Di Giuseppe Gagliano*
BELGRADO. Dietro l’annuncio di Aleksandar Vucic sulla produzione congiunta di droni da combattimento con Israele non c’è soltanto un nuovo accordo industriale.

C’è un progetto politico, militare e geoeconomico molto più ambizioso: trasformare la Serbia nel perno armato dei Balcani, in grado di dialogare con tutti, comprare da tutti e usare questa ambiguità come leva di potenza regionale. Belgrado non si limita più a importare sistemi avanzati.
Vuole entrare nella filiera, localizzare tecnologia, costruire capacità produttiva nazionale e presentarsi come attore militare non periferico ma centrale nell’Europa sud-orientale.
Il punto decisivo è proprio questo.
La Serbia non cerca soltanto di ammodernare il proprio esercito.
Cerca di costruire un’autonomia militare relativa fondata su una combinazione molto pragmatica: tecnologia israeliana, piattaforme europee, armamenti cinesi, retaggio tecnico sovietico ancora presente nelle sue forze armate e, sullo sfondo, la tradizionale vicinanza politica con Mosca.
In questa architettura, il drone non è solo un’arma. È il simbolo della nuova guerra a basso costo, ad alta precisione e ad alto valore politico.
Chi controlla la produzione, la dottrina e l’impiego dei droni ottiene oggi un vantaggio che va oltre il campo di battaglia: acquisisce deterrenza, prestigio industriale e capacità di esportazione.
Israele trova nei Balcani una retrovia industriale e politica
Per Israele, la cooperazione con la Serbia ha un valore che supera il semplice contratto commerciale. Tel Aviv ha bisogno di partner che possano fornire profondità industriale, capacità manifatturiera e, soprattutto, un ambiente politico meno ostile di quello che si va formando in molte capitali europee.

I Balcani offrono questo spazio.
Dispongono di una tradizione industriale militare ancora significativa, di costi relativamente più contenuti e di governi che vedono nel legame con Israele non solo una fonte di tecnologia avanzata, ma anche un canale indiretto di legittimazione presso Washington.
La Serbia, da questo punto di vista, è un partner ideale. Ha un’industria bellica che può fornire munizionamento convenzionale in quantità, mentre Israele offre ciò che a Belgrado manca: elettronica, sensori, guerra elettronica, sistemi di sorveglianza, droni, capacità di integrazione digitale del campo di battaglia.
È uno scambio complementare. Le munizioni serbe aiutano Israele a sostenere uno sforzo militare prolungato; la tecnologia israeliana aiuta la Serbia a compiere il salto verso un modello di forza armata più flessibile, digitalizzata e offensiva.
Il riarmo serbo come messaggio ai vicini
Che tutto ciò preoccupi Croazia, Bosnia e Kosovo è perfettamente comprensibile. Per Belgrado il riarmo è presentato come modernizzazione, ma per i vicini assume inevitabilmente il volto della pressione strategica.
La memoria delle guerre degli anni Novanta non è un residuo del passato: continua a essere la lente attraverso cui ogni aumento di capacità militare serba viene interpretato. Se poi questo aumento si concentra sui droni d’attacco, sui sistemi a lungo raggio e sulla guerra elettronica, il sospetto regionale cresce ulteriormente.

