NATO o Unione europea? Il futuro delle industrie della Difesa italiane davanti ad un bivio

Di Marco Pugliese

Roma. La aziende della Difesa italiana e di conseguenza tutta l’industria che ci ruota intorno, da Leonardo a Fincantieri con relativo indotto, in questo momento, attraversano una fase delicata. Risultano essere molto competitive ma non sembra che siano supportate come dovrebbero dal Governo Gentiloni, ministro in primis.

il capo del Governo, Paolo Gentiloni

La nostra industria pesante ed aerospaziale che è la tra le prime al mondo necessita di un serio piano industriale di carattere nazionale. Non può permettersi d’andare a traino alla politica industriale di Francia e Germania, attualmente competitor – e lo si è visto con i cantieri navali francesi – e non player.

L’ italiano medio forse ignora che queste aziende italiane sono tra i primi dieci Gruppi al mondo, rappresentando la spina dorsale del Paese e tra l’indotto e l’incasso  con commesse in India, Qatar, Austria, Canada, Usa, di fatto, sono la fonte di reddito statale che permette all’Italia (in aggiunta alle tasse) di finanziare sanità, scuola, sviluppo, ricerca e spese strutturali.

L’importanza di Fincantieri

Fincantieri è uno dei più importanti complessi cantieristici al mondo e il primo per diversificazione e innovazione. È leader nella progettazione e costruzione di navi da crociera e operatore di riferimento in tutti i settori della navalmeccanica ad alta tecnologia, dalle navi militari all’offshore, dalle navi speciali e traghetti a elevata complessità ai mega-yacht, nonché nelle riparazioni e trasformazioni navali, produzione di sistemi e componenti e nell’offerta di servizi post vendita. Il Gruppo, con sede a Trieste, in oltre 230 anni di storia della marineria ha costruito più di 7 mila navi. Con più di19.400 dipendenti, di cui oltre 8.200 in Italia, 20 stabilimenti in 4 continenti, Fincantieri è oggi il principale costruttore navale occidentale e ha nel suo portafoglio clienti i maggiori operatori crocieristici al mondo, la Marina Militare e la US Navy, oltre a numerose Marine estere ed è partner di alcune tra le principali aziende europee della difesa nell’ambito di programmi sovranazionali.

Lo stabilimento di Fincantieri

Leonardo, eccellenza italiana
Con il Piano Industriale 2015-2019], sotto la guida di Mauro Moretti, per il Gruppo Finmeccanica è stata avviata una riorganizzazione per il rilancio della competitività sui mercati con una nuova struttura articolata in divisioni operative dei settori core business, Aerospazio, Difesa e Sicurezza e cessione di asset considerati non strategici.
La riorganizzazione di Finmeccanica ha visto confluire le controllate AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Oto Melara, Selex ES e WASS nella società capogruppo]. La nuova Finmeccanica, operativa come azienda unica dal 1º gennaio 2016, è strutturata in 4 settori (Elicotteri, Aeronautica, Elettronica, Difesa e Sistemi di Sicurezza; Spazio) e 7 divisioni (Elicotteri, Velivoli, Aerostrutture; Sistemi Avionici e Spaziali, Elettronica per la Difesa Terrestre e Navale, Sistemi di Difesa, Sistemi per la Sicurezza e le Informazioni) per una migliore gestione delle attività industriali del Gruppo.

Leonardo consolida i suoi prodotti all’estero

A ogni divisione è assegnato un proprio perimetro di attività, portafoglio di business a presidio di un mercato di riferimento, leve/risorse e piena responsabilità sul risultato di conto economico divisionale. Pur sopravvivendo i marchi e loghi originari delle divisioni, trattative e contratti con il cliente finale sono condotti e firmati dal brand della capogruppo.
La fase di cambiamento attuata da Mauro Moretti si è caratterizzata per la riduzione dell’indebitamento e dei costi di gestione e per il recupero della redditività. Nel 2015, il titolo Finmeccanica ha più che raddoppiato la sua quotazione rispetto all’anno precedente passando dai 5,73 euro del maggio 2014 ai 12,11 euro di settembre 2015. Le agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch hanno rivisto l’outlook da negativo a stabile. La capitalizzazione di mercato è quasi raddoppiata, passando dai 3,3 miliardi di euro del maggio 2014 agli attuali 7 miliardi di euro.

Il ministro Roberta Pinotti: futuro ed industria, cosa conviene all’ Italia?

“È necessario parlare insieme di Difesa” ha detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti, sottolineando l’importanza di non creare contrapposizione tra la NATO e l’Unione Europea. Una visione comune, indispensabile nell’ottica delle economia di scala che si traducono nella pianificazione di spese e priorità, richiamate anche dall’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini.
“Stiamo lavorando assiduamente affinché si possa varare la PESCO (Cooperazione strutturata permanente ndr) entro dicembre” ha aggiunto la Pinotti spiegando che il mese prossimo si riunirà il Consiglio europeo e che “l’Europa non poteva essere solo quella della moneta e della finanza”.

Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti

Davanti a una platea di rappresentanti del mondo militare, scientifico e accademico, il ministro ha poi detto a chiare lettere che “la Difesa italiana non viene depotenziata se si costruisce una Difesa Europea”. Una risposta a quanti, soffiando su spinte sovraniste e populismi insinuano un’idea negativa del percorso di integrazione europea. “Occorre fare attenzione a non alimentare concetti falsi” ha commentato il ministro.
Nelle conversazioni con l’Alto rappresentante Federica Mogherini, il ministro Pinotti ha cercato di rassicurare tutti, ma Leonardo e Fincantieri non escono sicuramente benissimo dalla parabola governativa. Denti stretti e sorrisi di circostanza.

Si parla tanto di Difesa europea con quali risultati?

Il settore italiano ha ben presente la strategia francese. Parigi, insieme a Berlino, vuole gestire la Difesa europea in ambito Ue. In questo preciso momento l’ Italia si sta ritagliando un ruolo nella NATO, grazie a Cameri e all’HUB di Napoli e rischia d’esser tagliata fuori da chi nell’Alleanza atlantica, strategicamente, ha meno peso.

La Difesa dell’Ue va benissimo, ma non può esser ceduta a concorrenti in settori in cui siamo forti ed in cui una libera concorrenza ci premia. La qualità italiana non si discute, ma in ambito dell’Unione europea verrebbe penalizzata, la riduzione delle commesse per gli Usa danneggerebbero i nostri cantieri navali, in espansione nel Pacifico.

Non è una questione di “concetti falsi” ma di lungimiranza. L’Italia ha un potenziale industriale da primi cinque Paesi al mondo, non può cederlo “per fare l’ Europa degli altri”. Quel che ha iniziato il ministro Pinotti dovrà essere completato dal Governo che verrà. Il quale dovrà tenere la barra a dritta e mettere al centro un progetto  industriale per tutelare i nostri interessi nazionali. Gli italiani alle urne, l’anno prossimo, dovranno tenere conto anche di questi aspetti.

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