Nuova Guerra del Golfo: Stretto di Hormuz a pagamento, il salto di qualità del conflitto economico iraniano. Il bitcoin come arma contro sanzioni, dollaro e controllo occidentale

Di Giuseppe Gagliano*

TEHERAN. L’ipotesi che l’Iran voglia imporre pedaggi in bitcoin alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz durante il cessate il fuoco non è una semplice curiosità finanziaria né un dettaglio tecnico per specialisti di criptovalute.

La mappa delo Stretto di Hormuz

È, se confermata nella sua piena applicazione, una mossa di portata strategica: Teheran proverebbe a trasformare il principale collo di bottiglia energetico del pianeta in una piattaforma di coercizione geoeconomica impermeabile, almeno in parte, all’architettura sanzionatoria occidentale.

Il Financial Times ha riferito che l’Iran intende chiedere pedaggi in criptovaluta alle navi cisterna cariche che transitano da Hormuz, con pagamento legato al carico, ispezioni e istruzioni inviate agli armatori; Reuters ha a sua volta confermato che Teheran ha avanzato la richiesta di imporre tariffe di passaggio nello stretto come parte delle sue proposte negoziali.

Non è un pedaggio, è un cambio di paradigma

Qui il punto decisivo non è il dollaro per barile in sé. La cifra può persino apparire modesta.

Il punto è il principio. Se una potenza regionale riesce a imporre un pagamento in bitcoin per il transito in una rotta marittima vitale, introduce tre rotture simultanee.

La prima è giuridica: la libertà di navigazione verrebbe piegata a una sovranità di fatto esercitata con metodi coercitivi.

La seconda è monetaria: il regolamento passerebbe fuori dal circuito bancario tradizionale, riducendo la capacità di intercettazione, blocco e sequestro tipica del regime sanzionatorio americano.

La terza è psicologica: i mercati inizierebbero a prezzare non solo il rischio militare su Hormuz, ma anche un premio geopolitico strutturale legato al controllo iraniano del passaggio. Associated Press ha sottolineato che la proposta iraniana di imporre tariffe di transito entra in rotta di collisione con le norme consolidate del commercio marittimo e con il principio della libertà di passaggio negli stretti internazionali.

Il vero obiettivo: aggirare l’arma delle sanzioni

L’uso del bitcoin, in questa prospettiva, non va letto come un omaggio ideologico alla finanza digitale.

Va letto come un tentativo di neutralizzare il tallone d’Achille iraniano: la vulnerabilità ai sistemi di pagamento controllati o sorvegliati dall’Occidente.

Se il pedaggio viene regolato su una rete decentralizzata, il messaggio di Teheran è chiaro: potete colpire le nostre banche, potete congelare i nostri conti, ma non potete facilmente impedire che incassiamo il prezzo del nostro potere geografico.

È qui che la guerra economica si fa sofisticata.

L’Iran non si limita più a minacciare la chiusura dello Stretto. Cerca di monetizzare la minaccia, di istituzionalizzarla, di farne una rendita strategica.

In altre parole, non vuole soltanto usare Hormuz come leva per una trattativa; vuole trasformarlo in una macchina di entrata, pressione e riconoscimento politico.

Oman frena, ma il danno strategico è già fatto

Il problema per Teheran è che questa impostazione si scontra con il quadro giuridico e politico regionale.

Il ministro dei trasporti omanita ha dichiarato che, in base agli accordi internazionali sottoscritti da Mascate, non possono essere imposte tariffe di transito nello Stretto di Hormuz.

Anche altre ricostruzioni delle ultime ore hanno segnalato la contrarietà dell’Oman a una formalizzazione dei pedaggi.

Una mappa dell’Oman

Ma attenzione: anche se il progetto dovesse incontrare ostacoli diplomatici o giuridici, il solo fatto che sia sul tavolo produce già effetti reali.

Per gli armatori, per gli assicuratori, per i trader e per i governi importatori, il messaggio è che l’Iran dispone oggi di una capacità concreta di dettare condizioni operative su un passaggio fondamentale. In questo senso, il danno sistemico è già cominciato: il mercato ora sa che Hormuz non è più soltanto una rotta, ma uno spazio negoziale militarizzato.

