Di Giuseppe Gagliano*
SEUL. Il Presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha pronunciato ad alta voce ciò che molte cancellerie riconoscono ormai in privato: la denuclearizzazione completa della Corea del Nord non è, nelle condizioni attuali, un obiettivo raggiungibile.

Pyongyang possiede un arsenale nucleare, continua a produrre materiale fissile, sviluppa missili sempre più sofisticati e considera la bomba la principale garanzia di sopravvivenza del regime.

Continuare a pretendere il disarmo totale come condizione preliminare per qualsiasi negoziato significa, secondo Lee, condannarsi all’immobilismo.
La proposta di Seul è quindi più limitata: attenuare gradualmente le sanzioni in cambio del congelamento dei programmi nucleari e missilistici nordcoreani. Soltanto in una fase successiva si potrebbe negoziare la riduzione dell’arsenale e, in un futuro assai incerto, la sua eliminazione.
È il passaggio dalla promessa della denuclearizzazione alla gestione del pericolo nucleare.
Dieci o venti nuove bombe ogni anno
Il ragionamento di Lee nasce da un dato inquietante. Secondo le valutazioni sudcoreane, la Corea del Nord avrebbe la capacità di produrre ogni anno tra dieci e venti nuovi ordigni nucleari.
Le stime complessive oscillano da circa sessanta a oltre cento testate.
Ogni anno trascorso senza accordo rende dunque il problema più grave. Le sanzioni hanno indebolito l’economia nordcoreana, ma non hanno impedito al regime di costruire bombe, missili e sommergibili.
Hanno colpito soprattutto la popolazione, mentre l’apparato militare ha continuato a ricevere risorse.
Lee teme anche che, una volta raggiunta una quantità di armi sufficiente a garantire la sopravvivenza del regime, Pyongyang possa esportare tecnologie, materiali o competenze nucleari per procurarsi valuta. È uno scenario estremo, ma non irrazionale: la Corea del Nord ha già utilizzato per decenni le proprie conoscenze missilistiche come strumento economico e diplomatico.
Congelare oggi il programma significherebbe quindi impedire che il pericolo continui a crescere domani.
Il problema: congelare non significa disarmare
La proposta presenta però una contraddizione evidente.
Un congelamento riconoscerebbe implicitamente la Corea del Nord come potenza nucleare. Kim Jong-un conserverebbe le armi già prodotte, ottenendo in cambio una riduzione della pressione economica.

La verifica sarebbe estremamente complessa.
Per stabilire che il programma è stato realmente fermato occorrerebbe conoscere il numero delle testate, individuare tutti i depositi, controllare gli impianti per la produzione di uranio arricchito e plutonio e ispezionare le basi missilistiche mobili.
Pyongyang dovrebbe accettare controlli internazionali penetranti proprio sulle strutture che considera essenziali per la propria sicurezza.
Esiste poi il problema della reversibilità.
La Corea del Nord potrebbe rispettare temporaneamente l’accordo, ottenere benefici economici e riavviare successivamente le attività clandestine.
Le sanzioni, una volta attenuate, sarebbero difficili da ripristinare, soprattutto in presenza dell’opposizione cinese e russa.
Washington, inoltre, può modificare le proprie misure nazionali, ma non cancellare da sola l’intero sistema di sanzioni approvato dalle Nazioni Unite.
Sarebbe necessario un accordo più ampio con Pechino e Mosca, che oggi possiedono un’influenza crescente su Pyongyang.
Il missile che complica la difesa sudcoreana
La risposta nordcoreana alla proposta di dialogo è arrivata, ancora una volta, attraverso le armi.
Il 20 settembre scorso, Pyongyang ha provato due missili balistici a corto raggio.
Le immagini diffuse mostrano quello che sembra essere un Hwasongpho-11-ma-1 dotato di un veicolo planante ipersonico.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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