Minerali critici: la nuova trincea dell’Occidente. L’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea non riguarda solo l’economia

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Il memorandum firmato a Washington tra Stati Uniti e Unione Europea sui minerali critici non è un semplice accordo tecnico.

La firma dell’accordo

È un atto politico, industriale e strategico.

Dietro le formule diplomatiche sulla diversificazione delle catene di approvvigionamento si intravede una realtà molto più dura: l’Occidente ha scoperto di essere vulnerabile nel cuore della propria potenza tecnologica.

Per decenni Stati Uniti ed Europa hanno predicato globalizzazione, efficienza dei mercati, delocalizzazione produttiva e apertura commerciale.

Poi si sono accorti che batterie, semiconduttori, veicoli elettrici, sistemi radar, missili, droni, satelliti, turbine e apparati digitali dipendono da materiali che spesso vengono estratti in un luogo, raffinati in un altro e controllati, in misura decisiva, dalla Cina.

Il punto non è soltanto chi possiede le miniere. Il vero nodo è chi controlla la lavorazione, la raffinazione, la trasformazione industriale.

La Cina ha costruito negli anni una posizione dominante non perché abbia semplicemente trovato più minerali degli altri, ma perché ha pianificato, investito, assorbito costi ambientali e industriali, sostenuto le proprie imprese e costruito una filiera completa.

L’Occidente, invece, ha spesso preferito comprare a basso prezzo ciò che non voleva più produrre in casa.

Ora il prezzo politico di quella scelta arriva al conto.

Il ritorno della sicurezza economica

Il linguaggio usato da Washington e Bruxelles è rivelatore. Non si parla più soltanto di commercio, ma di sicurezza nazionale, industria strategica, scorte, sussidi, prezzi minimi, barriere alle frontiere, standard comuni.

È il vocabolario della guerra economica.

Stati Uniti e Unione Europea vogliono costruire un mercato occidentale protetto per i minerali critici.

L’idea è semplice: evitare che la Cina possa usare la propria posizione dominante per imporre prezzi, strozzare forniture, condizionare industrie e rallentare la produzione militare e tecnologica dei concorrenti.

Ma l’esecuzione sarà molto più complessa.

Perché creare filiere alternative richiede miniere, impianti di raffinazione, energia a basso costo, autorizzazioni ambientali, capitali pubblici, investimenti privati e tempi lunghi. Non basta firmare un memorandum. Servono anni per aprire un sito estrattivo, costruire infrastrutture, formare personale, sviluppare tecnologie e rendere competitiva una produzione che la Cina ha reso conveniente proprio grazie a economie di scala, controllo politico e minori vincoli.

Il ricorso a possibili prezzi minimi corretti alle frontiere indica che Washington e Bruxelles hanno compreso il problema: senza protezione pubblica, le nuove filiere occidentali rischiano di essere travolte da prezzi artificialmente bassi. Ma così facendo Stati Uniti ed Europa entrano in una logica che fino a pochi anni fa avrebbero definito protezionista.

È il segno dei tempi: la libertà commerciale viene difesa solo finché non minaccia la sopravvivenza industriale.

Lo scenario economico: tra sovranità industriale e costi più alti

La cooperazione sui minerali critici può rafforzare la resilienza occidentale, ma avrà un costo.

Produrre fuori dalla filiera cinese significa quasi certamente pagare di più. Significa accettare che batterie, tecnologie verdi, sistemi militari avanzati e componentistica industriale non siano più regolati soltanto dal prezzo più basso, ma dal criterio della sicurezza.

Questo è un passaggio decisivo. L’economia occidentale sta lentamente abbandonando l’illusione del costo minimo globale e tornando al concetto di costo strategico.

Una materia prima può essere più cara, ma più sicura. Una filiera può essere meno efficiente, ma più controllabile. Una riserva può sembrare improduttiva, ma diventare essenziale in caso di crisi.

Per l’Europa la sfida è doppia. Da un lato deve ridurre la dipendenza dalla Cina. Dall’altro rischia di aumentare la dipendenza dagli Stati Uniti.

Se il nuovo mercato occidentale dei minerali critici sarà disegnato soprattutto attorno agli interessi industriali e finanziari americani, Bruxelles potrebbe passare da una subordinazione asiatica a una subordinazione atlantica.

La questione è geoeconomica prima ancora che commerciale.

Chi controllerà i finanziamenti? Chi deciderà quali progetti sostenere? Quali imprese avranno accesso prioritario alle forniture? Quali standard prevarranno? Quale ruolo avranno Canada, Australia, Messico, Giappone e Paesi africani o latinoamericani ricchi di risorse? La risposta a queste domande definirà il vero equilibrio del partenariato.

