Nuova Guerra del Golfo: Tel Aviv colpita, in conflitto entra in una nuova fase

Di Giuseppe Gagliano*

TEL AVIV.  L’ondata di missili iraniani che ha colpito Tel Aviv e altre aree del centro di Israele segna un passaggio strategico che va oltre il danno materiale immediato.

Una mappa dell’area di Tel Aviv colpita dagli attacchi iraniani

Le autorità israeliane hanno confermato impatti nella regione centrale del Paese in più occasioni negli ultimi giorni, mentre immagini Reuters di ieri mostrano distruzioni causate da missili iraniani nel centro di Israele.

Nello stesso tempo, però, la circolazione di video falsamente attribuiti agli attacchi ha già costretto Reuters a smentire diversi filmati viralizzati online, segno che il conflitto si combatte ormai anche sul terreno della saturazione informativa.

Il punto più delicato riguarda l’aeroporto di Tel Aviv “Ben Gurion”.

Al momento, sulla base delle fonti affidabili disponibili, non risulta una conferma indipendente che un missile abbia colpito direttamente l’aeroporto o i velivoli cisterna statunitensi presenti nell’area. Sappiamo però che Ben Gurion opera già in regime fortemente limitato per la minaccia missilistica e che, secondo fonti di stampa regionali, i Guardiani della rivoluzione hanno rivendicato di aver preso di mira proprio l’aeroporto e una base aerea collegata.

Un aereo dell’EL Al all’aeroporto di Tel Aviv

Questo vuol dire che l’obiettivo politico e simbolico è chiaro, anche se il quadro dei danni effettivi vicino allo scalo resta, per ora, incompleto.

Ancora più importante è il possibile impiego di una testata a submunizioni.

Diverse fonti israeliane e internazionali riportano che almeno uno dei missili lanciati verso Israele centrale avrebbe disperso submunizioni in volo, una configurazione che complica l’intercettazione e amplia l’area di pericolo al suolo.

Reuters aveva già documentato nel giugno 2025 il primo uso dichiarato di submunizioni iraniane contro Israele, e oggi fonti israeliane citate dalla stampa locale parlano di un nuovo impiego di questo tipo di carico contro il centro del Paese.

Se confermato in modo definitivo, sarebbe il segnale che Teheran non cerca solo l’impatto, ma la saturazione dei sistemi difensivi e la moltiplicazione dei punti di caduta.

Quanto al vettore impiegato, i Guardiani della rivoluzione hanno diffuso materiale sulla famiglia Khorramshahr-4, chiamata anche Kheibar, e fonti regionali attribuiscono proprio a quel sistema la nuova ondata di lanci.

Colpita la sede dell’IRGC a Teheran

Tuttavia, allo stato attuale, non c’è ancora una conferma indipendente piena che i missili visibili nei filmati dell’attacco su Tel Aviv siano con certezza Khorramshahr-4. Qui conviene essere prudenti: la rivendicazione iraniana e l’osservazione dei filmati non bastano, da sole, a chiudere l’identificazione tecnica.

Dal punto di vista militare, il significato dell’attacco è netto.

L’Iran sembra voler dimostrare tre cose nello stesso momento: di conservare capacità di penetrazione nonostante i bombardamenti statunitensi e israeliani; di poter ancora colpire il cuore demografico ed economico israeliano; e di poter sfidare la narrativa americana secondo cui la capacità missilistica iraniana sarebbe ormai in forte riduzione.

Fonti israeliane e statunitensi sostengono che una parte molto ampia delle difese aeree e dei lanciatori iraniani sia stata distrutta, ma proprio il fatto che nuovi missili siano arrivati su Israele centrale indica che la minaccia non è affatto neutralizzata.

Sul piano politico, colpire Tel Aviv e minacciare Ben Gurion significa toccare la normalità strategica israeliana.

Non si tratta solo di infliggere danni o vittime, che al momento non risultano chiarite in modo definitivo per questo episodio specifico.

Si tratta di mostrare che Israele, pur mantenendo superiorità aerea e iniziativa offensiva, non riesce a blindare completamente il proprio retroterra.

L’Agenzia di stampa Associated Press (AP) aveva già registrato nei giorni precedenti morti e feriti in altre ondate di attacchi iraniani, mentre per l’episodio più recente le informazioni disponibili parlano di danni e incendi, ma non consentono ancora un bilancio consolidato di vittime.

Il dato decisivo, insomma, non è soltanto quanti missili siano passati.

È che la guerra sta entrando in una fase in cui l’Iran tenta di compensare la pressione subita sul proprio territorio con colpi sempre più simbolici, più complessi e più difficili da intercettare.

Se davvero una parte della salva ha impiegato submunizioni e se davvero Ben Gurion è stato incluso nel pacchetto bersagliato, allora Teheran sta cercando non tanto la parità militare con Israele, che non possiede, quanto la capacità di imporre una vulnerabilità permanente al cuore dello Stato ebraico.

In questo senso, l’attacco non va letto come un semplice episodio di rappresaglia.

Va letto come il tentativo iraniano di dire che la guerra non sarà breve, che la difesa israeliana non è impermeabile e che ogni annuncio di successo operativo americano o israeliano dovrà ormai misurarsi con una realtà più scomoda: il potenziale missilistico iraniano è degradato, ma non spezzato.

E finché non sarà spezzato, Tel Aviv resterà non solo un bersaglio militare, ma il teatro simbolico della resistenza strategica di Teheran.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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