Di Fabrizio Scarinci
TEHERAN. I vertici iraniani hanno annunciato, nel primo pomeriggio, la riapertura dello Stretto di Hormuz fino al prossimo 21 aprile, data in cui dovrebbe terminare la tregua con USA e Israele.
Secondo a quanto reso noto, tale decisione, che riguarderebbe tutte le navi commerciali, petroliere incluse, sarebbe stata presa in seguito al raggiungimento dell’accordo per un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e Libano.

Naturalmente, tale comunicazione ha determinato un immediato e sostanzioso calo del prezzo del petrolio, con notevoli effetti positivi per l’intera economia globale.
Com’era ovvio che fosse, la notizia è stata accolta e rilanciata con notevole entusiasmo da parte del Presidente statunitense Donald Trump, che ha anche specificato come l’Iran avrebbe accettato di non chiudere mai più lo Stretto e di non usarlo mai più come “un’arma contro il mondo”.
Cionondimeno, il Capo della Casa Bianca (che, tra le altre cose, avrebbe negato la subordinazione della scelta iraniana di riaprire lo Stretto al cessate il fuoco in Libano) avrebbe comunque annunciato la propria intenzione di continuare a mantenere il blocco navale statunitense nei confronti della Repubblica Islamica fino al pieno raggiungimento di un accordo, provocando fortissimi malumori dalle parti di Teheran.

Proprio con riferimento ad un eventuale accordo, al centro della questione restano, come noto, il programma nucleare iraniano, che gli USA avrebbero proposto a Teheran di sospendere per almeno un ventennio ma che gli iraniani non sarebbero disposti a fermare per più di cinque anni (a tal proposito, nelle ultime ore Trump si sarebbe addirittura spinto ad affermare che l’Iran avrebbe accettato una sospensione a tempo indeterminato ma sarebbe rapidamente stato smentito), e le scorte di uranio arricchito già in possesso della Repubblica Islamica (si parla, in particolare di circa 440 kg).
Per queste ultime, secondo varie fonti il governo statunitense avrebbe inizialmente proposto un pagamento di 6 miliardi dollari, mentre gli iraniani ne avrebbero chiesti 27.
Al momento sarebbe quindi sotto esame il possibile sblocco di beni iraniani per circa 20 miliardi (anche se, almeno ufficialmente, Trump continua a sostenere che non vi sarà alcun tipo pagamento o concessione di carattere economico).
In generale, a dispetto del fallimento dei negoziati di Islamabad, sembrerebbe comunque essere emersa una certa volontà di tornare a dialogare sia da parte di Washington, che, nell’impossibilità di piegare (e tanto meno commissariare) il regime iraniano intende chiudere la questione imponendo le sue scelte anche a Israele, che da parte di Teheran, la cui classe dirigente contempla le distruzioni subite dal Paese chiedendosi – parole del Presidente Pezeshkian – come si farà , tra le altre cose, a pagare stipendi e salari.
Dal canto loro, gli alleati europei di Washington, con cui la Casa Bianca si è più volte scontrata nel corso delle ultime settimane, starebbero invece predisponendo l’invio di una missione militare “pacifica” volta a contribuire allo sminamento di Hormuz. Una decisione che Trump avrebbe però trattato in modo sprezzante, specificando di aver “detto loro di stare alla larga, a meno che non vogliano solo riempire le loro navi di petrolio” e ribadendo come, dal suo punto di vista, la NATO si sarebbe rivelata inutile nel momento del bisogno.
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