Valutazione strategica militare

L’aspetto militare è centrale. I minerali critici non servono soltanto alla transizione energetica o alle automobili elettriche. Servono alle armi. Senza terre rare, litio, cobalto, grafite, nichel, tungsteno e altri materiali strategici, la produzione di sistemi d’arma avanzati diventa vulnerabile.

Missili guidati, munizioni intelligenti, motori elettrici, sensori, radar, comunicazioni satellitari, sistemi di puntamento, droni, velivoli da combattimento, navi, sottomarini e batterie militari dipendono da catene di approvvigionamento che non possono essere lasciate nelle mani di un potenziale avversario sistemico.

La guerra in Ucraina ha mostrato quanto rapidamente si consumino scorte, munizioni, componenti e capacità industriale. Le crisi nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Pacifico e nel Mediterraneo hanno poi ricordato che le rotte commerciali non sono neutre: possono essere bloccate, minacciate, tassate, militarizzate.

In questo quadro, l’accordo USA-UE è un tentativo di preparare l’Occidente a una fase di conflitto prolungato, non necessariamente sempre militare, ma certamente industriale. La superiorità tecnologica non dipende più solo dalla ricerca, ma dalla disponibilità fisica delle materie prime.

Senza materiali, anche il miglior progetto resta sulla carta.

Acciaio, dazi e nuova muraglia commerciale

Il dossier dei minerali critici si intreccia con quello dell’acciaio. Anche qui il problema è lo stesso: sovraccapacità produttiva globale, concorrenza cinese, industria occidentale sotto pressione, dazi, protezione dei mercati interni.

La proposta di allineare Stati Uniti ed Europa contro l’acciaio sovvenzionato mostra che il fronte economico occidentale si sta trasformando in una struttura difensiva.

Ma l’unità transatlantica resta fragile. Washington chiede cooperazione, ma impone dazi. Bruxelles parla di partenariato, ma subisce le decisioni americane.

I produttori europei di acciaio e alluminio sono stati colpiti dalla politica tariffaria statunitense, e la soluzione non è ancora piena.

Dunque l’accordo sui minerali critici nasce dentro una contraddizione: gli Stati Uniti vogliono un’Europa alleata contro la Cina, ma anche un’Europa disciplinata dentro una gerarchia industriale guidata da Washington.

Questo è il nodo politico. La cooperazione può diventare integrazione strategica, ma anche subordinazione economica. L’Europa deve decidere se partecipare da soggetto o da fornitore secondario.

Geopolitica delle materie prime

La Cina resta il convitato di pietra. Non viene sempre nominata, ma è il centro dell’intera architettura.

Pechino ha capito prima degli altri che nel ventunesimo secolo il potere non passa solo attraverso petrolio e gas, ma anche attraverso materiali apparentemente oscuri, indispensabili per l’elettronica, la difesa e l’energia.

Gli Stati Uniti stanno tentando di ricostruire un blocco minerario occidentale: accordi con Messico, Giappone, Australia, ora Unione Europea.

È una strategia di contenimento economico. Non si tratta di sostituire completamente la Cina dall’oggi al domani, ma di ridurre la sua capacità di ricatto.

L’Europa, però, arriva tardi. Ha scoperto la dipendenza energetica dalla Russia con la guerra in Ucraina e scopre ora la dipendenza mineraria dalla Cina. In entrambi i casi il problema nasce dalla stessa illusione: credere che il commercio renda innocuo il potere.

Non è così. Il commercio può avvicinare, ma può anche creare dipendenza. E la dipendenza, quando cambia il clima geopolitico, diventa vulnerabilità.

La nuova guerra industriale

Il memorandum USA-UE è dunque un tassello della nuova guerra industriale globale. Non si combatte soltanto con portaerei, missili e basi militari. Si combatte con miniere, raffinerie, brevetti, sussidi, dazi, norme tecniche, scorte strategiche e alleanze commerciali.

L’Occidente cerca di recuperare terreno, ma deve fare i conti con i propri ritardi. Ha dismesso capacità produttive, ha affidato troppi passaggi critici a concorrenti sistemici, ha confuso il mercato con la strategia.

Ora tenta di ricostruire in fretta ciò che ha smantellato lentamente.

Se riuscirà, Stati Uniti ed Europa potranno ridurre la vulnerabilità delle proprie economie e delle proprie industrie militari. Se fallirà, la transizione energetica, la digitalizzazione e il riarmo resteranno prigionieri di filiere controllate da altri.

La vera domanda, allora, non è se Washington e Bruxelles abbiano capito il problema. Lo hanno capito. La domanda è se abbiano ancora tempo, volontà politica e capacità industriale per risolverlo.

*Presidente dell’Istituto Diplomatico internazionale di Roma

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