Di Giuseppe Gagliano*
BRUXELLES. L’ipotesi di un rilascio coordinato di petrolio dalle riserve strategiche da parte dei Paesi del G7, sotto il coordinamento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, non è soltanto una misura tecnica per calmare i mercati.

È, prima di tutto, una confessione politica.
Quando le maggiori economie industriali del mondo sono costrette a discutere l’apertura dei depositi d’emergenza per contenere il prezzo del greggio, vuol dire che il sistema energetico occidentale resta vulnerabile, dipendente e strutturalmente esposto agli shock geopolitici.
Reuters, citando il Financial Times, riferisce che oggi i ministri finanziari del G7 discuteranno proprio questa opzione, dopo l’impennata del petrolio provocata dalla guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran. Il WTI, che nei giorni scorsi era già salito con forza, ha reagito al solo annuncio della discussione scendendo dai picchi vicini a 118 dollari verso area 104, segno che il mercato non guarda soltanto ai barili reali ma alla credibilità politica di chi promette di stabilizzare i flussi.
Il punto, però, è un altro. Le riserve strategiche non sono uno strumento di potenza, ma di emergenza.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che, in caso di grave interruzione dell’offerta, i Paesi membri possano decidere un rilascio collettivo di stock petroliferi. È un meccanismo nato per assorbire traumi improvvisi, non per sostituire una vera autonomia energetica.
La stessa AIE ricorda che i membri devono mantenere scorte equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette e che le azioni collettive servono a fronteggiare shock severi di approvvigionamento. In altri termini: se si arriva a premere questo pulsante, significa che il mercato ordinario non basta più.
Ed è qui che emerge la contraddizione dell’Occidente, Europa in testa. Per anni si è parlato di transizione, diversificazione, resilienza, sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Ma alla prova dei fatti, basta che si stringa Hormuz o che la guerra investa il Golfo perché il cuore industriale e finanziario del mondo entri in affanno.
Il problema non è soltanto il prezzo del greggio. Il problema è che il prezzo del greggio diventa immediatamente inflazione, costo logistico, pressione sui bilanci pubblici, fragilità industriale, tensione sociale.
Un barile a 100 o 120 dollari non resta nei terminal petroliferi: entra nelle bollette, nei trasporti, nella chimica, nell’agroalimentare, nei tassi d’interesse.
L’Europa, da questo punto di vista, è il caso più eloquente.
Ha ridotto la dipendenza da una fonte per redistribuirla su più fornitori, ma non ha conquistato una vera autonomia. Ha sostituito una vulnerabilità lineare con una vulnerabilità diffusa.
Importa petrolio, gas, GNL, componenti industriali, tecnologie critiche, rotte marittime protette da altri e, in ultima analisi, sicurezza strategica garantita da altri. La dipendenza non è sparita: si è solo fatta più complessa e più costosa.
La lista dei grandi importatori lo dimostra.
Paesi come Italia, Germania, Spagna, Giappone, Corea del Sud, India e Cina restano altamente esposti agli shock di prezzo perché la loro capacità di assorbire una crisi energetica dipende dal commercio marittimo, dalla continuità dei flussi e dalla tenuta delle assicurazioni strategiche americane o multilaterali.
Alcuni dispongono di margini industriali e finanziari maggiori, altri meno, ma il punto comune resta uno: senza accesso sicuro e prevedibile agli idrocarburi, la macchina economica rallenta.
C’è poi un secondo elemento, ancora più politico.
L’uso delle riserve strategiche mostra che la cosiddetta autonomia occidentale si regge spesso su strumenti eccezionali. Non su una sovranità piena delle fonti, non su una filiera chiusa, non su una capacità indipendente di mettere in sicurezza i choke points marittimi, ma su misure tampone.
È una differenza enorme. Una potenza autonoma decide i flussi. Una potenza dipendente gestisce le conseguenze della loro interruzione.
Da questo punto di vista, la crisi attuale rivela anche il limite del discorso europeo sull’autonomia strategica.
Non esiste autonomia strategica senza autonomia energetica relativa.
E non esiste autonomia energetica relativa senza almeno quattro condizioni: diversificazione reale delle fonti, capacità di stoccaggio adeguata, protezione militare delle rotte e politica industriale coerente.
Oggi l’Europa possiede solo una parte incompleta di questi strumenti.
Il resto lo compra, lo negozia o lo subisce.
Per questo il rilascio coordinato delle riserve, se verrà confermato, non sarà la prova della forza del G7, ma della sua esposizione.
Servirà forse a raffreddare il mercato per qualche giorno o qualche settimana.
Ma non cambierà la verità di fondo: l’Occidente continua a vivere in un sistema energetico che dipende dalla stabilità di regioni che non controlla, da passaggi marittimi che può proteggere solo a costo di guerre sempre più estese e da fornitori con cui intrattiene rapporti segnati più dalla necessità che dalla libertà di scelta.
In definitiva, la lezione è brutale. Le riserve strategiche possono tamponare una crisi.
Non possono sostituire una strategia. E quando un grande blocco economico deve aprire i propri caveau energetici per rassicurare i mercati, vuol dire che la sua sicurezza resta appesa ai barili degli altri.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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