Medio Oriente: il caos può facilmente e all’occorrenza spingere gli avversari a trasformarsi in nemici

Di Vincenzo Santo*

ROMA. Martedì scorso, su Il Fatto, Alessandro Orsini ha accusato la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni di essere accondiscendente nei confronti di Netanyahu e che “la capacità del governo israeliano di penetrare in Fratelli d’Italia diventa ancora più chiara se passiamo dal piano logico a quello storico …”.

Il presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni

Ma poi si dilunga in considerazioni che ho ritenuto essere non del tutto precise e obiettive.

Intanto, devo dire che non mi è chiaro quel “passaggio dal piano logico a quello storico” che cosa significhi, dal momento che la stessa storia, se è tale, si basa sulla logica della realtà avvenuta.

Ma tralascio questa sua convinzione per il semplice fatto che la storia, appunto, ha insegnato a non doversi stupire più di tanto per tali “penetrazioni”.

Fanno parte delle politiche estere o, se si preferisce, degli affari esteri di ciascun Stato.

E, vivaddio, qui da noi tante formazioni politiche non ne hanno mai disdegnato il fascino. Nella storia!

Israele cerca di sopravvivere e anche se tenta di penetrare i gangli decisionali di altri Stati non lo ritengo oggetto di biasimo, considerata la forte e ben più forte penetrazione e la grande attrazione generate globalmente dalla questione palestinese.

Lo stesso Hamas e gli altri movimenti palestinesi, infatti, lo hanno fatto, e non li condanno.

Certo, Netanyahu non aiuta, ma vorrei vedere cosa accadrebbe con un diverso premier.

Benjamin Netanyahu

A parte questo, ripeto, sono convinto che Orsini sia incappato in pericolosi errori di valutazione su un paio di altre argomentazioni.

In primo luogo, egli afferma che non ci sia più ad oggi alcun Stato in Medio Oriente che neghi il diritto di esistere di Israele.

A parte l’Iran. Per gli altri, infatti, egli traccia velocemente le sue ragioni chiamando in causa i trattati di pace con Giordania ed Egitto e gli Accordi di Abramo che hanno legato a Israele il Bahrein in un vero trattato di pace e gli Emirati.

Condivisibile quanto dice sui collegamenti tra sauditi e israeliani almeno lungo il canale intelligence.

E tuttavia, egli sembra scordare la geografia. Un ostacolo che Teheran supera grazie ai suoi satelliti proxy, Hamas e Hezbollah.

Milizie di Hezbollah

Eppure, dopo qualche decennio, una regione particolarmente turbolenta può tornare a rendere caldi quei punti di contatto un tempo rappacificati.

Israele, infatti, è circondato da avversari e da nemici veri.

Non ha veri vincoli di amicizia con i suoi confinanti.

Il caos mediorientale, che carsicamente sembra ripresentarsi, per lo più generato dal regime teocratico di Teheran e dalla postura politica “anti-Israele” di mezzo mondo, che scaturisce dalla scarsa conoscenza dei fatti in tutti i decenni seguenti alla Grande Guerra, può facilmente e all’occorrenza spingere gli avversari a trasformarsi in nemici.

Mentre, nei periodi di “pace” o di pur tenue turbolenza, spingere i veri nemici a tramare sottotraccia fingendo di essere “solo” avversari. È la dissimulazione.

Qualche inciso sui trattati di pace con Egitto e Giordania è necessario.

Dal 1948 al 1973 Egitto e Israele erano stati coinvolti in quattro conflitti e per Sadat continuare indefinitamente quella situazione significava impiegare enormi risorse.

La pace avrebbe permesso all’Egitto di spostare l’attenzione allo sviluppo economico anche grazie all’aiuto americano. Americani che Sadat, desideroso di scostarsi dall’Unione Sovietica, riteneva essere gli unici interlocutori utili per le trattative con Israele.

Dimostrando tra l’altro che la vera pace e il vero riconoscimento reciproco consentirono agli egiziani di riprendersi il Sinai.

