Nagorno-Karabakh: Nel silenzio dei media gli armeni cristiani vengono scacciati dalle loro case e le Chiese profanate

Di Giusy Criscuolo

Shushi. Una volta lo faceva l’IS oggi i mercenari siriani e i militari azeri prendono il posto degli uomini del Califfato e con odio e rabbia divellono i simboli cristiani, le chiese centenarie, i monasteri storici e si accaniscono con gli inermi armeni rimasti nella regione. Non può esserci convivenza se prima non si estirpano l’odio e i retaggi culturali e religiosi che spingono verso l’estremismo. Questo da qualsiasi parte della barricata ci si trovi. Ad oggi, non è corretto relegare nel silenzio, l’urlo di uomini e donne che sembrano rivivere l’esodo causato dal genocidio armeno, operato dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916.

Uno scatto che parla da solo – Un soldato armeno durante uno dei primi scontri – Credits Twiitter

Non è ammissibile puntare l’occhio di bue solo sui soliti noti, mentre per i cristiani il sipario cala e in questo caso per i cristiani ortodossi armeni. Probabilmente viviamo in un mondo che preferisce il laicismo, ma l’umanità è tutt’altra storia. Durante questo conflitto sono apparse foto che portavano con loro un alone atavico e ormai dismesso da secoli. Le Crociate e gli Ottomani fanno parte del passato, ma probabilmente nel DNA storico di chi ha subito e di chi ha colpito di sciabola, certi retaggi non tardano ad emergere all’occorrenza. Perseguitati e persecutori sembrano rientrare nei panni dismessi e chi teme di perdere la vita o la propria realtà storica tira fuori caratteri che in un semplice contesto di quotidianità non sarebbero immaginabili.

Durante l’inizio degli scontri giravano queste foto contrapposte – Un monaco armeno con la croce in una mano ed un fucile nell’altra – il suo monastero è quello sotto il controllo dei peacekeepers russi, ma ancora per poco – Credit Twitter

Non c’è dunque da stupirsi se nel DNA storico di questi cristiani ortodossi ci siano ancora le paure e le cicatrici riportate durante quello che viene definito il genocidio armeno, operato dal Partito dei Giovani Turchi durante la prima guerra mondiale. Un genocidio a tutti gli effetti, negato negli annali storici turchi e avvallato per primo da Mustafà Kemal detto Ataturk (fondatore della Repubblica e primo presidente della Turchia). Una sorta di macabra anticipazione storica, che ha visto morire oltre 1,5 milioni di persone e che ha effettuato un’epurazione nei confronti di tutti quei cristiani armeni che guardavano all’occidente con occhi di apertura.

La foto che girava sui social all’inaugurazione di Aga Sophia sulla prima preghiera all’apertura di Santa Sophia con un Imam con la spada ottomana e che è stata riproposta e contrapposta a quella del monaco armeno – immagini anacronistiche ma reali – Credit Twitter

A premessa di questo e prima di approfondire l’argomento, diventa necessario inquadrare su grosse linee il contesto storico che ha accompagnato l’attuale conflitto e come si è arrivati a questo nuovo massacro. Il Nagorno-Karabakh/Artsakh, conteso alla fine della prima guerra mondiale tra le regioni dell’Armenia e dell’Azerbaijan, fu annesso alla seconda da Stalin intorno al 1921. Nel 1988 il territorio autonomo del Nagorno-Karabakh chiese a Mosca di essere annesso alla Repubblica Socialista Sovietica di Armenia. Una richiesta che costò le prime vittime e l’inizio dei dissidi.

Il Karabakh nonostante fosse relegato in quei confini regionali era costituito da una maggioranza armena. L’Azerbaijan il 30 agosto del 1991 decise di lasciare la vecchia URSS (Unione Sovietica) dando vita all’attuale Repubblica azera. Coloro che si trovavano all’interno della zona montuosa del Nagorno-Karabakh e che volevano dissociarsi da Baku, approfittarono di una legge in vigore nella vecchia Unione Sovietica per staccarsi dall’Azerbaijan e restare legati al Soviet, creando un’entità statale autonoma senza seguire la nuova Repubblica azera. (Legge del 3 aprile 1990 per approfondimenti)

La distruzione del patrimonio culturale è un attacco al passato e al presente dell’umanità Cattedrale del Santo Cristo Salvatore Shushi – deve essere prevenuto – Credit Twitter

Non riconoscendosi storicamente e culturalmente in una regione che non li rappresentava, riuscirono a slegarsi facendo leva sulla legge appena citata. Legge secondo la quale le persone che risiedevano nelle autonomie avevano il diritto di decidere liberamente attraverso dei referendum popolari, se rimanere nell’Unione Sovietica o se entrare di merito nella Repubblica secessionista, nonché decidere successivamente il proprio status giuridico.

