Medio Oriente: nessuno punti il dito contro Israele

Di  Francesco Ippoliti*

Gerusalemme. Gli assurdi scontri in questi giorni tra Hamas, organizzazione politica palestinese che sarebbe legittimamente eletta ed Israele hanno ancora una volta evidenziato la sola volontà di guerra e odio verso il popolo israeliano.

Una lista degli operativi di Hamas eliminati dalla sicurezza israeliana

Le motivazioni degli scontri sono il susseguirsi di una concatenazione di eventi.

La decisione di chiudere con barricate, il 13 aprile scorso, data di inizio del Ramadan, la Porta di Damasco nella Vecchia Città per evitare assembramenti e prevenire scontri.

Un momento degli scontri alla Porta di Damasco, a Gerusalemme

Scontri che regolarmente alla sera avvenivano da parte dei palestinesi contro le forze di sicurezza israeliane.

Le barricate furono rimosse il 25 aprile. dopo ulteriori scontri contro gli ebrei ultra nazionalisti.

La decisione in data 29 aprile dell’Autorità Palestinese del Presidente Mahmud Abbas di rimandare le elezioni legislative previste per il 22 maggio, ha incrementato i malcontenti e le paure in seno ai palestinesi di Fatah.

Presidente Mahmud Abbas, Presidente dell’Autorità nazionale palestinese

C’è poi stata la sentenza, in data 6 maggio, della Corte Suprema di Israele per lo sgombero di sei famiglie palestinesi (74 persone) da alcuni alloggi siti in Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est.

In base alle fonti locali, tali palestinesi non pagavano da molto tempo l’affitto ai proprietari israeliani.

L’evento ha richiamato l’attenzione degli ultranazionalisti che sarebbero entrati nel quartiere in questione insieme a Itamar Ben Gvir, nuovo eletto al Knesset.

Inoltre la succitata sentenza sarebbe stata utilizzata dai palestinesi locali per un confronto violento, per una manifestazione d’odio, per gli animi esacerbati  anche dal periodo di digiuno del Ramadan.

L’8 maggio è stato deciso di bloccare numerosi palestinesi prima che entrassero in Gerusalemme per raggiungere la Spianata delle Moschee e festeggiare il Layat al-Qadr, la notte sacra del Ramadan.

Ed ancora: l’evento, in data 10 maggio, enfatizzato dalle fonti palestinesi, in cui le forze di sicurezza israeliane sarebbero entrate nel cortile del Santuario di al-Haram al-Sharif ove è sita la moschea di al-Aqsa, terzo sito importante per la religione dell’Islam, in modo da fermare le violenze palestinesi.

L’attacco alla moschea di al Alqsa

Nella stessa data la Camera congiunta delle fazioni di resistenza palestinesi di Hamas ha inviato un ultimatum al governo di Israele affinchè ritirasse le forze di sicurezza dalla moschea di Al-Aqsa e da tutto il quartiere di Sheikh Jarrah.

Successivamente è iniziato il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele.

LE CAUSE DEL NUOVO CONFLITTO

Quindi le cause di questo ennesimo conflitto si possono riassumere in una concatenazione di eventi e nell’esplicita volontà di Hamas di alzare volutamente il livello di scontro.

Dopo circa due settimane di lanci di razzi e la contro risposta da parte delle Forze Armate Israeliane (IDF), la situazione è alquanto critica.

Le fonti israeliane parlano di  oltre 3.500 razzi lanciati verso Israele e di oltre 200 sortite dell’Aeronautica militare con un bilancio, a ieri, di 12 morti in Israele e 217 a Gaza, di cui 63 sarebbero bambini, e con oltre 1.500 feriti.

Molti palestinesi sarebbero stati usati come scudi umani, contravvenendo alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, (art. 28), al Primo Protocollo Addizionale alla Convenzione di Ginevra (capitolo II art. 51.1,) ed allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (art.8).

Sono stati registrati numerosi scontri tra palestinesi e israeliani in tutto il territorio di Israele che hanno aggravato la convivenza rendendola non più pacifica.

La casa di due comandanti di al Qassam Brigade colpita dalla risposta israeliana

Sono stati individuati lanci di pochi razzi dal territorio del Libano e della Giordania verso Israele per elevare ulteriormente il conflitto.

Gli obiettivi colpiti da Israele sarebbero oltre 800 con 130 terroristi neutralizzati.

IL RUOLO DELLE DIPLOMAZIE 

Le diplomazie internazionali, al lavoro per trovare un’utopistica soluzione, non sono riuscite ad individuare uno straccio di accordo per volontà di parte e per l’interesse di mantenere acceso il conflitto, oppure per innalzarsi a paladini della situazione per meri motivi religiosi.

Ora, dopo giorni di combattimenti, la rete di tunnel palestinesi è stata alquanto neutralizzata con decine di chilometri distrutti ed ingenti i danni infrastrutturali.

Hamas ha ridotto il lancio di razzi, presumibilmente perché li avrebbe finiti nei propri arsenali rimasti ancora integri, e la popolazione palestinese, che già era allo stremo, si è vista ridurre ulteriormente i pochi servizi essenziali ed ha abbandonato ogni speranza di una vita normale.

Le domande sono innumerevoli, perché il popolo palestinese rimane sotto l’oppressione di Hamas?

Perché la comunità internazionale non vuole prendere una posizione per aiutare il popolo palestinese?

Chi pagherà gli ingenti danni nella Striscia? Perché si deve colpevolizzare solo Israele perché difende solamente il proprio popolo?

Dove sono le Agenzie dell’ONU?

Si ricorda che il Capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite prevede l’utilizzo della peace-enforced qualora le parti non abbiano trovato un accordo in un conflitto.

Ed una missione di pace, peace-building, esclusivamente in territorio della Striscia di Gaza, avrebbe tutti i presupposti per partire.

Quindi nessuno punti il dito contro Israele, ma ciascuno guardi in casa propria e cerchi di capire gli errori fatti e voluti per la sofferenza del popolo palestinese.

Il tema sarà ripreso, in maniera più dettagliata, nel prossimo numero della Rivista di Report Difesa in uscita ai primi di giugno.

*Generale di Brigata (ris)

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