Di Vincenzo Santo*
ROMA. Per puro caso ho avuto modo di ascoltare l’altro giorno un podcast condotto da Oscar Giannino.
Persona intelligente e conoscitore di tanta bella roba in termini di economia e fiscalità. Ma, come tantissimi altri commentatori d’oggigiorno, non riesce a non entrare in ambiti ben al di fuori del proprio bagaglio di conoscenze. Lui non è il solo.
Una parte del podcast si riferiva alle parole dell’attuale Supreme Allied Commander Europe (Saceur), Generale Grynkewich, rilasciate giorni fa in occasione del Warsaw Security Forum.

Io dico che ne ha dette di importanti, non c’è dubbio, ma per la maggior parte inconsistenti e pretenziose.
Tuttavia, a sua discolpa, credo dovesse rendersi simpatico dinanzi al pubblico polacco e ai soliti sycophants della stampa.
Parafrasando Aristotele, nel “teatro della vita” è sempre preferibile quel che è credibile a ciò che è vero senza essere convincente.
Il Verosimile che soppianta il vero. Peccato, comunque, che dell’intervento se ne sia fatta poca eco tutto sommato.
Ora, devo dire, l’analisi geopolitica dei fatti del mondo è campo di trattazione complesso. Ma che la gente discuta ad esempio della guerra contro l’Iran, passi.
Ci mancherebbe. Ma che se ne faccia uso per esaltare le proprie posizioni ideologiche o, peggio, per generare entusiasmo laddove occorrerebbe essere molto cauti e realisti non va bene. È una banale e anche pericolosa semplificazione.
E il solo fatto di commentare un intervento, questo del Grynkewich, come generato dalla verità assoluta senza essere andati oltre le parole è intollerabile. Addirittura gioirne è immaturo. Una delle cose che io credo faccia più danni in Occidente è proprio l’eccitato sensazionalismo.
Nonché l’entusiasmo ingiustificato di cui parlava in uno spot pubblicitario il regista Sorrentino.
Premetto che personalmente non mi esalto dinanzi alle parole. E il Generale americano, nel migliore dei casi, ha detto cose nel filone delle belle intenzioni.
Ma le intenzioni, pur belle, devono avere la sostanza di poter essere attuate e portate a compimento.
Altrimenti rischiano di essere solo belle ma non buone. E forse nascondevano altro. Ne scrivo in chiusura.
La Theory of Victory da lui illustrata per spiegare come la NATO intenderebbe impedire a un aggressore, in particolare alla Russia, di raggiungere i propri obiettivi militari, è un bell’intendimento.
Ma rimane sulla carta. Intanto, contrariamente a quanto molti hanno affermato, è solo una nuova formulazione strategico-operativa, non una nuova dottrina dell’Alleanza.
Le parole e i concetti, quindi, hanno la loro importanza. La distinzione fondamentale è tra tre livelli. La dottrina enuncia i principi militari che stabiliscono come le forze devono prepararsi, operare e combattere. La strategia è il modo generale con cui verrebbero impiegati gli strumenti militari per conseguire determinati obiettivi politici.
Il livello più basso, quello strategico militare fissa anch’esso i suoi obiettivi, enunciati in piani operativi, che la politica deve aver approvato, per garantire una rapida risposta da parte delle forze assegnate al sorgere dell’emergenza.
Piani da manutenzionare periodicamente. Infine, viene la pianificazione operativa, quindi a livello di comando operativo, e la NATO ha alcuni di questi comandi, cioè la formulazione di ordini con gli effetti da conseguire in base agli obiettivi dati dall’alto.
Lascio perdere in questo scritto il livello tattico.
Ora, un comandante NATO, come il Saceur, livello strategico militare, può annunciare una nuova impostazione strategico-operativa, ma questo non equivale automaticamente all’adozione di una nuova dottrina ufficiale dell’Alleanza. E tuttavia, confondere in un tutt’uno, l’intento deterrente e lo scopo strategico della condotta di un’operazione militare è un “atto impuro”.
La deterrenza, e qualcuno glielo dovrebbe suggerire, viene ben prima. Non la si costruisce a parole ma poggia principalmente sulla consistenza non dei piani o della volontà di fare ma sulla reale capacità di fare: forze credibili perché immediatamente spendibili e schierabili e commisurate, in termini di addestramento, volume, potenza, interoperabilità, mobilità e sostenibilità nel tempo e nell’ambiente dello scontro, all’ipotetico nemico
E, se si parla di volontà, anche della reale volontà di tutti i Paesi membri di essere della partita.
Al di là di quanto promesso o accettato ad Ankara in occasione dell’ultimo summit NATO. Formulare un concetto di deterrenza basato sulla strategia di deterrence by denial che troverebbe sostanza nell’esecuzione è un papocchio concettuale. Un falso.
Non fa deterrenza l’aver snocciolato una vera e propria strategia “esecutiva”, di condotta, che vede la condotta di tre fasi nel tempo, le 3Bs: Block (bloccare l’attacco iniziale), Blunt (smorzare e arrestare l’offensiva) e Break (spezzare il sistema militare avversario). Un punto, quest’ultimo molto interessante, cioè capisco, la NATO non si proporrebbe soltanto di arrestare un’invasione, ma, se necessario, di privare l’aggressore della capacità di proseguire la guerra, colpendolo in profondità. Ma va? Perché, prima di oggi, cosa si sarebbe fatto? È la scoperta dell’acqua calda.
La sua descrizione di questa teoria e delle sue fasi, quelle con la “B” di cui sopra, non è altro che una sorta di annotazione dei desideri.
E, evitando di prenderci in giro, se da un lato la Kallas, Alta Rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza, certo non un’esponente NATO, sempre qualche giorno fa lamentava la mancanza di fregate per incrementare la missione navale europea EUNAVFOR ASPIDES, mi chiedo come si possa esercitare una credibile deterrenza.

E se tanto mi dà tanto, dubito sulla consistenza di aeronautica e forze di terra.
Certo, la Kaja Kallas parlava di navi e non di aerei o truppe sul terreno, ma anche questo dovrebbe dare la misura di come questi personaggi prestati alla politica europea non comprendano cosa voglia dire pensare e condurre un’operazione che, ormai, nel quadrante mediorientale, non può essere ormai solo per “naviganti”.
Ma da tempo. E anche siamo in colpevole ritardo.

Qualcuno obietterà che la Kallas parlava per conto dell’Unione Europea e non della NATO.
Giusto, ma l’obiezione cade facilmente se solo si guardasse a quanti paesi dell’Unione facciano parte della NATO.
Sono ben 23 su 27. I “mancanti”, Austria, Cipro, Irlanda e Malta, non mi pare potrebbero costituire una sostanziale e seria preoccupazione in termini di espressione di capacità militari in meno.
A parte questo, l’immaturità o l’ingenuità di Grynkewich, oppure l’obbligo politico di nascondere la realtà, sta nell’aver dichiarato che quanto è in questa strategia tiene conto anche della possibilità che le forze statunitensi siano impiegate altrove.
Infatti, alla domanda formulata da Katarzyna Pisarska, Presidente del Forum e moderatrice, “… Does your theory assess a situation in which we have a war on two fronts? Not only here in the European theater, but actually a potential other theater in the Asia-Pacific, where the United States’ forces might be entangled in big actions. What happens then? …”, lui ribatteva “… yeah, it absolutely does account for that, and in fact it must …”.
Facendo capire che per lui e la NATO non farebbe differenza.
Non è così. E lui lo sa benissimo. Senza gli Stati Uniti è veramente difficile credere in rapidi schieramenti, nella disponibilità di forze sufficienti a soddisfare i requisiti operativi, a un’intelligence ricca di contenuti e a una capacità di comando e controllo che gli altri difficilmente potrebbero assicurare.
Per di più, nessun comando non americano avrebbe spazio. Anche l’Allied Joint Force Command Brunssum, comando operativo dislocato nei Paesi Bassi, non avrebbe alcun ruolo principale nella condotta di eventuali operazioni in quel teatro di operazioni.
Ne sono convinto. Verrebbe molto probabilmente soppiantato dal collega americano di sede a Napoli che si avvarrebbe dei vari comandi “tattici” USA in Europa.
Un trascorso che dovrebbe suggerire come infatti avverrebbe è la campagna contro le forze libiche di Gheddafi. Il comando “napoletano” venne di fatto estromesso, incluso l’allora suo capo di stato maggiore italiano, un Generale di Corpo d’Armata dell’Aeronautica, per garantire una linea accomodata, per precisa scelta politica, sulle spalle di un Generale canadese sottoposto al quattro stelle americano.
Altro esempio che cito per esperienza diretta, ho prestato servizio a Brunssum anni fa e quel comando era sovraordinato lungo la catena NATO al comando alleato a Kabul. Il comandante, un tedesco, non aveva la pur minima idea di cosa il l’americano in Afghanistan decidesse e facesse.
Né tantomeno ha mai messo parola sul processo di targeting. Il tutto viaggiava sul canale americano. Agli Stati Uniti, la NATO serviva esclusivamente per addossarle alcuni costi di carattere logistico o tecnico grazie alle due Agenzie NATO operanti, NSPA (NATO Support and Procurement Agency) e dell’attuale NCIA (NATO Communications and Information Agency).
Questa è la realtà. Senza gli americani ad oggi e nel breve e medio termine, fermo restando che occorrerebbe mettersi d’accordo sui tempi di un “lungo termine”, non si va da nessuna parte. E ove accadesse l’irreparabile la linea di comando NATO verrebbe cortocircuitata.
Detto questo, che può risultare fastidioso, il Generale Grynkewich, alla successiva domanda sugli stoccaggi di munizioni “… how small are our stockpiles? Do you think that we are improving? We can see that Ukraine has major issues in buying missiles, for example, for interceptors for Patriot systems. Even when we have the money, we simply cannot find them anywhere. When will we be prepared? …” rispondeva manifestando grande fiducia “… You know, we’re, … we’re prepared now. Now, could we be better prepared? Absolutely. No military commander is ever going to tell you they don’t want more of everything. And I’m not going to be the first to ever say that … I look very carefully at the stockpiles across the Alliance. I’m very comfortable with what we have available today, and I know we’ll continue to improve it …”.
Probabilmente scordando le carenze di Patriot, ben note, e come gli Stati Uniti non siano in molti casi riusciti a difendere gli amici del Golfo dalle intemperanze missilistiche iraniane.

