Medio Oriente: la Cisgiordania sul tavolo “da gioco” di EAU e Israele. Il Presidente emiratino Mohammed bin Zayed chiede una soluzione negoziata per la Palestina

DI Giuseppe Gagliano*

ABU DHABI. La partita a scacchi tra Abu Dhabi e Gerusalemme si gioca su un tavolo che brucia, quello della Cisgiordania, dove il destino di un popolo e la stabilità di un’intera regione sono in bilico.

Al centro di questo intricato gioco geopolitico c’è lo sceicco Mohammed bin Zayed, il potente presidente degli Emirati Arabi Uniti, conosciuto come MBZ, che ha orchestrato una strategia sofisticata per contrastare il piano del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di espandere gli insediamenti e annettere parti della Cisgiordania occupata.

Il Presidente emiratino Mohammad Bin Zayed

È una mossa che non si limita a una disputa territoriale, ma che tocca i nervi scoperti di un Medio Oriente frammentato, dove alleanze, tradimenti e interessi economici si intrecciano in un mosaico di ambizioni e paure.

Immaginate la scena: il 29 maggio scorso, Israele annuncia l’approvazione di 22 nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania, un passo che non è solo un’ulteriore colonizzazione, ma un chiaro segnale di preparazione per un’annessione su larga scala.

Nuovi insediamenti in Israele

Netanyahu, maestro della politica muscolare, sa che ogni nuovo insediamento è una bandiera piantata nel cuore del sogno palestinese di uno Stato indipendente.

Ma questa volta, dall’altra parte del Golfo, MBZ non resta a guardare.

Il leader emiratino, con il suo pragmatismo affilato e la sua visione di lungo termine, ha deciso di agire, non con proclami roboanti, ma con una strategia che unisce diplomazia, pressione internazionale e un dialogo diretto con le grandi potenze, a cominciare dagli Stati Uniti.

La strategia di MBZ è un capolavoro di equilibrismo.

Da un lato, gli Emirati Arabi Uniti non possono permettersi di alienarsi Israele, con cui hanno siglato gli Accordi di Abramo nel 2020, aprendo una nuova era di relazioni diplomatiche e commerciali.

I protagonisti degli accordi di Abramo

Abu Dhabi ha investito troppo in questa partnership – voli diretti, accordi tecnologici, cooperazione militare – per rischiare un conflitto aperto.

Dall’altro, MBZ sa che l’annessione della Cisgiordania potrebbe incendiare la regione, rafforzando gruppi estremisti, destabilizzando alleati come la Giordania e alienando l’opinione pubblica araba, che nonostante tutto resta sensibile alla causa palestinese.

Così, il Presidente emiratino ha scelto una via indiretta, ma non meno incisiva: costruire una coalizione di pressione che isoli Netanyahu senza spezzare i fragili ponti costruiti con Gerusalemme.

Il primo pilastro della strategia di MBZ è la collaborazione con enti regionali e internazionali.

Gli Emirati stanno lavorando per galvanizzare l’Arabia Saudita, che nonostante le aperture verso Israele resta ferma sulla necessità di una soluzione a due Stati, e la Giordania, il cui Re Abdullah II vede nell’annessione una minaccia esistenziale per il suo Regno, che ospita milioni di palestinesi.

Re Abdullah II di Giordania

 

A livello internazionale, MBZ punta sull’Unione Europea, che ha già condannato le politiche di insediamento israeliane e sulle Nazioni Unite, dove l’annessione sarebbe bollata come una violazione del diritto internazionale. Ma il vero asso nella manica di MBZ è il dialogo con Washington, il giocatore più pesante sullo scacchiere.

Qui entra in gioco la preoccupazione principale di MBZ: le divisioni all’interno dell’Amministrazione statunitense.

Con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca nel 2025, la politica americana verso il Medio Oriente è un mix di imprevedibilità e pragmatismo.

Trump, che nel 2020 aveva benedetto gli Accordi di Abramo e il piano di annessione di Netanyahu, oggi sembra più cauto, almeno pubblicamente.

Durante il loro ultimo incontro, MBZ ha trasmesso a Trump una serie di principi fondamentali: la stabilità regionale passa attraverso una soluzione negoziata per la Palestina.

L’annessione rischia di compromettere i progressi diplomatici con i Paesi arabi.

E gli Emirati sono pronti a investire economicamente in una Gaza post-bellica, ma solo se Israele rinuncia a mosse unilaterali in Cisgiordania.

È un messaggio che mescola incentivi e avvertimenti, con l’obiettivo di spingere Trump a frenare Netanyahu, magari in cambio di ulteriori concessioni economiche o strategiche da parte di Abu Dhabi.

Il Presidente Trump e primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Ma non è solo una questione di diplomazia. MBZ sta giocando su più tavoli, sfruttando il soft power degli Emirati. Abu Dhabi ha intensificato gli aiuti umanitari ai palestinesi, non solo per alleviare le sofferenze, ma per presentarsi come un attore credibile agli occhi della comunità internazionale.

Allo stesso tempo, gli Emirati stanno usando la loro influenza nei media arabi per amplificare le critiche all’annessione, senza però attaccare direttamente Israele. È una danza delicata: MBZ deve mostrarsi come un difensore della causa palestinese senza compromettere la sua immagine di leader moderato e partner affidabile dell’Occidente.

Eppure, la strada è irta di ostacoli.

Netanyahu, con il suo Governo di destra sostenuto da ministri come Bezalel Smotrich, che vedono nella Cisgiordania la “Giudea e Samaria” biblica, non è tipo da cedere facilmente.

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano

L’annuncio dei 22 nuovi insediamenti è un guanto di sfida, un modo per testare la risolutezza degli avversari. Inoltre, la base elettorale di Netanyahu, che include i coloni e i nazionalisti religiosi, vede nell’annessione una missione quasi divina.

Per il primo ministro israeliano, ogni passo indietro potrebbe costargli il potere, in un momento in cui la sua leadership è già messa alla prova da crisi interne e internazionali.

Poi c’è il fattore tempo. La strategia di MBZ si basa sull’idea che il 2025 sia un anno cruciale: con Trump al potere, l’Europa distratta dalle sue crisi interne e la Russia impegnata in Ucraina, Netanyahu potrebbe vedere una finestra di opportunità per agire. MBZ, però, sa che il tempo può giocare a suo favore.

Ritardare l’annessione, anche solo di qualche mese, potrebbe aprire spazio per nuove negoziazioni, magari sotto la pressione di una comunità internazionale più coesa.

E se gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, decidessero di puntare su un grande accordo regionale – magari includendo l’Arabia Saudita – l’annessione potrebbe diventare un ostacolo troppo grande anche per Netanyahu.

In questo gioco di potere, la Cisgiordania è più di un territorio: è il simbolo di un conflitto che ha definito il Medio Oriente per decenni. MBZ, con la sua strategia, sta cercando di riscrivere le regole del gioco, non con le armi, ma con la diplomazia e l’influenza. Ma il successo non è garantito.

La cartina della West Bank

 

Se Netanyahu decidesse di andare avanti, ignorando le pressioni di Abu Dhabi e Washington, la regione potrebbe scivolare verso un nuovo ciclo di violenze.

E in quel caso, anche il pragmatismo di MBZ potrebbe non essere sufficiente a spegnere l’incendio.

Per ora, il mondo osserva, mentre il deserto del Golfo e le colline della Cisgiordania attendono il prossimo colpo di questa partita senza fine.

*Presidente Centro Studi Cestudec

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto