Myanmar: la pace impossibile e il ritorno della geometria delle potenze. L’ASEAN perde influenza e il Paese diventa un corridoio strategico tra Cina, India e Sud-Est asiatico

Di Giuseppe Gagliano*

NAYPYIDAW (MYANMAR).  Il discorso di Min Aung Hlaing davanti al Parlamento birmano contiene una contraddizione che riassume l’intera crisi del Myanmar: il capo del colpo di Stato del 2021 promette di costruire una nuova nazione, ma lo fa mentre il territorio resta frammentato, milioni di persone sono sfollate e vaste aree sfuggono al controllo del governo centrale.

Il Generale Min Aung Hlaing

 

La trasformazione del Generale in Presidente civile non modifica la sostanza del potere.

Le elezioni organizzate dai militari hanno prodotto un governo formalmente istituzionale, ma politicamente dipendente dalle Forze Armate.

Il nuovo abito civile serve soprattutto a ridurre l’isolamento internazionale, riaprire canali economici e presentare la repressione come un processo di stabilizzazione nazionale.

La critica rivolta all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) segna il fallimento del cosiddetto consenso in cinque punti, adottato per favorire la cessazione delle violenze e l’avvio di un dialogo politico. Il piano non ha prodotto né una tregua né un negoziato credibile.

I Paesi dell’ASEAN

 

Il blocco regionale non possiede strumenti coercitivi e resta diviso tra Stati favorevoli a una linea più dura e Governi che temono di trasformare il Myanmar in un problema permanente nelle mani della Cina.

Il Governo offre il dialogo mentre prepara una guerra più lunga

Min Aung Hlaing ha invitato i gruppi armati etnici a negoziare senza condizioni, ma contemporaneamente ha annunciato il rafforzamento dell’Esercito, della polizia e della coscrizione obbligatoria.

È una doppia strategia: dividere le organizzazioni ribelli attraverso accordi separati e ricostruire una forza militare indebolita dalle perdite, dalle diserzioni e dalla difficoltà di controllare le periferie.

Dal punto di vista militare, il Governo conserva l’aviazione, l’artiglieria pesante e il controllo delle principali città.

Le opposizioni, tuttavia, dispongono di una presenza territoriale diffusa, conoscono il terreno e possono contare sull’azione congiunta di eserciti etnici e forze popolari nate dopo il colpo di Stato.

Nessuna delle due parti sembra in grado di ottenere una vittoria definitiva.

La giunta non riesce a riconquistare stabilmente le regioni perdute; i ribelli non dispongono ancora della capacità necessaria per occupare e amministrare i principali centri politici ed economici. Il risultato è una guerra di logoramento destinata a proseguire, con il rischio di trasformare il Myanmar in un mosaico di autorità militari, corridoi commerciali e territori autonomi.

Proteste in Myanmar dopo il colpo di Stato del 2021

La coscrizione, presentata come strumento di difesa nazionale, contribuisce inoltre all’esodo dei giovani.

Il Governo cerca nuove reclute, ma finisce per privare l’economia delle sue forze più produttive. Una nazione che perde lavoratori qualificati, studenti e tecnici difficilmente può sostenere il programma di sviluppo annunciato dal presidente.

Ferrovie, autostrade ed energia: la geoeconomia della sopravvivenza

La parte più significativa del programma riguarda le infrastrutture.

L’autostrada tra India, Myanmar e Thailandia e la ferrovia Mandalay-Muse verso il confine cinese mostrano che il futuro del Paese dipende dalla sua posizione geografica.

Il Myanmar è il punto d’incontro tra l’Oceano Indiano, la Cina meridionale e il Sud-Est asiatico. Per Pechino rappresenta una via d’accesso alternativa al mare, utile a ridurre la dipendenza dagli stretti controllati dalle marine occidentali.

Per l’India è un passaggio essenziale verso i mercati dell’Asia orientale e uno strumento per contenere l’espansione cinese. Per la Thailandia costituisce una frontiera economica, energetica e migratoria.

La giunta tenta quindi di trasformare la geografia in rendita politica.

Le grandi opere promettono investimenti, occupazione e entrate fiscali, ma possono anche accentuare la dipendenza dai capitali stranieri. In assenza di stabilità, i progetti rischiano di diventare corridoi protetti militarmente che attraversano territori ostili senza produrre sviluppo diffuso.

Anche la diga di Myitsone e il progetto di una centrale nucleare rispondono alla necessità di ridurre la carenza di energia, ma sollevano interrogativi economici e strategici. La diga è contestata per il suo impatto ambientale e per il timore che gran parte dell’elettricità venga destinata alla Cina.

Il nucleare, invece, appare soprattutto come uno strumento di prestigio e di cooperazione internazionale, più che una soluzione immediata ai problemi energetici.

Gli annunci sull’istruzione, l’agricoltura, il turismo e la produzione di cotone mostrano il tentativo di costruire un’economia meno dipendente dalle importazioni. Ma senza sicurezza, accesso al credito e fiducia degli investitori, gli obiettivi restano fragili.

La guerra civile aumenta i costi dei trasporti, favorisce il contrabbando e consolida le economie illegali che il governo dichiara di voler combattere.

I Rohingya e la diplomazia dei rimpatri impossibili

L’intesa con la Malesia per il ritorno di cinquemila Rohingya aggiunge una dimensione umanitaria e politica alla crisi. Kuala Lumpur ospita una vasta comunità di rifugiati, ma le tensioni sociali e la pressione interna spingono il governo malese a cercare una riduzione delle presenze.

Per i Rohingya si parla di pulizia etnica

Il problema è che il Myanmar non offre condizioni sufficienti per un ritorno sicuro. I Rohingya continuano a essere privi di piena cittadinanza e la regione da cui provengono resta segnata da conflitti e persecuzioni. Un rimpatrio privo di garanzie potrebbe trasformarsi in una deportazione mascherata da accordo diplomatico.

La Malesia, che non aderisce alla convenzione internazionale sui rifugiati, considera formalmente i richiedenti asilo immigrati irregolari.

Ciò consente maggiore libertà di manovra, ma espone Kuala Lumpur alle critiche delle organizzazioni internazionali.

La questione dei Rohingya diventa così merce negoziale nei rapporti con la giunta birmana e, indirettamente, uno strumento per riaprire il dialogo politico con Naypyidaw.

Un Paese conteso, non ancora pacificato

Min Aung Hlaing chiede alcuni anni per imprimere slancio alla costruzione della nuova nazione. Ma il tempo non lavora necessariamente a favore del governo. Più la guerra continua, più si consolidano le amministrazioni locali, le reti economiche clandestine e le alleanze tra gruppi armati.

La giunta può sopravvivere grazie al controllo delle città, delle istituzioni finanziarie e delle armi pesanti. Difficilmente, però, potrà ricostruire uno Stato unitario senza una soluzione politica che riconosca il peso delle minoranze etniche e dell’opposizione nata dopo il 2021.

Il Myanmar non è soltanto una guerra civile dimenticata.

È uno spazio strategico dove Cina, India e Paesi del Sud-Est asiatico misurano la propria influenza.

Le infrastrutture annunciate, la repressione interna, la questione dei Rohingya e il fallimento dell’azione regionale appartengono allo stesso disegno: la lotta per controllare un territorio indispensabile ai nuovi equilibri asiatici.

La giunta promette sviluppo per ottenere legittimità. Ma senza pace, lo sviluppo rischia di diventare soltanto la prosecuzione della guerra con altri mezzi.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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