Medio Oriente: si fa largo l’ipotesi di una tregua mentre la CiG inizia un processo nei confronti di Israele. Ancora incerto il futuro di Gaza

Di Fabrizio Scarinci

TEL AVIV. Secondo quanto riportato nella tarda serata di ieri dal quotidiano israeliano Haaretz, dopo diversi giorni di trattative (caratterizzati da varie proposte e controproposte) Israele e Hamas sarebbero, ormai, molto vicini ad un nuovo cessate il fuoco.

Attacco israeliano nella Striscia di Gaza

In particolare, le parti si sarebbero già accordate (con l’aiuto di USA, Egitto e Qatar) sull’istituzione di una tregua volta a favorire la graduale liberazione degli ostaggi israeliani in cambio di un certo numero di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri di Tel Aviv (anche se quanti esattamente per ostaggio non è ancora chiaro) e su un significativo ampliamento dell’ingresso di aiuti umanitari all’interno della Striscia.

Il principale nodo da sciogliere sarebbe, invece, costituito dalla natura e dalla durata della tregua stessa, con Hamas che spera di salvare il salvabile cercando di ottenere la totale cessazione delle ostilità e Israele che sembrerebbe, invece, disposto a concedere non più di 35 giorni.

In tale contesto sarebbe, poi, arrivata anche la tanto attesa sentenza preliminare della Corte Internazionale di Giustizia riguardo alla recente denuncia per genocidio presentata dal Sud Africa nei confronti di Tel Aviv (un’iniziativa che potrebbe benissimo essere stata studiata con Russia e Cina al fine di piantare qualche grana in Occidente) e alla conseguente richiesta di archiviazione effettuata da parte israeliana.

Il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa

Nel loro pronunciamento, pur non richiedendo ad Israele di fermare le proprie operazioni militari e ribadendo la necessità che gli ostaggi catturati il 7 ottobre scorso da parte di Hamas vengano liberati al più presto, i giudici della Corte hanno comunque deciso di non archiviare la denuncia di Città del Capo, avviando, così, un procedimento penale nei confronti dello Stato Ebraico, che rischia, incredibilmente, di diventare il Primo Paese al mondo a subire una condanna per genocidio.

Prospettive per Gaza

All’interno della Striscia, intanto, gli scontri non accennano a fermarsi, con le Forze di Difesa Israeliane che, solo tre giorni fa, hanno annunciato il definitivo accerchiamento della città di Khan Younis; nota roccaforte meridionale di Hamas a ridosso della quale si combatte ferocemente da diverse settimane.

Forze israeliane nelle strade di Khan Younis

Sempre più intense risultano, inoltre, anche le operazioni sul fronte settentrionale, dove, nel corso dell’ultimo mese, l’artiglieria e le forze aeree di Tel Aviv hanno colpito con crescente intensità le zone controllate da Hezbollah.

Sullo sfondo di tutto ciò vi è, però, anche la profonda divergenza apertasi di recente tra i vertici di USA e UE e quelli di Tel Aviv in merito al futuro di Gaza, che vede i primi insistere sulla soluzione “due popoli – due Stati” nell’ambito di un più ampio accordo per la stabilizzazione del Medio Oriente (in cui si sarebbe, peraltro, inserita anche la recente proposta del ministro degli Esteri Antonio Tajani riguardo ad una missione di peacekeeping sotto il comando delle Nazioni Unite) e i secondi perseguire un modello in cui ai palestinesi verrebbe affidato il compito di governare la Striscia e alle IDF quello di esercitare una sorta di controllo generale dall’esterno (in modo da allontanare la prospettiva di uno scontro prolungato di tipo asimmetrico) e di intervenire attivamente ogni qualvolta si presentasse la necessità di dover stroncare sul nascere qualche seria minaccia per la sicurezza dello Stato Ebraico.

Come finirà questo braccio di ferro, al momento, non è ancora dato saperlo.

In ogni caso, però, è difficile che una seria trattativa a riguardo possa iniziare prima della fine delle operazioni militari, che (tregua o non tregua) i vertici israeliani sembrerebbero decisi a portare a termine fino alla completa eradicazione del governo di Hamas sul territorio di Gaza.

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