NATO e conflitto ucraino: una crisi che si allarga. Le truppe russe continuano ad avanzare in molti settori del fronte

Di Giuseppe Gagliano

KIEV. Mentre le forze russe avanzano in diversi settori del fronte, da Kursk a Pokrovsk, da Toretsk a Chasiv Yar, cresce il senso di inquietudine tra gli alleati occidentali di Kiev e all’interno dello stesso Governo ucraino.

La situazione militare, lungi dall’essere favorevole all’Ucraina, continua a deteriorarsi, mettendo in discussione molte delle certezze che per mesi erano state vendute all’opinione pubblica come verità indiscutibili.

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte

 

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, insiste sulla necessità di fornire a Kiev addestramento ed equipaggiamento per “prolungare la lotta e prevalere”. Tuttavia, dalle stesse fila ucraine emergono valutazioni molto meno ottimistiche.

Un Paese allo stremo

L’ex portavoce di Zelens’kyj, Yulija Mendel, descrive un’Ucraina sempre più vicina al collasso: l’economia è in ginocchio, milioni di cittadini hanno lasciato il Paese e la riconquista dei territori occupati sembra ormai un obiettivo fuori dalla portata dell’Esercito ucraino.

Le illusioni alimentate per due anni da certe narrative sui social media si stanno ora scontrando con una realtà brutale: il Paese non ha più la forza per sostenere la guerra su larga scala.

Non sorprende, dunque, che anche all’interno del Governo inizino a farsi strada ipotesi di cessate il fuoco.

Secondo quanto riportato da fonti ucraine, Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence di Kiev, avrebbe suggerito la necessità di avviare negoziati con Mosca entro l’estate per evitare la dissoluzione dello Stato ucraino.

Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence di Kiev

 

Il Governo ha smentito ufficialmente, ma il fatto stesso che circolino simili indiscrezioni è indicativo della gravità della situazione.

Il piano di pace di Trump: una svolta possibile?

Nel frattempo, si moltiplicano le voci su un possibile piano di pace elaborato dall’Amministrazione Trump con la supervisione del Generale Keith Kellogg.

Generale Keith Kellogg.

 

Questo piano prevederebbe la neutralità dell’Ucraina per almeno 10 anni, in cambio di un’assistenza militare continuativa da parte degli Stati Uniti e della NATO.

Kiev rinuncerebbe alla prospettiva di entrare nell’Alleanza Atlantica, mentre l’Unione Europea si farebbe carico della ricostruzione del Paese, con l’obiettivo di integrarlo entro il 2030.

Sul fronte territoriale, il piano non riconoscerebbe ufficialmente l’annessione alla Russia di Crimea, Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson, ma il Governo ucraino si impegnerebbe a non modificare lo status quo.

Le sanzioni contro Mosca verrebbero progressivamente allentate, mentre una tassa sulle esportazioni energetiche russe contribuirebbe a finanziare la ricostruzione dell’Ucraina.

Inoltre, Kiev sarebbe chiamata a organizzare elezioni politiche entro l’agosto 2025, risolvendo così il problema della legittimità della presidenza di Zelens’kyj, il cui mandato è tecnicamente scaduto.

Il piano non contempla il dispiegamento di truppe europee in Ucraina, una richiesta che Zelens’kyj considera fondamentale per la sicurezza del Paese, ma che il Cremlino ha sempre considerato inaccettabile.

Pressioni e ricatti: il futuro incerto dell’Ucraina

Se la Russia dovesse rifiutare l’accordo, gli Stati Uniti minacciano di inasprire ulteriormente le sanzioni e di obbligare gli europei a incrementare le spese militari per mettere pressione su Mosca.

Se invece fosse Kiev a respingere il piano, Washington interromperebbe immediatamente l’assistenza militare, lasciando l’Ucraina ancora più esposta alla superiorità bellica russa.

Parallelamente, si susseguono segnali preoccupanti dal fronte interno ucraino.

Il problema più grave riguarda la carenza di truppe: il numero di volontari è ormai vicino allo zero e le nuove reclute vengono spesso arruolate con la forza e spedite al fronte senza un addestramento adeguato.

Il tasso di diserzione è elevato e il morale delle truppe è a pezzi.

Perfino gli ufficiali, in dichiarazioni anonime alla stampa anglosassone, ammettono che i nuovi soldati muoiono spesso entro le prime ore o i primi giorni in battaglia.

A peggiorare la situazione, l’Amministrazione americana sta esercitando pressioni su Kiev affinché abbassi l’età della leva da 25 a 18 anni.

La misura è stata approvata dal Parlamento ucraino ma non è ancora stata attuata, forse per il timore di scatenare rivolte interne.

La popolazione è sempre più insofferente: secondo fonti ucraine, nel 2024 almeno 350 pattuglie di reclutatori sarebbero state attaccate o date alle fiamme dai cittadini.

Una NATO sempre più fragile

La guerra in Ucraina non sta solo mettendo a dura prova Kiev, ma anche la stessa NATO. L’unità dell’Alleanza, spesso sbandierata come solida e incrollabile, si sta incrinando di fronte alle conseguenze economiche e strategiche del conflitto.

All’interno dell’Unione Europea, le divisioni si stanno approfondendo.

La Polonia, per esempio, sta apertamente contrastando la Germania sul fronte energetico. Varsavia ha chiesto la distruzione definitiva del gasdotto Nord Stream per evitare che Berlino possa ripristinarlo e riprendere a importare gas russo a basso costo.

Un’immagine del Nord Stream 2

Un’uscita che suona come una dichiarazione di ostilità nei confronti della Germania e che conferma quanto gli equilibri europei stiano cambiando rapidamente.

D’altra parte, la Danimarca ha autorizzato una società tedesca controllata da Gazprom a mettere in sicurezza la sezione intatta del Nord Stream, un segnale che potrebbe preludere a un ritorno delle forniture di gas russo in caso di accordo con Mosca. Il gas a buon mercato è stato per anni il motore della crescita industriale europea e senza di esso l’industria manifatturiera, in particolare quella tedesca e italiana, sta soffrendo enormemente.

Questa guerra, dunque, sta avendo effetti devastanti ben oltre l’Ucraina.

Sta mettendo in luce le contraddizioni della NATO, sta esacerbando le divisioni tra gli Stati europei e sta dimostrando, ancora una volta, quanto l’Europa sia dipendente dalle decisioni di Washington.

Gli Stati Uniti, che nel giro di pochi mesi potrebbero cambiare strategia, non hanno mai considerato gli ucraini una priorità strategica.

Così come non lo erano gli afgani, gli iracheni o i vietnamiti prima di loro.

Se l’Amministrazione americana decidesse che la guerra non è più nell’interesse nazionale, Kiev si troverebbe improvvisamente sola, con un esercito esausto e un paese in rovina.

Nel frattempo, la Russia continua ad avanzare, mentre i leader europei insistono con una retorica sempre più distante dalla realtà.

Parlare ancora di vittoria ucraina suona ormai come un’illusione, buona solo per i proclami ufficiali e le conferenze stampa. Ma la guerra, come sempre, non si vince con le parole.

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