pistola nel senso classico: era un lanciarazzi tascabile, un oggetto che sembrava uscito da un laboratorio della NASA più che da un’armeria. Una tecnologia spaziale in formato palmare.

Il fucile Gyrojet

Il Gyrojet funzionava in modo completamente diverso da qualsiasi arma convenzionale.

Non sparava proiettili spinti da gas in espansione ma micro‑razzi calibro .51 alimentati da propellente solido. La fisica balistica era quasi invertita rispetto al normale: il razzo lasciava la canna a velocità molto bassa e accelerava progressivamente durante il volo, raggiungendo la massima energia cinetica solo dopo 15–20 metri.

Per garantirne la stabilità gli ingegneri adottarono una soluzione ingegnosa: alla base del razzo vennero ricavati quattro minuscoli ugelli inclinati che espellevano i gas di combustione generando una rotazione rapidissima.

Era lo stesso principio che stabilizza missili e veicoli spaziali, applicato però a un proiettile grande quanto un dito.

Sulla carta il Gyrojet sembrava un prodigio tecnologico. L’assenza di una camera di scoppio rendeva l’arma quasi priva di rinculo e sorprendentemente silenziosa: il colpo produceva un sibilo, più simile allo sfiato di uno pneumatico che a un’esplosione.

La struttura, realizzata in gran parte in Zamac, aveva pochissime parti mobili e non richiedeva estrattori o bossoli. Era un’arma leggera, semplice, quasi “spaziale”. Ma la pratica raccontò un’altra storia.

Il modello di MBA Gyrojet

Il Gyrojet soffriva di problemi che ne compromisero l’uso militare:  era inefficace a corto raggio poiché il razzo usciva dalla canna così lentamente che, a distanza ravvicinata, l’impatto era quasi innocuo.

Aveva una precisione imprevedibile, bastava un granello di sporco in uno degli ugelli per far deviare il razzo in modo incontrollabile e aveva accensioni irregolari poiché  il propellente solido degli anni ’60 era instabile, quindi  alcuni razzi non si accendevano mentre altri bruciavano in modo asimmetrico.

Il risultato era un’arma affascinante ma troppo inaffidabile per il campo di battaglia.

Durante la guerra del Vietnam ,il Gyrojet venne impiegato in modo sperimentale da alcune unità speciali americane, in particolare dal MACV‑SOG, il gruppo d’élite incaricato di operazioni clandestine dietro le linee nemiche.

Il contesto operativo non convenzionale sembrava ideale per un’arma silenziosa e leggera, ma i limiti tecnici emersero rapidamente.

Il Gyrojet rimase un curioso esperimento, più interessante per i laboratori che per la trincea.

Ma il Gyrojet impiegò poco per passare dalla realtà fattuale alla fantascienza perché, se non aveva conquistato i soldati, conquistò però Hollywood.

La sua estetica futuristica lo rese perfetto per la science  fiction.

Infatti il design del Gyrojet influenzò la transizione concettuale dalle armi da fuoco ai phaser, contribuendo a definire l’iconografia tecnologica della Flotta Stellare di Star Trek.

Ma non solo: l’arma appare, sia in versione pistola sia come fucile, nientedimeno che nel film James Bond – Si vive solo due volte (1967) dove viene utilizzato dai ninja alleati di 007.

Il Gyrojet divenne così un simbolo dell’immaginario tecnologico dell’epoca, più vicino ai set cinematografici che ai campi di battaglia.

Oggi è considerato uno dei più affascinanti vicoli ciechi dell’ingegneria balistica e un oggetto da collezione dell’Era Spaziale.

Gli esemplari superstiti sono rari e i micro‑razzi originali possono costare centinaia di dollari l’uno.

Nonostante il fallimento operativo, il Gyrojet ha conquistato un posto speciale nella storia: è la testimonianza di un momento in cui l’umanità credeva che anche una pistola potesse diventare un razzo e che il futuro sarebbe stato scritto con fiamme e propellente.

*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa

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