Moldavia, Romania, Siria e Georgia: la Russia e la logica del “topo” e la mezzanotte nucleare

Di Marco Petrelli

ROMA (nostro servizio particolare)Undicesimo giorno di proteste filo europee in Georgia contro la decisione del partito di Governo “Sogno georgiano” di sospendere per quattro anni le trattative di adesione della Repubblica caucasica all’UE.

Damasco, 8 dicembre. L’oltre mezzo secolo di dittatura degli Assad giunge al capolinea. 

Nel giorno dell’Immacolata il mondo si sveglia con le immagini del palazzo presidenziale occupato dalle forze ribelli, a maggioranza jihadista. Bashar al Assad fugge a Mosca; nessuna notizia sul futuro delle basi russe di Homs, Latakia e Tartus.

Bucarest, 8 dicembre. Il ballottaggio fra la candidata presidente della Romania Elena Lasconi, vicina all’Unione Europea e il candidato di destra Calin Georgescu (vicino a Mosca) è annullato dalla Corte suprema per il sospetto di ingerenze russe. Il 10 dicembre le elezioni sono state dichiarate nulle.

Elena Lasconi, candidata alla Presidenza della Repubblica in Romania

Chisinau, 4 novembre. Il voto presidenziale conferma la presidente filo-UE, Maia Sandu con oltre il 50% dei consensi, spingendo la piccola repubblica moldova più verso Bruxelles che verso la Federazione Russa, Paese quest’ultimo che controlla lo stato separatista della Transinistria, realtà politica non riconosciuta dalla comunità internazionale e contesa dalla stessa Moldavia.

A 33 anni dall’ammainabandiera della bandiera rossa sulle torri del Cremlino (26 dicembre 1991), l’ “Orso russo” torna dunque protagonista della politica europea e mediorientale, scalzando gli ultra decennali timori occidentali per quelle organizzazioni terroristiche contro le quali Europa e Stati Uniti si sono battuti sinora.

Un paradosso, ma la reazione dell’opinione pubblica internazionale alla caduta del regime siriano è stata assolutamente positiva, nonostante la forte componente di Islam radicale del fronte anti Assad, quest’ultimo alleato strategico di Iran e Federazione Russa.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

E, sempre secondo l’opinione pubblica di mezzo mondo, la situazione politica moldava e georgiana sarebbe fortemente condizionata dalle ingerenze russe.

Il Cremlino guidato da Vladimir Putin torna ad essere il grande avversario dell’Alleanza Atlantica e dell’Europa, con un livello di tensione mai così alto dai tempi di Able Archer

In un recente articolo pubblicato dalla redazione moldava di Sputnik, si legge che È molto pericoloso che l’UE e i Paesi della NATO rafforzino l’interazione con la Moldavia proprio nella sfera militare: stanno riempiendo il Paese di armi, inviando i loro consiglieri militari e concludendo accordi di ‘difesa‘”.

Un messaggio che può essere interpretato in un solo modo: la Russia teme l’accerchiamento e la conseguente perdita della sua influenza politica, militare ed economica sull’area del Mar Nero, sul Caucaso ed in Siria.

Posta in un angolo la Federazione potrebbe dunque rispondere con la “logica del topo”: se l’alternativa è soccombere, il roditore scatta in avanti e tenta la fuga scavalcando il suo aggressore.

Nell’ambito della politica estera lo scatto in avanti potrebbe avvenire con la concreta minaccia di un impiego di armi nucleari o con una escalation in Ucraina.

Il rapporto del KGB per il rafforzamento dell’intelligence a contrasto di un’eventuale azione di guerra improvvisa

Esiste un precedente. 

Ai tempi di Boris El’cin, il Presidente russo che i principali detrattori di Putin ricordano con nostalgia (volto di un Paese debole e pronto ad assecondare l’Occidente) si rischiò comunque d’arrivare alla guerra atomica.

Allora fu un razzo meteorologico norvegese Black Brant XII ad essere scambiato per un ICBM, con immediato ordine di Elcin di armare le testate nucleari. 

Il C-500 ICBM russo per il lancio di missili da crociera

Questo a dimostrazione di come la Federazione, a seconda del leader che la guidi, nutre profonda sfiducia nei confronti di un’Occidente che la descrive quale minaccia alla democrazia e alla libertà, pur arrogandosi il diritto di modificare gli equilibri internazionali senza mai prima consultarsi con Mosca.

Se con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca c’era chi aveva sperato in un cambiamento di rotta della politica internazionale, inseguendo l’ambizioso progetto di una soluzione diplomatica delle tensioni con la Russia, l’attuale situazione è tale che il prossimo 20 gennaio il 47° Presidente degli Stati Uniti si ritroverà a dover interloquire con un Paese ormai privo della fiducia necessaria per instaurare un tavolo di trattative.

Non solo, la decisione dell’Alta Corte rumena di annullare le elezioni ed i tentativi di trascinare – in nome dell’ “europeismo” – Georgia e Moldavia nell’Unione Europea, potrebbero rafforzare la convinzione del Cremlino a non permettere all’Ucraina di entrare a far parte della NATO e dell’UE costi quel che costi, anche il portare avanti la guerra per altri anni. 

E’ impossibile infatti pensare di intavolare accordi di pace se l’interlocutore (a lungo tenuto lontano dai vertici internazionali), si vede ora circondato sia sul piano politico sia su quello militare.

Il risultato dell’eventuale trattativa con Ankara per accettare il mutamento di governo in Siria in cambio del mantenimento delle basi di Homs, Tartus e di Latakia (russe dagli anni ’60) potrebbe rappresentare, o, la speranza di alleggerire la pressione internazionale attorno a Putin, spingendolo così a negoziare la fine delle ostilità in Ucraina, oppure una recrudescenza delle tensioni. Perdere l’unico sbocco sul Mar Mediterraneo sarebbe certamente vissuta dai russi come ulteriore una manovra a tenaglia dell’Occidente per isolarla e neutralizzarla.

Le prossime ore saranno decisive. 

Nell’attesa è bene valutare con attenzione le mosse da compiere sullo scacchiere internazionale.

Il doomsday clock non è mai stato così vicino alla mezzanotte nucleare: 90 secondi alla fine. 

Pessimismo e complottismo non c’entrano, perché l’analisi della realtà offre l’immagine di un mondo, occidentale, che sembra non aver mai voluto un vero e costruttivo confronto con Mosca.

Non serve in fondo essere strateghi per capire che stringere il laccio attorno al collo di una potenza atomica può avere effetti devastanti per tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto