Nuova Guerra del Golfo: ruggiti, promesse e furia. Il mare conteso e il nodo di Hormuz

Di Giulia Botta

WASHINGTON D.C. Nei conflitti contemporanei, i nomi dati alle operazioni non sono mai neutrali, bensì sono dispositivi simbolici che anticipano l’intenzione strategica e plasmano la percezione della guerra, prima ancora che essa si sviluppi sul terreno.

Un’immagine degli attacchi in territorio iraniano

Già nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025,

Israele e Iran avevano codificato lo scontro anche sul piano simbolico, con le operazioni Rising Lion e True Promise 3: una dinamica narrativa che oggi riemerge, ampliata per scala e significato.

Oggi, nella crisi in Medio Oriente, tre denominazioni emergono come chiavi di lettura della competizione narrativa: Epic Fury per gli Stati Uniti, Roaring Lion per Israele, True Promise 4 per l’Iran.

Tre nomi, tre registri simbolici, legati da un medesimo intento: trasformare l’uso della forza in una narrazione di necessità.

Epic Fury richiama un immaginario quasi omerico.

Base statunitense nei pressi di Dubai colpita da un missile iraniano

L’ira, nella tradizione epica, evoca una forza ordinatrice, una risposta inevitabile a una violazione dell’ordine.

L’aggettivo “epic” eleva l’azione a un piano quasi mitologico, sottraendola alla contingenza politica, per inscriverla in una dimensione di inevitabilità storica.

Non si tratta semplicemente di reagire, ma di ristabilire un equilibrio infranto. Tale narrazione giustifica l’intervento come atto necessario.

Roaring Lion, evoluzione del precedente Rising Lion, rafforza ulteriormente il registro biblico e identitario israeliano.

Il leone non è più soltanto un simbolo di risveglio, ma di potenza in atto.

Il ruggito è intimidazione, presenza, controllo dello spazio. In questa scelta lessicale emerge una postura assertiva, non più reattiva come nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno: non più il sorgere della forza, ma la sua manifestazione piena.

Dall’altra parte, True Promise 4 rappresenta la continuità narrativa iraniana.

La “promessa” non è solo un impegno politico, ma qualcosa che deve compiersi. Il numero progressivo rafforza l’idea di un percorso inevitabile, di una sequenza che si sviluppa secondo una logica propria, resistente alle contingenze.

In questo quadro, l’Iran continua a proporsi  come attore della “resistenza”, inserendo la propria azione in una temporalità lunga, ciclica, quasi mitologica, già evocata nella precedente simbologia della Fenice.

In apparenza, queste narrazioni convergono su un obiettivo comune: neutralizzare una minaccia esistenziale.

La guerra è incorniciata come necessaria per eliminare un pericolo, tuttavia, al di sotto di questa convergenza retorica si osserva, altresì, una progressiva ridefinizione del centro di gravità del conflitto.

La crisi si sta anche restringendo, geograficamente e simbolicamente, attorno allo Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz

Da guerra per l’annientamento del pericolo, il conflitto si riconfigura come competizione per il controllo di un nodo. Hormuz non è solo uno spazio marittimo, ma un punto di intersezione tra sicurezza energetica, commercio globale e stabilità economica.

Controllare Hormuz significa influenzare non solo l’avversario, ma l’intero sistema internazionale.

Il mare attraversa tutte e tre le narrazioni, pur non essendo esplicitamente nominato, diventa lo spazio che connette e separa, che abilita e limita.

A differenza della terra, che può essere occupata, o dell’aria che può essere dominata temporaneamente, il mare resiste ad una piena appropriazione, poiché per sua natura è uno spazio condiviso.

È il luogo attraverso cui si esercita il potere, ma anche il limite che ne impedisce la piena realizzazione.

In questa dinamica, il blocco si configura come una delle armi più rilevanti sul piano cognitivo.

Non è necessario che lo Stretto di Hormuz venga effettivamente chiuso perché produca effetti strategici: è sufficiente che tale possibilità venga resa credibile, evocata. Gli attori in campo stanno quindi operando su una soglia percettiva, costruendo una narrativa di vulnerabilità sistemica che agisce direttamente sulle aspettative dei mercati, sulle decisioni politiche e sulla percezione di sicurezza collettiva.

Il blocco diventa così un dispositivo di pressione psicologica, capace di amplificare l’impatto della crisi ben oltre la dimensione militare.

In questo senso, la crisi attuale non è solo uno scontro tra attori, ma una tensione tra narrazioni di controllo e la realtà di uno spazio che, per definizione, sfugge al controllo totale.

Le operazioni – Epic Fury, Roaring Lion, True Promise 4 – cercano di imporre un ordine simbolico alla guerra, il mare, invece, ne ricorda i i limiti.

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