Di Fabrizio Scarinci
BRUXELLES. Come noto, ieri si è celebrato il 75esimo anniversario della fondazione dell’Alleanza Atlantica; ossia dell’organismo che, più di ogni altro, conferisce una cornice formale a ciò che noi chiamiamo “Occidente”.

Creata allo scopo di tenere l’Europa occidentale al riparo dalle tentazioni egemoniche dell’Unione Sovietica, la NATO, avrebbe svolto egregiamente il suo compito per tutta la durata della Guerra fredda, garantendo, soprattutto grazie all’ombrello nucleare statunitense e alle sue strutture militari integrate, la cornice di sicurezza necessaria a far sì che nel vecchio continente tornasse a consolidarsi la democrazia (anche se, a dire il vero, non tutti i membri dell’Alleanza si sarebbero sempre configurati come democratici).

Già nel 1952, ai suoi dodici membri fondatori (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Canada, Portogallo, Norvegia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Islanda) si sarebbero aggiunte anche Grecia e Turchia, seguite nel 1955 dalla Germania Federale e, nel 1981, dalla Spagna.
Dal canto suo, la Francia di Charles de Gaulle avrebbe, invece, optato, nel 1966, per il ritiro dei propri militari della struttura di comando congiunto dell’Alleanza, continuando a far parte di essa solamente a livello politico.

Assunta in forte polemica con Washington, allo scopo di perseguire una postura strategica maggiormente indipendente, tale posizione sarebbe stata abbandonata da Parigi solo nel 2009; vent’anni dopo gli eventi epocali segnati dal crollo del muro di Berlino e dal conseguente disfacimento del blocco sovietico.

Questi due fondamentali avvenimenti avrebbero notoriamente rappresentato un importantissimo spartiacque per tutta l’Alleanza, che, nel volgere di qualche anno, sarebbe passata dal compito di dissuadere le forze di un grosso blocco avversario a quello di gestire gli oneri connessi alla propria egemonia (o, se si vuole, dell’egemonia della superpotenza americana).
Nel corso degli anni 90, le rodate strutture della NATO sarebbero, quindi, state impiegate nel difficile contesto dei Balcani occidentali, dove la dissoluzione dello stato jugoslavo avrebbe dato luogo a numerose situazioni di crisi, specie con riferimento ai territori dell’attuale Bosnia-Erzegovina e del Kosovo.

In quegli stessi anni avrebbe, poi, avuto inizio anche il formidabile processo di allargamento dell’Alleanza verso l’Europa orientale, dove molti Paesi intendevano ancorarsi all’Occidente sia al fine di ottenere maggiore sicurezza sul piano internazionale, sia allo scopo di stabilizzare i propri nascenti sistemi democratici.
Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, basti pensare che, dal 1999 al 2020, la NATO sarebbe passata dall’avere 16 membri ad averne addirittura 30.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, l’Alleanza avrebbe giocato un ruolo di primo piano anche con riferimento alla lotta al terrorismo di matrice islamista, che gli occidentali avrebbero, però, scelto di affrontare, non diversamente dalle crisi scaturite a seguito delle cosiddette “primavere arabe”, in maniera forse un po’ troppo ideologica, pretendendo di “esportare” la democrazia anche in Paesi quali Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, caratterizzati da società molto diverse da quelle di “matrice” europea.

I palesi fallimenti determinati da tale politica avrebbero, col tempo, dato luogo a critiche sempre più aspre verso il “sistema Occidente”, che, sommate all’ormai cronico lassismo degli europei in materia di spese militari (nonché alla crescente insofferenza statunitense nei confronti di questo atteggiamento) avrebbe finito per provocare un vistoso indebolimento della tenuta politica dell’Alleanza.
In tale contesto, le cancellerie occidentali si sarebbero rivelate incapaci di rispondere efficacemente alla sfida “revanchista” lanciata dalla Russia di Vladimir Putin, notoriamente intenzionata a riprendere parte del proprio defunto impero, a tenere la NATO lontana dai propri confini e ad accrescere la propria influenza economica e, in definitiva, politica sul continente europeo facendo leva sulla sua immensa disponibilità di risorse energetiche.

Cosicché, dopo aver attaccato la Georgia nel 2008 e occupato la Crimea nel 2014, nel 2022 (a pochi mesi distanza dal penoso ritiro occidentale dall’Afghanistan) il Cremlino avrebbe deciso di attuare un “regime change” in Ucraina con il duplice scopo di portare il Paese nella sua orbita politico-strategica e di acuire la crisi dell’Alleanza occidentale.

Tuttavia, grazie al lavoro di supporto svolto dalla NATO in favore del Paese dal 2014 al 2022 e, ovviamente, alla ferrea volontà di resistere mostrata dagli stessi ucraini, quest’ultima mossa dello “zar” si sarebbe risolta in un chiaro fallimento.
Da allora Ucraina e Russia sono, però, impantanate in un durissimo conflitto dagli esiti potenzialmente apocalittici, in cui la NATO continua a svolgere un ruolo imprescindibile al fine di consentire a Kiev di resistere.