Quando, invece, nel 2005 Israele evacuò Gaza dai suoi coloni, e lo fece anche con la forza,  continuò comunque a subire il terrorismo di Hamas. Amman, da parte sua, nutriva poco interesse nel riprendersi la Cisgiordania.

A Re Hussein premeva di non essere escluso dalle trattative dopo l’avvio del processo di Oslo e mirava ad assicurarsi l’importante sostegno economico di Washington. Ma c’era anche la definizione della distribuzione delle acque del Giordano.

Nonché la chiusura di un fronte di guerra, per potersi poi dedicare alla stabilità interna. A prescindere dal suo personale rapporto molto stretto raggiunto con Rabin.

I protagonisti degli Accordi di Abramo

Buoni trattati questi due, senza dubbio. E gli unici esistenti a parte quanto conseguito con gli Accordi di Abramo. Ma “con le basi d’argilla”. Lo sono per ragioni sociali, economiche e politiche.

Il trionfo pur temporaneo dei Fratelli Musulmani in Egitto, caduto Mubarak, lo ha dimostrato. E Amman è la capitale di un regno caratterizzato da una forte presenza palestinese.

Il che può suggerire una certa sensibilità alla questione d’oltre confine. Paese economicamente debole, pur con una crescita nel 2026 del 2,7%, ma problematico per via dell’alta disoccupazione, quella generale al 21%, secondo la Banca Mondiale.

Ma quella più preoccupante è quella giovanile pari al 44%.

In questi due Paesi, quindi, tutto potrebbe cambiare, basterebbe forse l’esplosione di un’altra “primavera”.

E poi i trattati, infatti, non sono eterni. E questo il bravo Orsini non può escluderlo.

Anche la Siria è fragile e la Turchia sembra volersene approfittare per un più assertivo assetto geostrategico. L’Iran ha momentaneamente perso la presa su Damasco, è vero, ma reputo che sia solo una questione temporanea e potrà dipendere da come il conflitto del Golfo Persico terminerà.

L’Iraq è anch’esso alla mercè di Teheran. Per non parlare del Libano dove Hezbollah la fa da padrone.

Iraq, Siria e Libano sono da sempre l’asse teocratico con cui Teheran intende proiettarsi sul Mediterraneo, passando per Gerusalemme.

Fingendo interesse genuino per i “poveri palestinesi”. Arrivare alla costa mediterranea, dove Israele controlla e sfrutta i più importanti giacimenti di gas del bacino del Levante e un diverso sbocco commerciale a suo favore, alternativo a Hormuz.

Pertanto, con due trattati di pace che reggono finché reggono e con un Iran che intende proiettarsi da est e con la Turchia impegnata a farlo da nord, Israele non può permettersi alcuna distrazione strategica.

Ogni mossa di questi attori va guardata dallo Stato ebraico con la massima attenzione. Incluse, ripeto, le eventuali increspature politiche interne in Giordania e in Egitto. Pur questi paesi legati a Israele da accordi energetici importanti.

Il tutto, in una situazione perpetua di grande stress politico e militare, date le presenze niente affatto amichevoli di Hamas e Hezbollah dietro la porta. Pertanto, dare per scontato che a nessuno di questi attori farebbe piacere o sarebbe utile la scomparsa di Israele è un azzardo.

In secondo luogo, Orsini, menzionando un passaggio di un’intervista a Ignazio La Russa, in cui il Presidente del Senato afferma “… Hamas nega il diritto d’Israele a esistere! …”, ci rende noto che il 1° maggio 2017 a Doha, Hamas aveva presentato un nuovo Document of General Principles and Policies che modificava significativamente il documento fondativo del 1988.

Aggiunge Orsini che con quel documento Hamas aveva eliminato il riferimento alla distruzione d’Israele. Ecco, io dico che non è affatto così. Non so che cosa abbia mai letto Orsini, e forse l’inglese potrebbe aver fatto sembrare più addolciti determinati passaggi, ma quel documento, pur non parlando in termini tanto “distruttivi”, in pratica postula la medesima cosa.

La sostanza non cambia rispetto alla carta del 1988. Si tratta di un pezzo di carta costruito ovviamente per convenienza ma che parla, a mio parere, “con lingua biforcuta”.