Il 2 settembre del 1991 il Nagorno Karabakh decise di rimanere legata all’URSS attraverso un referendum popolare, rendendosi di conseguenza autonoma dalla Repubblica secessionista. L’Azerbaijan, non avendo accettato tale decisione, nel novembre dello stesso anno fece una mozione per l’abolizione dello statuto dell’Artsakh. Essendo però quest’ultimo un territorio autonomo che aveva deciso di restare legato al Soviet, non era più di competenza legislativa dell’Azerbaijan, ma rimaneva legata giuridicamente alla Corte Costituzionale sovietica (senza però poter mettere in conto la dissoluzione dell’URSS il 26 dicembre dello stesso anno). Il 10 dicembre attraverso un referendum popolare confermarono la loro indipendenza e il 6 gennaio del 1992 venne proclamata ufficialmente la Repubblica del Nagorno-Karabakh-Artsakh, fino ad oggi non riconosciuta dalla Comunità Internazionale. Alla fine dello stesso mese ebbero inizio i bombardamenti azeri sulla regione, che terminarono nel 1994 con la perdita di numerosi distretti da parte dell’Azerbaijan.

Alla luce del fatto che il Nagorno-Karabakh è sempre stato di maggioranza etnica armena e di conseguenza cristiano-ortodossa, fino ad oggi si è trovata sotto il controllo delle forze etniche sostenute da Yerevan. L’ultima esplosione di ostilità, iniziata il 27 settembre scorso, ha lasciato migliaia di morti, assurgendo a peggiore escalation armata nel Caucaso, dalla fine della guerra del 1994.

Turchia, Russia e Azerbaijan e le “loro” soluzioni indolore

A questo aggiungiamo il fatto che in Azerbajian esiste un corposo gruppo di etnia turca, che oltre ad avere un ruolo importante nel tessuto sociale ed economico, ha permesso ad Erdoğan di giustificare ulteriormente il suo intervento nella regione. Presenza che lo ha visto portare nuove tecnologie da guerra e centinaia di mercenari siriani che, nonostante la firma dell’armistizio, continuano ad arrivare. Così le ombre del vecchio Impero non smettono di affollare i sogni di neo-espansione ottomana del Presidente turco.

In tutto ciò cosa ha fatto la terra delle steppe per evitare quello che sta accadendo ai cristiani armeni e alla loro eredità storica? Da quando il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha chiesto aiuto alla Russia (che probabilmente non ha mandato giù l’idea del partenariato tra UE e Armenia) per gestire l’escalation in atto, quest’ultima si è trovata tra l’incudine ed il martello. Per Mosca, unirsi ai combattimenti sarebbe stato impensabile oltre ad avere l’obbligo di mantenere buoni equilibri con l’Azerbaijan, con la quale è in rapporti economici. Senza contare che un suo coinvolgimento diretto, come ha fatto Ankara per sostenere Baku senza troppa reticenza e con sfacciataggine, avrebbe potuto innescare un conflitto senza ritorno con la Turchia.

I nostri coraggiosi soldati recitano una preghiera e accendono una candela al monastero di Dadivank – IX-XIII secolo – prima di lasciare la regione del Karvachar dell’Artsakh – Credit:
@gabriel_chaim

D’altro canto per Mosca, non aiutare l’Armenia avrebbe gettato qualche ombra sulla sua figura di leader con il resto del mondo. Così, visto che ad essere colpita non è stata direttamente l’Armenia ma l’Artsakh, quella che è sembrata la soluzione più “indolore” ha ricevuto il placet del Presidente Russo Vladimir Putin.

All’affermazione rilasciata dal Primo ministro armeno Nikol Pashinyan “decisione indicibilmente dolorosa” dopo la firma del cessate il fuoco è seguita la risposta del Presidente azero Ilham Aliyev, che ha definito “un diritto quello di reclamare il proprio territorio” – dopo tre decenni di mediazioni portate avanti dalla Comunità Internazionale e mai andate a buon fine – “L’Armenia deve ritirarsi dal Nagorno-Karabakh”, che a detta di Aliyev, sarebbe condizione imprescindibile per una tregua duratura.

Gli armeni bruciano le loro case costruite con sudore per anni per non lasciarle agli azeri – Credit Twitter

L’inizio della dimenticanza

La firma congiunta sul cessate il fuoco totale ha portato alla cessione della città di Shushi, assieme al controllo di numerosi distretti cristiani. I luoghi in essere, dovrebbero essere controllati da una presenza costante di peacekeeper russi, coadiuvati nella controparte sciita da militari turchi che non possono di certo essere definiti “peacekeepers” ma “osservatori”. Dopo “la decisione indicibilmente dolorosa”, le diverse etnie nel Nagorno-Karabakh hanno buttato la spugna, lanciando le loro speranze nell’incertezza di un futuro non molto roseo. Proiezione amara che vede le realtà cristiane scomparire sempre più velocemente.

Ma i militari azeri ed i mercenari jihadisti siriani pro Turchia non sembra stiano mantenendo fede alla richiesta fatta dal presidente Vladimir Putin, lo scorso sabato, al presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev. Il primo avrebbe espresso la necessità di salvaguardare i luoghi sacri cristiani, come chiese e monasteri in diverse regioni del Nagorno-Karabakh. Tutte aree che l’Azerbaijan è riuscito ad ottenere attraverso l’accordo.

Dove è la Comunità Internazionale

Sottolineando la presenza di numerose realtà cristiane, il Cremlino avrebbe evidenziato l’importanza di mantenere la sicurezza in questi luoghi, per garantire una ripresa normale sulle attività della Chiesa.

Aliyev avrebbe risposto al Cremlino: “La richiesta è conforme ai passi che l’Azerbaijan avrebbe intrapreso. Peccato che alle parole non seguano i fatti e che a poco più di una settimana dalla presa di Shushi numerosi simboli cristiani e chiese sono stati oltraggiati e profanati. Compresa la stessa cattedrale della città che fino al giorno prima era gremita di fedeli e che nel video di un militare azero appariva spettrale e silenziosa prima della distruzione delle sue statue.

L’innocenza di un bambino che vede nell’arrivo dei peacekeeper russi una vittoria – Credit Twitter

Per i molti rifugiati del Nagorno che rientrano nelle proprie case e scortati da osservatori delle Nazioni Unite (fuggiti in Armenia in attesa del cessate il fuoco), ci sono ancora più armeni che lasciano il territorio sotto l’attuale controllo azero, costretti ad andare via per le angherie subite. Aggiungendo al danno anche la consapevolezza che rimanere, li costringerebbe a non avere più libertà di movimento e soprattutto religiosa.

Case costruite con anni di fatica da giorni sono incendiate dagli stessi proprietari che fuggono. Costretti a dare fuoco alle poche certezze, rimangono inermi nel vederle bruciare per non lasciarle agli azeri. Il tutto prima di iniziare un nuovo esodo verso una nuova terra che forse potranno chiamare casa.

La storia si ripete perché il mondo sceglie di stare in silenzio

Non più a piedi come nel 1915 ma in macchine che dall’alto di un drone sembrano sfilare silenziose e meste. Penso si possa provare un sentimento di triste condivisione, nel vedere una nonna di 92 anni che saluta la sua terra, la sua casa. Un uomo sui sessanta che con la sua piccola mandria decide di andare verso nuovi pascoli sotto le nubi nere di un temporale in arrivo, “solo” perché costretto ad abbandonare quelle terre che per anni sono state il suo sostentamento. Risulta anacronistico vedere militari armeni che accendono un cero con le lacrime agli occhi ricordando i loro commilitoni caduti, con la quasi certezza che quel monastero – simbolo della loro identità religiosa e storica – a breve non riceverà più devoti.

Una signora di 92 anni che ha la forza di lasciare la sua casa in Karvachar (Kalbajar) Artsakh – Credit Twitter

Strazia vedere famiglie che piangono accasciate davanti alle chiese dove celebravano liberamente il loro culto. Un uomo che abbraccia la moglie nell’atto di consolarla davanti all’ingresso del monastero e che commenta con un disarmante sconforto il lutto maturato per quell’addio. E ancora di più, fa riflettere il fatto che la gente, prima di rivolgere l’ultimo sguardo ai propri ricordi, prima di ammassare in modo frettoloso e garbugliato i propri averi su un camioncino o su una macchina carica, che sembra sprofondare dal peso, abbia fatto le corse per riabbracciare quei monaci, consolatori di una vita. Commuovono queste corse forsennate per rivedere quei luoghi sacri che in cuor loro sentono non rivedranno più o di sicuro non troppo presto.

L’uomo con la freccia rossa sta tirando un calcio all’anziano armeno – Credit Twitter – Il video è linkabile sul testo che segue

Fa rabbia, tanta rabbia vedere come con vile orgoglio dei militari azeri trascinano e prendono a calci un vecchio armeno inerme e impaurito. Ma allora ci si chiede, come mai davanti a cotanta violenza, odio e razzismo religioso i peacekeeper russi voltano lo sguardo come se nulla fosse e la Comunità internazionale finge di non sapere pur essendo chiamata in causa più e più volte.