Scenari economici

Sul piano economico, lo scenario più immediato è l’aumento strutturale del premio di rischio.

Anche un pedaggio modesto, sommato ai maggiori costi assicurativi, alla deviazione delle rotte, ai ritardi e alla volatilità del greggio, può incidere lungo tutta la catena: petrolio, gas, fertilizzanti, trasporti, inflazione importata.

È il classico caso in cui il costo diretto conta meno del segnale sistemico.

C’è poi uno scenario più profondo. Se il modello funzionasse, altri attori sottoposti a sanzioni o impegnati in confronti asimmetrici con l’Occidente potrebbero studiarlo con attenzione: usare la geografia come fonte di rendita e la criptovaluta come scudo finanziario.

Sarebbe una piccola rivoluzione nella geoeconomia dei colli di bottiglia.

Quanto al bitcoin, è vero che una vicenda del genere alimenta la narrativa del suo uso come strumento di regolamento fuori dal perimetro del dollaro.

Ma bisogna evitare semplificazioni: non sarebbe la consacrazione del bitcoin come moneta del commercio mondiale, bensì la sua possibile utilizzazione in un contesto eccezionale, coercitivo e legato al conflitto. Il valore simbolico, tuttavia, sarebbe enorme.

Valutazione strategico-militare

Dal punto di vista militare, l’Iran conferma una lezione che gli Stati Uniti e i loro alleati fingono spesso di ignorare: non serve dominare l’intero campo di battaglia per alterare i rapporti di forza. Basta controllare il nodo giusto.

Hormuz è quel nodo. Se Teheran riesce a ispezionare, selezionare, rallentare, intimidire e tassare il traffico, dimostra di possedere una superiorità locale sufficiente a trasformare la geografia in arma strategica.

Questo cambia anche il significato del cessate il fuoco.

Non appare più come una tregua ottenuta da Washington per imporre condizioni, ma come una pausa dentro la quale l’Iran tenta di codificare i vantaggi acquisiti. Non solo ha mostrato di poter chiudere o restringere il passaggio: ora tenta di trasformare quel controllo di fatto in un dispositivo semi-istituzionale.

Valutazione geopolitica e geoeconomica

Sul piano geopolitico, la mossa iraniana ha un valore quasi dottrinale.

Dice ai Paesi del Golfo, all’Asia importatrice di energia, all’Europa e persino agli Stati Uniti che il vero potere non sta soltanto nelle flotte, ma nella facoltà di definire le condizioni di accesso ai flussi.

È una forma di sovranità coercitiva che colpisce al cuore la globalizzazione.

Sul piano geoeconomico, invece, la novità più importante è questa: Teheran sta tentando di far pagare non la merce, ma il passaggio. È la trasformazione dello stretto da infrastruttura neutrale a rendita strategica.

Se questa logica prendesse piede, verrebbe colpito uno dei pilastri del commercio mondiale contemporaneo: l’idea che alcuni snodi, pur contesi, restino sostanzialmente aperti e regolati da norme condivise.

La vera posta in gioco

In fondo, il pedaggio in bitcoin non è soltanto una tassa. È una dichiarazione di guerra economica in forma monetaria.

L’Iran dice al mondo che può usare insieme geografia, coercizione, diritto contestato e tecnologia finanziaria per costruire una zona grigia in cui il potere occidentale diventa meno efficace.

Resta da vedere se questa architettura reggerà alla pressione diplomatica, al diritto marittimo, alle reazioni militari e alla resistenza degli operatori commerciali.

Ma una cosa è già chiara: con questa mossa Teheran sta cercando di compiere un salto di qualità. Non più soltanto resistere alle sanzioni, ma costringere il sistema globale a negoziare sul terreno scelto da lei.

E quando uno Stato sanzionato riesce anche solo per qualche settimana a far pagare il proprio potere di interdizione, allora non siamo più davanti a una semplice crisi regionale.

Siamo davanti a un esperimento di sovversione geoeconomica dell’ordine internazionale.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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