L’intervento di cui parliamo è lungo (https://www.americanrhetoric.com/speeches/alexusgrynkewichtheoryofvictoryNATO.htm).
Qui ho riportato solo alcuni passaggi che mi sono apparsi dirimenti circa la volontà di rassicurare soprattutto l’Est europeo.
Operazione riuscita in termini di “stratcom”, ma portatrice di un grave inganno e di una pericolosa illusione.
Comunque, non c’è nulla di nuovo. Se lo scopo politico strategico, e il suo conseguimento, consiste nel far fallire l’aggressione e impedirne la prosecuzione, non vedo che cosa ci sia di nuovo con “il vecchio” orientamento.
Non è che cambiando le parole cambi tutto, a partire dalla disponibilità dei mezzi per attuare quanto sta nella testa.
Ora, infatti, andando oltre, il dimostrare che l’aggressione non può conseguire i propri obiettivi, attuando una difesa avanzata e immediata, nonché bloccando l’attacco e neutralizzando la capacità di proseguirlo, grazie alla sempre più spinta integrazione di droni, sistemi autonomi, intelligence e attacchi di precisione, non cambia il paradigma e non è cosa facile da credere che possa accadere con tanta facilità.
È semplicemente un intento, pur legittimo, ma occorrerà poi vedere al redde rationerm quanto sarebbe applicabile.
Pur vendendo a parole che non potrà che essere così. L’uso del futuro in queste argomentazioni è pericoloso e inganna.
Andando nel “non detto”, infatti, questa teoria postulerebbe, grazie a una maggiore capacità di prevedere il profilarsi di un attacco, non solo di avere la capacità di far “gravitare” dove “sembrerebbe” necessario avere schierate le forze, e questa è logistica a livello strategico molto complessa e articolata, ma anche, di averle al momento giusto.
E tutte quelle “promesse”. E la NATO non ha forze proprie.

Comunque, usciamo fuori dall’equivoco, “difesa avanzata e immediata” richiede inevitabilmente un “pre-emptive attack”.
Non si può sfuggire operativamente a questa logica.
Altrimenti, il negare all’aggressore il successo, “senza necessariamente sconfiggere lo Stato nemico”, precisazione che ci deve far apparire obbligatoriamente dalla parte dei buoni, diventa pura illusione. Si può anche negare questa eventualità, ma sarebbe inevitabile. E pericoloso.
Infatti, l’aspetto che io ritengo dovrebbe preoccupare sta in questo passaggio – l’ho tradotto – del suo intervento “… siamo in grado di percepire e osservare lo scenario grazie a un sofisticato sistema stratificato di intelligence, alimentato da risorse di raccolta dati provenienti da molteplici fonti, che forniscono una mole enorme di informazioni. Utilizziamo questi dati — elaborandoli tramite algoritmi avanzati — per ricavare intuizioni cruciali, ottenendo così una comprensione profonda del contesto strategico e operativo. Ciò significa che è assai improbabile che l’Alleanza venga colta di sorpresa. Saremo in grado di rilevare l’avvicinarsi di un attacco, il che ci darà il tempo necessario per valutare la situazione e dispiegare rapidamente le nostre forze …”.
Parole e concetti direi scontati, tutto ovvio.
Il problema è che la NATO non ha nemmeno una sua intelligence.
Le informazioni di ogni tipo le arrivano dai Paesi membri. E, di fatto, c’è un privilegio accordato ad alcuni. Soprattutto se dell’Est europeo.
Alcuni potrebbero diffondere falsi. Il fake, infatti, non è patrocinio esclusivo di russi o cinesi.
Pertanto, uno scenario “artefatto” potrebbe facilmente scaturirne. E da lì, il semplice dispositivo magari deliberatamente schierato a mo’ di deterrenza potrebbe essere facilmente interpretato dalla controparte come minaccia.
Da lì il casus belli avrebbe ottime probabilità di verificarsi. E di queste cose la storia ne può raccontare un bel po’. Washington poi può darne lezioni. L’atavico odio tra Londra e Mosca può fare il resto.
La teoria di Grynkewich è in realtà un dover e voler mascherare, con il suo fascino concettuale, ritualizzato nella lingua inglese, un vuoto di reale sostanza. Ma nasconde una pericolosa trappola.
Non è detto infatti che se è vero che Trump è caduto nella trappola di Netanyahu tutti noi non si possa cadere nella trappola di qualche altro “alleato-amico”.

Le trappole non sono soltanto quelle che fabbrica chi ci è non simpatico.
Occorre fare attenzione a ciò che le parole occultano. Troppo facile cadere nella trappola del loro fascino e persino gioirne.
*Generale di Corpo d’Armata Esercito (ris)
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