Un armeno che ha appena dato fuoco alla sua casa la vede bruciare prima di andare via

Ancora una volta i musulmani moderati rinnegano questi atti vandalici, ripetendo “questo non è l’Islam!”, ma è anche vero che a compiere questi gesti sono uomini “senza fede” che si nascondono dietro la bandiera di un Islam estremista. Sarebbe importante per coloro che rinnegano certe atrocità fare qualcosa di più che scrivere su un social. Anche se questo richiederebbe un sacrificio che non tutti possono sopportare, aprirebbe alla speranza di una reale convivenza. Si, perché lì dove le chiese vengono distrutte, in occidente viene permesso di costruire moschee e questo solo perché si crede nell’integrazione e nella convivenza pacifica.

Non risulta difficile comprendere come mai questo momento, sia definito dagli armeni uno dei momenti più duri e bui della loro storia dal 1915. Non essendo competitivo a livello economico, non avendo una contropartita appetitosa da offrire, l’Artsakh si ritrova solo e con lui gli Armeni che ancora una volta devono trovare la forza di rialzarsi e ricostruire.

Le denunce contro Erdogan che girano sui social media – Credit Twitter

Lo schiaffo morale dato all’Artsakh non è celabile. La NATO ha preso le distanze dal conflitto, con Jens Stoltenberg che ha detto al Presidente Armeno, Armen Sarkissian: “la NATO non è una parte in questo conflitto… è importante che tutte le parti mostrino moderazione…L’Armenia e l’Azerbaijan devono continuare i negoziati”. L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la cooperazione in Europa) che si è detta preoccupata, ha comunicato con le Nazioni Unite senza trovare una soluzione e senza intervenire più di tanto. D’altronde risorse utili per le economie scarseggiano in Nagorno Karabakh. Le Nazioni Unite, che hanno mandato degli osservatori per riaccompagnare i rifugiati armeni nelle città da dove erano fuggiti, hanno espresso il loro rammarico e più volte hanno chiesto negoziati.

Un uomo armeno che bacia la sua casa prima di darle fuoco e abbandonarla – Credit Twitter

Ciò che si evince nel mal comune è che per l’ennesima volta gli Armeni si sentono lasciati soli, nell’indifferenza delle Nazioni che a parte condannare gli avvenimenti bellicosi, si sono sempre espresse con molta “indifferenza” parlando solo di attacchi bilaterali. Ma per uno che attacca, c’è sempre uno che si difende. L’Azerbaijan, probabilmente, se non avesse avuto il sostegno turco, avrebbe evitato lo scontro come fatto fino ad oggi. E ancora una volta la NATO, l’UE, UN e la Comunità Internazionale hanno permesso al sedicente sultano di operare ancora indisturbatamente. Colui che pochi giorni fa ha dichiarato davanti ad una folla gremita che potrebbe esserci una nuova guerra tra la mezza luna e la croce, trovando di già il capro espiatorio in Sebastian Kurz cancelliere Federale dell’Austria.

Il Telegraph dedica al nuovo Hitler una pagina

L’unica che in questo momento può dire di aver fatto qualcosa e di aver avuto il coraggio di non piegarsi al Politically Correct è la Norvegia. Il parlamento olandese ha adottato delle risoluzioni sull’imposizione di sanzioni individuali contro il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, sua moglie Mehriban Aliyeva, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan oltre ad aver menzionato crimini di guerra e atrocità contro l’Artsakh.

Il parlamento olandese impone sanzioni contro Ilham Aliyev sua moglie Mehriban Aliyeva e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per crimini di guerra

Queste mozioni proposte dal parlamento olandese, avrebbero lo scopo di spingere il governo a incoraggiare l’UE nel procedimento. Le mozioni riguarderebbero 1) l’applicazione di una moratoria sulle esportazioni di armi in Turchia che potrebbero essere utilizzate nei conflitti nella regione del Nagorno-Karabakh, in Libia o in Siria (mozione). 2) Imporre sanzioni alle persone in Azerbaigian e Turchia responsabili delle violenze nel Nagorno-Karabakh (mozione).   3) Imporre sanzioni contro il presidente azero Ilham Aliyev, i suoi familiari, altre figure chiave dell’offensiva azera e i combattenti siriani schierati dalla Turchia in Nagorno-Karabakh (mozione).

Il mondo ha bisogno di prepararsi perché lui sta arrivando – E’ il nuovo Hitler – Stop Erdogan

Ma visto che l’Artsakh a differenza dell’Azerbaijan, non ha oleodotti o gasdotti da offrire, sembra che le conclusioni siano scontate e tristemente deducibili. D’altronde la storia e la “politica” ci insegnano che, davanti a scopi economici, si diventa tutti mercenari e ci si volta tutti dall’altra parte. Ma il problema a monte resta sempre uno, perché si permette ad Ankara di fomentare l’odio e la guerra. Chissà che tutte queste urla non arrivino alle orecchie di chi potrebbe fare qualcosa.

 

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