In ragione di ciò, come questa guerra possa finire non è ancora del tutto chiaro.
Al momento, anche alla luce delle recenti difficoltà ucraine, la maggior parte degli analisti sembrerebbe propensa a ritenere che, alla fine, pur avendo fallito il suo obiettivo iniziale, Mosca dovrebbe comunque riuscire a consolidare la sua presa sulle regioni del Paese da essa già occupate (in particolar modo quelle orientali e sud-orientali) e, forse, anche a conquistarne altre.
A pesare sarebbe non solo la carenza di uomini ma anche il progressivo diradarsi degli aiuti occidentali; cosa dovuta soprattutto alle recenti incertezze mostrate da parte degli USA, che, da qualche mese a questa parte, sembrerebbero maggiormente inclini a riprendere il dialogo con Mosca.

Nondimeno, stando alle ultime dichiarazioni del Segretario Generale Stoltenberg, almeno ufficialmente l’Alleanza sembrerebbe ancora intenzionata far sì che l’Ucraina conservi la propria indipendenza politica ed acquisisca il prima possibile lo status di membro.
Tale strada potrebbe, però, essere davvero percorsa solo a patto che Kiev riceva gli aiuti necessari per riuscire a trattare da una posizione non troppo sfavorevole e che la NATO predisponga una protezione immediata per la parte del Paese ancora libera dal giogo di Mosca una volta raggiunto un eventuale cessate il fuoco (cosa, senz’altro, molto più facile a dirsi che a farsi).

In definitiva, l’unica cosa certa del conflitto in corso tra Mosca e Kiev è che si tratta della più drammatica crisi del nostro tempo, foriera di tragici lutti, immense distruzioni (di cui, purtroppo, l’Occidente dovrà verosimilmente farsi carico) e, non da ultimo, del silente ma costante spopolamento dell’Ucraina, che, negli ultimi due anni sarebbe passata da oltre 43 milioni di abitanti a meno di 35.
Tuttavia, perfino in essa non mancano elementi che, da certi punti vista, potrebbero paradossalmente essere visti anche in modo “positivo”.
Uno di questi è senza dubbio costituito dal “risveglio” di molti membri europei della NATO, che dopo decenni di “torpore” sembrerebbero aver deciso di spendere di più per la Difesa e di contribuire in modo più serio alla sicurezza del continente e delle aree ad esso contigue.

Quali saranno i risultati di questa decisione, ovviamente, non è ancora dato saperlo, anche perché i problemi non sono certo pochi. Tuttavia, almeno per il momento, si può certamente osservare questo primo passo con curiosità e, forse, anche con un pizzico di soddisfazione.
Particolarmente degna di nota risulta, poi, essere la recente decisione di Svezia e Finlandia, storicamente neutrali (anche se già da qualche anno partner dell’Alleanza), di acquisire definitivamente la membership della NATO.

Tale scelta sembrerebbe, infatti, indicare come, in questo momento particolarmente complicato della Storia europea, l’Alleanza occidentale sia comunque ancora in grado di esercitare una certa forza di attrazione nei confronti di Paesi desiderosi di ottenere un maggiore livello di sicurezza e di salvaguardare i propri sistemi democratici.
Del resto, non sembrerebbe essere casuale neppure il fatto che, nel corso degli ultimi due anni, al netto della persistente insofferenza di una parte della società statunitense verso alcuni Paesi dell’Europa occidentale (visti, in parte come “free riders”, in parte come infidi avversari travestiti da alleati), tanto nel vecchio continente, quanto in Nord-America, in molti sarebbero tornati ad apprezzare la fondamentale importanza del legame transatlantico.
Un legame che, al di là di come lo si voglia strutturare, è comunque bene che non si rompa. E questo non solo per via dei rischi connessi ad un eventuale sganciamento americano dal vecchio continente (ricordiamo, a tal proposito, il cruciale ruolo giocato degli USA e dalla NATO nello “stabilizzare” le relazioni tra gli stessi Paesi europei), ma anche perché se ciò accadesse in un sistema multipolare come quello che si va progressivamente delineando, l’Occidente tutto (inclusa quindi la superpotenza a stelle e strisce) rischierebbe di veder rapidamente scemare la propria capacità di incidere con riferimento agli affari globali, non solo a livello politico ma anche a livello culturale.
Al fine di evitarlo, è, però, molto importante che americani ed europei (con questi ultimi magari anche coordinati un po’ meglio tra loro) riescano a delineare, e, ovviamente, anche a mantenere in futuro, una proficua e costante collaborazione su tutti gli scacchieri, facendo in modo di conservare un elevato grado influenza nell’ambito del Sistema Internazionale e di evitare, al contempo, la famigerata trappola dell'”overstretching”.
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