Nuova Guerra del Golfo: i numerosi scenari per la soluzione del conflitto. Tra questi una ripresa del terrorismo di matrice jihadista a livello globale

Di Giuseppe Santomartino*

ROMA. Il drammatico conflitto in atto contro l’ Iran va proponendo, già dopo un mese ed al di là della stretta cronaca conflittuale, interessanti spunti di riflessione sulle prospettive evolutive della conflittuologia del XXI secolo.

La superiorità tecnico-militare è ancora un fattore determinante e risolutivo?

Il perseguimento di una superiorità tecnico-militare sia qualitativa che quantitativa sui potenziali avversari è sempre stato uno dei principali paradigmi delle politiche di Stati ed Alleanze in Occidente.

Da almeno 30 anni assistiamo tuttavia a vicende conflittuali con esiti politico-strategici sfavorevoli per gli Attori in possesso di iniziale, anche notevole, superiorità tecnico-militare, e ciò anche a fronte di iniziali successi tattici spesso tramutatisi poi in fallimenti sul piano politico-strategico nel medio lungo termine (Afghanistan, Iraq, Libia).

Soldati USA in Iraq

Qui giova ricordare che la più corretta ed originale interpretazione del pensiero di Clausewitz  (“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) è proprio quella di valutare l’ andamento di un conflitto in funzione del conseguimento finale degli obiettivi politico-strategici, interpretazione che rende oggi più che mai analiticamente irrilevante il concetto del “vincere o perdere una guerra” dopo pochi giorni.

Un interessante elemento in tale riflessione è l’enorme divario fra i costosi sistemi di difesa aerei occidentali e sistemi di attacco iraniani (in particolare drones), divario che, secondo autorevoli fonti, presenta un rapporto anche superiore ad 1:100 e, quindi, le inevitabili ricadute sulla sostenibilità finanziaria.

Anche la sistematica “decapitazione” di importanti figure di vertice iraniane con operazioni di elevati livelli capacitivi in realtà hanno avuto, al netto di valutazioni etiche, effetti contrari a quelli sperati sia per la prassi iraniana di prevedere un reticolare sistema di “vicariato”(per ogni figura di vertice è previsto un vice ed un vice del vice) sia perché le decapitazioni così come effettuate hanno poi l’effetto di trasformare le vittime in Martiri (il concetto del Martirio è uno dei pilastri della filosofia sciita) rafforzando il rischio di derive ancora più estremiste del regime e ricompattando i sentimenti identitari nazionali.

Il livello di resilienza dell’Iran dopo un mese è quindi al momento una realtà che non può essere ignorata anche dai più entusiasti sostenitori dell’ attacco del 28 febbraio mentre aumentano le analisi secondo cui gli USA avrebbero ormai perso l’ iniziativa strategica nel conflitto.

Finanche il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, attivo negoziatore fra US e Iran, ha ammesso recentemente che l’ attacco all’ Iran è stata una “greatest miscalculation”.

Il conflitto sta in altri termini riproponendo in maniera ormai ineludibile una riflessione fra due diverse ed opposte filosofie:

  • Dottrine occidento-centriche di Decisive Battle / Destruction Based/ Rapid Dominance /Outcome Through Force, che trovano la più equivoca espressione operativa nella ricorrente illusione di “Guerre Brevi / Lampo” con attacchi “mirati e risolutivi”
  • Dottrina iraniana di Indefinite Postponement Resistance/ Resilience-Based / Outcome Through Endurance (per l’ Iran la sopravvivenza alla forte offensiva subita è già un chiaro conseguimento del proprio obiettivo politico-strategico e quindi narrabile quale “vittoria” pur nella banalizzazione analitica succitata).

La strategia delle risposte asimmetriche

E’ una aspetto collaterale alla precedente riflessione e, nonostante le sorprese registrate in Occidente nelle ultime settimane, non costituisce affatto una novità nelle dottrine iraniane.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi

Qui giova ricordare una recente affermazione del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: “Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte statunitensi al nostro oriente ed occicdente” (Afghanistan ed Iraq).

La filosofia del Mihwar al-Muqawamah ( M al-M. – in Occidente “Axis of Resistance” con una traduzione semanticamente corretta ma che perde gran parte del complesso significato di fondo del concetto Muqawamah) da anni prevede proprio di capovolgere l’asimmetria capacitiva tecnico-militare attraverso strategie alternative volte in particolare ad erodere la volontà conflittuale degli avversari attraverso una Long Attrition Strategy.

Tre filoni strategici della reazione iraniana appaiono in linea con tale filosofia:

  • La Mosaic Defense Strategy (decentralizzare risorse e capacità decisionali) in modo da neutralizzare anche pesanti perdite e la decapitazione degli elementi decisionali
  • L’Espansione Orizzontale Regionale del conflitto ben al di fuori del territorio iraniano con attacchi condotti verso vari paesi del Golfo o Gruppi Armati (ad esempio i curdi iracheni)
  • L’Internazionalizzazione degli effetti del conflitto con la chiusura di Hormuz ( elemento pienamente prevedibile della reazione iraniana) e la potenziale minaccia su Bab al Mandeb (e quindi su Suez) attraverso il Gruppo Ansar Allah- Houthi, sciita yemenita, che già tanti danni ha procurato al traffico marittimo mondiale dopo il 7 ottobre.

Il primo di questi è elemento funzionale alle dottrine di resilienza di cui sopra e dovrebbe essere oggetto di profonda riflessione in vista dell’ opzione di invasione terrestre anche “limitata”, gli ultimi due sono funzionali all’ obiettivo di elevare il costo geopolitico di tutti gli Attori ritenuti coinvolti, anche indirettamente, nel supporto a USA ed Israele.

Gli effetti sui mercati energetici, e non solo, di questi giorni sono proprio quelli voluti da tali strategie.

La galassia dei gruppi affiliati al M.al M., attiva da anni, è strumento di estensione del braccio geostrategico asimmetrico iraniano.

Espansione del ruolo degli Armed Non-State Actors  (ANSA)

E’ uno dei fenomeni drammaticamente emergenti in questo secolo: oggi la quasi totalità dei circa 80 conflitti censiti nel mondo vede quali protagonisti uno o più ANSA (Armed Non-State Actors).

Il conflitto iraniano sta fornendo una ulteriore e forte conferma di tale fenomeno e del peso geopolitico che esso va esprimendo a livelli regionali e globale.

La galassia di ANSA al momento attivamente coinvolti nel conflitto iraniano non si limita ai gruppi del M.al-M. (Hizbullah, Hamas, Houthi, Gruppi sciiti iracheni) che pure stanno esprimendo un forte ruolo conflittuale, ma anche ai curdi iracheni e iraniani, ai gruppi indipendentisti del Baluchistan (regione a cavallo fra Iran e Pakistan e non a caso vari analisti imputano anche a tale minaccia, fortemente riattivata dopo la “Guerra dei 12 giorni”, le preoccupazioni pakistane per una risoluzione del conflitto), Turkmeni, all’ Islamic State Khurasan che da sempre esprime una forte minaccia all’ Iran.

 A tale galassia vanno aggiunte le formazioni paramilitari Basij, create da Khomeini,  a supporto dei Pasdaran.

Un’immagine di Khomeini

La complessità ed il numero degli Attori Statuali e Non-Statuali e delle valenze geopolitiche ed umanitarie sinora innescate autorizzano poi la valutazione che la durata e l’ esito del conflitto siano ormai in gran parte svincolati dall’ esclusivo controllo USA.

Il ruolo dell’ Intelligence

L’ Intelligence nel conflitto iraniano presenta vari profili di criticità (capacità nucleari iraniane; possibilità di regime change; effettiva consistenza e resilienza delle capacità missilistiche iraniane; ipotesi chiusura Hormuz; risposta asimmetrica) che, come tutte le criticità proprie dell’ Intelligence, richiedono anni di studio ed accertamenti.

Ma forse la principale criticità è rappresentata dal livello di Cultural Understanding e dal tenore dei flussi fra Intelligence e Decisore Politico-Istituzionale (Presidente Trump e suoi immediati collaboratori) come emerso anche da alcune audizioni al Congresso USA.

Al riguardo giova ricordare che una delle principali Intelligence Failures della storia USA, insieme a Pearl Harbour ed ai missili a Cuba del 1963, rimane la Rivoluzione Iraniana del 1979.

Futuri possibili scenari

Lo scenario che tutti auspichiamo è ovviamente una immediata completa risoluzione diplomatica del conflitto, ma ad oggi non possiamo escludere scenari meno auspicabili in una gamma di drammatiche prospettive tutte caratterizzate da High Uncertainty / Unpredictability:

  • La ricerca di una Exit Strategy non troppo umiliante per gli USA, ben raccontata agli americani ma con diversi gradienti di negativi impatti futuri
  • Il collasso del regime iraniano con generalizzato scenario di instabilità ad opera soprattutto dei vari ANSA coinvolti ed inevitabili ricadute nei Paesi limitrofi
  • L’avvio di operazioni terrestri e prolungati blocchi contemporanei di Hormuz e Bab al-Mandeb con elevati rischi umanitari e di recessione globale
  • Una revisione manu militari, ad opera anche di vari ANSA, dei rapporti di forza ed influenze e, quindi, della Global Power Fragmentation in tutto il Medio Oriente  “allargato”
  • Una ripresa del terrorismo di matrice jihadista a livello globale aggravato da un possibile contesto di strumentalizzazione della Global Confrontation fra Islam Radicale ed Occidente.

La prospettiva, o meglio l’ illusione, di un percorso di Post Conflict State Building ad opera dell’ Occidente, visti i precedenti fallimentari risultati in scenari anche meno complessi, appare del tutto da evitare.

Al di là di ogni ipotesi, al momento il principale sconfitto in tale vicenda rimane il diritto internazionale, fortemente lacerato, e il presidio che esso, nonostante ogni critica strumentale, avrebbe ancora il potere di offrire alla Comunità Internazionale.

*Generale di Divisione (ris). E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche – Indirizzo islamico presso l’Istituto Universitario Orientale. E’ stato Addetto per la Difesa presso le Ambasciate in Amman e Baghdad,  capo delegazione italiana presso lo US Centcom e capo Dipartimento presso l’European Union Military Staff in Bruxelles.  Ha pubblicato testi sul Jihadismo e la geopolitica del XXI secolo.  E’ docente di Intelligence presso la facoltà di  Science Politiche dell’ Università della Tuscia e presso il Master di Intelligence dell’Università di Udine.

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