Vucic lo sa bene. E infatti il suo linguaggio politico è doppio. All’esterno rassicura, respinge le accuse, parla di difesa e innovazione.
All’interno, invece, alimenta l’idea di una Serbia che non deve più dipendere da nessuno per garantire la propria sicurezza e il proprio rango.
La creazione di unità specializzate in droni d’attacco, la spinta alla digitalizzazione dell’Esercito e la volontà di esplodere nella produzione già nel 2026 indicano una scelta precisa: Belgrado non vuole più essere solo consumatore di sicurezza, ma produttore di potenza.
Una strategia di equilibrio che massimizza il vantaggio serbo
La vera abilità della Serbia sta però altrove. Sta nella sua capacità di giocare su più tavoli senza rompersi.
Belgrado mantiene rapporti con la NATO, coltiva l’aspirazione formale all’ingresso nell’Unione Europea, conserva legami profondi con la Russia e continua a sviluppare relazioni strategiche con la Cina.
Ora consolida anche il rapporto con Israele in modo strutturale. A prima vista può sembrare una contraddizione. In realtà è una strategia lucidissima: accumulare opzioni, evitare dipendenze univoche, aumentare il proprio valore negoziale presso tutti i poli di potere.
La Serbia usa la propria posizione geopolitica come risorsa.
Non essendo pienamente dentro nessun blocco, può estrarre vantaggi da tutti.
Compra Rafale dalla Francia per emanciparsi dai vecchi Mig sovietici, acquisisce sistemi cinesi per ampliare il ventaglio tecnologico, rafforza il canale israeliano per entrare nella guerra del futuro, mantiene il rapporto simbolico con Mosca per non perdere la sua profondità storica e diplomatica. È una politica estera multilivello, che ha una logica molto concreta: nessuno deve poter chiudere il rubinetto da solo.

La dimensione geoeconomica dell’accordo
L’aspetto forse più interessante è che questa partnership non riguarda solo la sicurezza, ma anche la struttura economica del potere. L’industria della Difesa in Serbia sta diventando uno strumento di accumulazione, di occupazione qualificata, di export e di penetrazione diplomatica.
Se la produzione congiunta di droni dovesse prendere davvero forma, Belgrado non sarebbe più solo cliente di tecnologia israeliana, ma coprotagonista di una filiera ad alto valore aggiunto.
Questo cambierebbe anche il peso regionale della Serbia, rendendola meno periferica nei circuiti industriali militari europei.
Per Israele, al contrario, l’intesa consente di estendere la propria influenza industriale in un’area dove la domanda di armamenti cresce rapidamente e dove i governi sono meno inclini a porre condizioni politiche o morali.
In una fase in cui parte dell’Europa occidentale mostra imbarazzi, restrizioni o critiche, i Balcani diventano per Tel Aviv una zona di compensazione strategica: meno ideologia, più contratti; meno dichiarazioni, più interoperabilità.
L’Europa guarda, ma non controlla
Tutto questo dovrebbe interrogare soprattutto Bruxelles.
La Serbia continua a muoversi dentro il perimetro europeo senza essere davvero assorbita dal progetto europeo. Ne adotta il linguaggio quando serve, ma costruisce la propria forza su accordi bilaterali che seguono una logica di pura sovranità nazionale.
Il risultato è che l’Unione Europea rischia di trovarsi nei Balcani un attore formalmente candidato all’adesione ma sostanzialmente impegnato a rafforzare una postura autonoma, muscolare e non sempre convergente con gli interessi dell’Unione.
Da questo punto di vista, la cooperazione militare tra Serbia e Israele è più di un affare industriale. È il segnale che nello spazio balcanico si sta consolidando una politica di riarmo selettivo, tecnologico e opportunista, in cui i piccoli e medi Stati cercano di sfruttare le fratture del sistema internazionale per ritagliarsi un margine di potenza.
Il drone come emblema del nuovo ordine balcanico
Il drone, in fondo, riassume bene tutto questo.
Costa meno di un aereo, pesa meno di una grande piattaforma convenzionale, ma può alterare radicalmente gli equilibri tattici e psicologici. Permette a Stati con risorse limitate di aumentare capacità offensive e deterrenza. Offre visibilità, precisione, profondità operativa.
È l’arma perfetta per una potenza regionale in ascesa ma non ancora compiuta.
Ecco perché l’asse tra Belgrado e Tel Aviv conta più di quanto sembri. Non riguarda solo una fabbrica o un contratto.
Riguarda la nascita di un modello: la Serbia come hub militare dei Balcani, Israele come fornitore e partner tecnologico, l’Europa come spettatrice incerta, i vicini come osservatori inquieti. In questa partita, Vucic non sta semplicemente comprando sicurezza.
Sta cercando di comprare ruolo, influenza e futuro.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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