Di Giuseppe Gagliano*
La brusca rarefazione delle unità russe nel Mediterraneo e il contemporaneo spostamento del baricentro navale verso Baltico e Artico non sono una fluttuazione tattica: sono un messaggio strategico. Mosca privilegia la “difesa a bastione” nelle acque di casa, dove proteggere deterrenza nucleare, cantieri e linee logistiche è più vitale che proiettare potenza lontano. Nel Sud, senza un appoggio tecnico-logistico robusto, ogni missione diventa costosa, esposta, poco sostenibile.
La variabile siriana
Il cuore della partita si chiama Siria. La contrazione dell’accesso operativo a Tartus mina il vecchio schema russo: sosta, manutenzione, rifornimenti, ricambio equipaggi. Senza un porto affidabile a Sud, il ciclo vita di navi e sottomarini nel Mediterraneo si accorcia e aumenta il rischio tecnico, come mostrano i rientri forzati verso Baltico e Artico. Damasco ribadisce l’interesse a una presenza russa, ma la cornice politica post-guerra e le priorità economiche siriane non offrono la garanzia di ieri.
Mediterraneo: vuoto relativo, vantaggio NATO
Meno bandiere russe in mare significa più libertà per le marine alleate lungo gli assi Suez-Gibilterra, Levante-Adriatico, energia e cavi sottomarini. Italia e Francia vedono ridursi l’“attrito navale” russo proprio mentre si consolidano missioni di sorveglianza critiche (gasdotti, rigassificatori, dorsali dati). Nel breve, la NATO lucra un vantaggio ISR e di presenza marittima; nel medio, dovrà però coprire con più mezzi un quadrante dove Mosca, proprio perché meno visibile, può tentare incursioni opportunistiche o ibridazioni (navi civili, assetti non convenzionali).

Nord: il fronte che conta
Nel Baltico e nell’Artico l’Alleanza spinge sulla protezione delle infrastrutture sottomarine e sul controllo degli stretti. Per Mosca l’obiettivo è semplice: difendere Kaliningrad, la linea di comunicazione verso Murmansk e il dispositivo dei sottomarini strategici. Numeri e tonnellaggio contano, ma contano di più sensori, droni navali, capacità anti-access/area denial. Qui l’asimmetria può ridurre il gap: mine intelligenti, USV/UUV, missilistica costiera. Il gioco è “a corto raggio”, denso di elettronica, in acque congestionate.
Valutazione militare
Operativamente, la Russia concentra ciò che è manovrabile e manutenzionabile vicino ai propri arsenali; rinuncia alla profondità mediterranea per preservare prontezza dove un attrito con la NATO sarebbe più rapido e decisivo. La Marina alleata, invece, deve evitare la trappola dell’overconfidence: meno navi russe non equivale a meno rischio. Cresce la minaccia subacquea alle dorsali energetiche e ai cavi, aumentano gli attacchi “plausibilmente negabili” e l’uso di piattaforme senza equipaggio.
Lettura geopolitica
La proiezione russa nel Mediterraneo, simbolo del ritorno globale di Mosca dopo il 2015, arretra perché l’ecosistema regionale è cambiato: Siria più fragile, Turchia più assertiva, Israele assorbito dal teatro meridionale, Egitto e Grecia centrali sulle filiere energetiche. La NATO, complice l’allargamento a Nord e l’interoperabilità accresciuta, può “compattare” il fianco settentrionale e alleggerire quello meridionale. Ma ogni arretramento russo apre spazio a competitori extra-regionali (cinesi, turchi, attori del Golfo) nella logistica portuale, nell’energia e nei cantieri.
Impatto economico e geoeconomico
Ridurre la presenza nel Mediterraneo taglia costi vivi a Mosca: carburanti, scorte, rotazioni, premi assicurativi, ricambi. Ma trasferisce pressioni sui cantieri del Baltico e dell’Artico, già sotto sanzioni: tempi di fermo più lunghi, supply chain più corte, minor accesso a componentistica. Per l’Europa, il beneficio è una minore frizione navale sulle linee LNG e sui corridoi Suez-Gibilterra; lo svantaggio è dover investire di più in sorveglianza subacquea, resilienza dei cavi, protezione di rigassificatori e hub energetici. I premi assicurativi marittimi possono restare elevati nonostante il “vuoto” russo, perché cresce il rischio ibrido.
Che cosa aspettarsi
Nel breve periodo, un Mediterraneo con meno scafi russi e più sensori. Nel medio, un Nord densissimo di piattaforme autonome, guerra elettronica e difese costiere. Nel lungo, se Mosca ricostruirà un approdo affidabile nel Levante o stringerà accordi logistici alternativi, potremmo assistere a una proiezione “leggera ma cattiva”: poche unità, alto contenuto tecnologico, operazioni a comparsa. La NATO deve evitare di inseguire ogni traccia e investire in tre assi: superiorità informativa, resilienza infrastrutturale, prontezza industriale. È lì che si decide la partita delle prossime crisi.
*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)
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