Certo, non dice più niente “sull’Ultimo Giorno che non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e [finchè – nda] i musulmani non li uccideranno” o che Israele esisterà fin quando l’Islam “non lo ponga nel nulla”.

Viene utilizzato un linguaggio meno diretto e truculento, questo è vero, ma ci sono vari tratti da cui si può comprendere come la finalità sia immutata, cioè la liberazione della Palestina “dal fiume al mare”.

Ne scrivo dopo. Basterebbe questo per comprendere che il fine ultimo sia comunque nella “sparizione” di Israele. Un documento ambiguo che in realtà non abroga e non sostituisce “formalmente” la Carta del 1988, che resta quindi in vigore.

Il target comunicativo è di certo anche l’opinione pubblica occidentale, il cui polso era stato misurato dalla “dirigenza all’estero”, più pragmatica e attenta alla diplomazia.

Occorreva quindi un rinnovato indirizzo fintamente più morbido, voluto da Ismail Haniyeh, che prendeva il posto di Khaled Meshaal come capo dell’ufficio politico. Ma c’è anche la volontà di un avvicinamento all’Egitto dopo il colpo di Stato del 2013 che aveva rovesciato Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, a cui Hamas, nella carta del 1988 faceva esplicito riferimento.

Qui, invece, del tutto omesso per compiacere al-Sisi, nemico della Fratellanza. E, infatti, nel corso del 2017 i rapporti con l’Egitto migliorarono.

Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi

E poi Orsini fa riferimento esplicito al compromesso che Hamas sembrerebbe voler concedere sullo Stato di Palestina. Egli si riferisce al seguente passo tratto dal paragrafo 20: “… However, without compromising its rejection of the Zionist entity and without relinquishing any Palestinian rights, Hamas considers the establishment of a fully sovereign and independent Palestinian state, with Jerusalem as its capital along the lines of the 4th of June 1967, with the return of the refugees and the displaced to their homes from which they were expelled, to be a formula of national consensus”.

Bene. Tuttavia, letto da solo senza prendere atto delle righe precedenti di questo stesso paragrafo, questa apparente buona volontà può infatti indurre in conclusioni fallaci. La parte precedente, infatti, ci dice che: “Hamas believes that no part of the land of Palestine shall be compromised or conceded, irrespective of the causes, the circumstances and the pressures and no matter how long the occupation lasts. Hamas rejects any alternative to the full and complete liberation of Palestine, from the river to the sea”.

A conferma della grande capacità di dissimulazione che in realtà cela uno intento permanente, tra l’altro rivelato chiaramente da Faisal Husseini in un’intervista del 2001, di accettare ciò che si ottiene ora senza rinunciare all’obiettivo complessivo.

E quel “to be a formula of national consensus” è solo un braccio teso all’OLP ma che di fatto sembrerebbe un semplice piegarsi di Hamas a ciò su cui i palestinesi convergono.

Non lo è. E anche questo ipotetico consenso rappresenta un qualcosa di non dimostrabile o conseguibile.

Hamas finge di essere un osservatore privilegiato e non lo è.

Non c’è alcun riconoscimento di Israele e divide pretestuosamente ebrei e sionismo.

Infine, è certo che Israele non potrà mai accettare quel punto in cui si prevederebbe “… the return of the refugees and the displaced to their homes from which they were expelled …”.

Pertanto, il vero fine di questa carta era quello di presentarsi con un volto nuovo.

Il documento era solamente la necessaria mossa politica di un movimento allora isolato e sotto pressione, in risposta a un cambio di leadership, alla necessità di ricucire con l’Egitto e con il mondo arabo sunnita “moderato” e al timore di restare fuori dal nuovo quadro diplomatico dell’era Trump.

Un inganno in cui in tanti sono cascati, soprattutto qui in Occidente. Orsini incluso.

Ma la “cancellazione” di Israele rimane e come! Chiunque ne legga le righe e si impegni a essere obiettivo non potrà che rilevarlo.

*Generale di Corpo d’Armata Esercito (ris)

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