WASHINGTON D.C. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha raggiunto una fase di stallo operativo: disponibilità di mezzi elevata, assenza di opzioni decisive a costi sostenibili.

La progressiva saturazione degli high-value targets e la resilienza iraniana – in particolare nelle capacità missilistiche, UAV e di sea denial nello Stretto di Hormuz – limitano l’efficacia di ulteriori campagne aeree.

Le condizioni negoziali poste da Teheran risultano incompatibili con gli obiettivi occidentali; parallelamente, nessun attore può sostenere una narrativa di sconfitta.
Ne deriva un contesto di competizione coercitiva sotto soglia decisiva.
Vincoli strategici:
• Opzione terrestre su larga scala: non praticabile per insufficienza di forze e costi politico-strategici proibitivi
• Strategic bombing esteso: escalation energetica globale e perdita di consenso internazionale
• Air power stand-off: insufficiente a neutralizzare asset sotterranei profondi.
Risultato: stallo multidominio.
Centro di gravità: Stretto di Hormuz
Il baricentro del conflitto si sposta sul dominio marittimo-economico. L’Iran mantiene capacità credibili di interdizione asimmetrica (mine, missili costieri, swarm UAV/USV).
Obiettivo USA non è la piena neutralizzazione della minaccia, ma la riduzione del rischio a soglia accettabile per il traffico energetico.
Postura operativa USA: coercive diplomacy
Approccio basato su pressione calibrata per modificare il calcolo strategico iraniano senza chiudere lo spazio negoziale:
• Degradazione selettiva delle capacità A2/AD iraniane
• Sicurezza delle Sea Lines of Communication (SLOC)
• Mantenimento di una exit strategy politica.
Finestra operativa post-tregua
In assenza di accordo al termine della tregua:
• Ripresa delle operazioni con forze riposizionate
• Sfruttamento della chiusura di Hormuz come possibile trigger escalation/legal framing (casus belli)
• Opportunità di coalition building (Golfo + Europa) su base narrativa anti-iraniana.
Concetto operativo (CONOPS)
Fase 1 – Targeting infrastrutture sotterranee
Neutralizzazione parziale delle “missile cities” (Zagros, NE Iran), caratterizzate da:
• Profondità >100 m
• Capacità shoot-and-scoot
• Difese stratificate.
Limite: non neutralizzabili con solo air power → necessità di direct action terrestre.
Fase 2 – Shaping del battlespace
• SEAD/DEAD
• Interdizione area target (~50 km)
• Isolamento tattico e controllo accessi.
Obiettivo: local superiority
Fase 3 – Inserzione forze
• Air assault ( in vicinanza Iraq)
• Airborne (profondità operativa, es. 82nd Airborne).
Supporto ISR e capacità israeliane in underground warfare e breaching. Presenza israeliana limitata per vincoli politico-strategici.
Fase 4 – Seizure & strike
• Conquista airfields e FARP
• Dispiegamento sorgenti di fuoco a lungo raggio (HIMARS/ATACMS)
• Attacchi multi-asse ai complessi sotterranei.
Le concentrazioni corazzate iraniane diventano target per air dominance occidentale.
Fase 5 – Sicurezza Hormuz
• Operazioni anfibie USMC
• Occupazione key terrain (isole/coste)
• Creazione maritime security corridor.
Criticità:
Mine necessita avanzate MCM, ruolo potenziale europeo.
Rischi e sostenibilità
• Forza impiegata: ~20 mila uomini
• Perdite attese: ≥10%
• Elevata sostenibilità militare, sensibilità politica significativa.
Outcome atteso
USA/Alleati:
• Degradazione capacità A2/AD iraniane
• Ripristino flussi energetici
• Superiorità operativa locale.
Iran:
• Sopravvivenza regime
• Apertura negoziale su ritiro e sanzioni
- Finestra negoziale basata su mutua convenienza.
Opzione escalation indiretta (non primaria)
In caso di fallimento coercitivo:
• Sviluppo proxy/insurrezione interna
• Sfruttamento reti HUMINT esistenti.
Opzione ad alta complessità politico-strategica, non immediata.
Conclusione
L’approccio delineato configura una strategia di:
• Coercive diplomacy
• Limited escalation dominance.
L’end state perseguito non è la distruzione del regime iraniano, ma la modifica del suo calcolo strategico, inducendolo a considerare il negoziato come opzione razionale e sostenibile.
Tuttavia, tale impostazione presuppone un attore razionale sensibile ai costi militari ed economici.
Qualora il regime iraniano dovesse invece adottare una postura di resistenza ideologica ad alta intensità, accettando livelli elevati di attrito pur di preservare la propria legittimità interna e la narrativa rivoluzionaria, la strategia coercitiva rischierebbe di perdere efficacia.
In questo scenario, si aprirebbe una dinamica di escalation progressiva, caratterizzata da:
• Ampliamento del perimetro operativo (target set più esteso, inclusi asset dual-use)
• Incremento della pressione militare diretta e indiretta
• Possibile transizione verso opzioni non lineari (proxy warfare, destabilizzazione interna).
Il rischio principale sarebbe lo slittamento da una coercizione controllata a una escalation non pienamente governabile, con impatti sistemici sul teatro regionale e sul dominio energetico globale.
In ultima analisi, il successo della strategia dipende dalla capacità di mantenere l’equilibrio tra pressione e controllo dell’escalation.
In caso contrario, il conflitto evolverebbe da strumento di negoziazione a dinamica autonoma, riducendo drasticamente gli spazi per una soluzione politica.
*Generale di Divisione (Aus)
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