NATO: Il Presidente Donald Trump trasforma l’Alleanza Atlantica in uno strumento di fedeltà politica

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. L’idea che l’Amministrazione Trump stia valutando di spostare truppe americane dai Paesi NATO giudicati poco collaborativi verso quelli ritenuti più utili nella guerra contro l’Iran non è soltanto l’ennesima provocazione del Presidente americano.

Il Presidente USA Donald Trump

È qualcosa di più serio: è la trasformazione dell’Alleanza Atlantica da sistema di sicurezza collettiva a meccanismo di ricompensa e punizione.

Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe valutando il trasferimento di forze da Paesi considerati “poco utili”, come Italia, Francia, Germania e Spagna, verso Stati più allineati come Polonia, Romania, Lituania e Grecia.

La sede della NATO

Il contesto è la frustrazione di Trump per il mancato sostegno europeo alla campagna contro l’Iran.

Qui sta il punto decisivo: Trump non contesta semplicemente il livello della spesa militare europea, come aveva fatto per anni.

Compie un salto ulteriore.

Sostiene, di fatto, che la protezione americana non dipenda più da un trattato, ma dal grado di obbedienza politica degli alleati rispetto alle guerre scelte da Washington.

In questa logica, la NATO non è più un’alleanza fondata sull’Articolo 5, cioè sulla difesa collettiva, ma una piramide gerarchica nella quale la garanzia strategica viene concessa a chi si mostra più disponibile a seguire gli Stati Uniti anche in operazioni offensive che non riguardano direttamente la difesa dell’area nordatlantica.

L’articolo 5, infatti, riguarda un attacco contro un alleato e non impone automaticamente la partecipazione a guerre scelte unilateralmente da Washington.

La notizia è tanto più grave perché arriva dopo settimane in cui Trump ha ventilato persino l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO.

Un’uscita unilaterale oggi è ostacolata dalla legge americana: dal 2023 il presidente non può ritirare gli Stati Uniti dall’Alleanza senza l’approvazione di due terzi del Senato o di un atto del Congresso.

Proprio per questo, il trasferimento delle truppe appare come la via più rapida per svuotare la NATO dall’interno senza strappare formalmente il trattato. Non si esce dall’Alleanza, ma la si rende selettiva, condizionata, inaffidabile.

Sul piano militare, il messaggio è brutale.

Soldati americani in un’attività operativa

Le forze americane in Europa non sono soltanto uomini e mezzi: sono un segnale politico, una garanzia di credibilità, un moltiplicatore di deterrenza. Negli ultimi anni la presenza statunitense nel continente si è mossa in una fascia compresa grossomodo tra 75 mila e 105 mila uomini, con una concentrazione importante nei Paesi dell’Europa centro-orientale dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Ridistribuire questo dispositivo in base alla docilità mostrata verso Washington significa dire agli europei che la geografia della protezione non sarà più decisa dal rischio strategico, ma dalla fedeltà politica.

Per l’Europa occidentale sarebbe un colpo durissimo. Italia, Germania, Francia e Spagna non verrebbero colpite solo simbolicamente.

Verrebbero colpite nel cuore della loro relazione con gli Stati Uniti.

Basi, Comandi, infrastrutture logistiche, integrazione operativa: tutto entrerebbe in una fase di incertezza.

Ma la questione più delicata riguarda il precedente politico. Se Washington può punire un alleato perché non ha partecipato a una guerra contro l’Iran, domani potrebbe fare lo stesso su Cina, Mar Rosso, Mediterraneo o qualunque altro teatro.

L’Alleanza cesserebbe di essere un patto e diventerebbe un contratto revocabile.

Naturalmente, Trump potrebbe perfino ottenere un risultato immediato: rafforzare il blocco orientale della NATO, che già oggi vede nella protezione americana la garanzia essenziale contro la Russia. Polonia, Romania e Lituania avrebbero tutto l’interesse a presentarsi come partner esemplari.

La Grecia, in questo schema, confermerebbe la propria funzione di piattaforma strategica mediterranea utile a Washington.

Ma sarebbe una vittoria tattica pagata con una sconfitta strategica: l’America rafforzerebbe i suoi clienti più fedeli e, nello stesso tempo, demolirebbe la fiducia sistemica dell’intera Alleanza.

Gli scenari sono tre.

Il primo è quello della pressione negoziale: Trump usa la minaccia per costringere gli europei a un riallineamento politico e militare, senza arrivare davvero a una ridistribuzione massiccia.

Il secondo è quello della punizione selettiva: qualche spostamento di truppe, qualche chiusura di base, qualche riduzione simbolicamente pesante ma militarmente gestibile, sufficiente a far capire che la Casa Bianca fa sul serio.

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte

Il terzo è il più pericoloso: la costruzione di una NATO a due velocità, con un’Est premiato e un’Ovest sospettato, dove la solidarietà atlantica viene rimpiazzata da una graduatoria di affidabilità verso Washington.

In tutti e tre i casi, il danno è già cominciato. Perché il vero capitale della NATO non sono soltanto i soldati, i missili o le basi.

È la fiducia che un alleato possa contare sull’altro quando il quadro si fa oscuro.

Se il Presidente americano introduce il principio secondo cui la protezione dipende dall’obbedienza a una guerra americana non condivisa, allora il problema non è più quanti soldati si spostano da un Paese all’altro.

Il problema è che l’Alleanza smette di essere una comunità strategica e diventa un sistema di dipendenza personale.

E qui emerge la responsabilità europea. Per anni molte capitali hanno finto di non capire che il trumpismo non era una parentesi, ma una dottrina. Ora ne vedono gli effetti: gli Stati Uniti non chiedono più soltanto contributi maggiori, chiedono subordinazione politica.

Se l’Europa non saprà costruire una propria capacità strategica, industriale e militare, resterà esposta a ogni oscillazione della Casa Bianca. E ogni crisi futura potrà trasformarsi in un ricatto.

Trump crede forse di rafforzare l’America.

In realtà rischia di distruggere il principale strumento del potere americano in Europa: la convinzione, coltivata per decenni, che l’ombrello statunitense fosse duro, affidabile, prevedibile. Una volta incrinata questa convinzione, non basterà spostare qualche brigata per rimetterla in piedi.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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