Di Giuseppe Gagliano*
MANILA. Nel Mar Cinese Meridionale, spesso, la geopolitica non arriva con il fragore dei cannoni ma con la discrezione di una struttura galleggiante di sei metri per sei, dotata di un’antenna e piazzata in un punto conteso. È accaduto al banco di Scarborough, una delle aree più sensibili della disputa tra Filippine e Cina. Manila ha reagito annunciando iniziative diplomatiche contro Pechino, denunciando la presenza illegale di questa installazione in una zona che considera parte delle proprie acque marittime. Pechino, come prevedibile, ha respinto ogni contestazione, rivendicando la propria sovranità su quella che chiama Isola di Huangyan.
A prima vista potrebbe sembrare una questione minore: una piattaforma galleggiante, forse temporanea, forse usata per attività scientifiche, forse per sorveglianza. Ma nel Mar Cinese Meridionale nulla è mai soltanto ciò che appare. Ogni boa, ogni nave della Guardia costiera, ogni peschereccio militarizzato, ogni installazione provvisoria partecipa a una lenta costruzione del fatto compiuto. È la politica della presenza permanente, della pressione continua, della normalizzazione progressiva.

La geografia come destino
Scarborough si trova a circa duecento chilometri dalla costa occidentale delle Filippine e a una distanza molto maggiore dall’isola cinese di Hainan. Per Manila, questo dato geografico è decisivo: il banco rientra nello spazio marittimo filippino e rappresenta una risorsa economica, alimentare e strategica. Per Pechino, invece, Scarborough è un tassello della più ampia architettura di controllo del Mar Cinese Meridionale, un mare che non è soltanto mare, ma corridoio energetico, arteria commerciale, profondità strategica e cintura di sicurezza.
Dal 2012 la Cina mantiene nell’area una presenza costante di navi della Guardia costiera e della milizia marittima. Non si tratta di una presenza casuale. È una forma di occupazione a bassa intensità, costruita per restare sotto la soglia della guerra aperta ma abbastanza visibile da modificare gli equilibri concreti. La sentenza arbitrale del 2016 ha dato ragione in larga misura alle Filippine, stabilendo che il blocco cinese violava il diritto internazionale e riconoscendo il banco come zona di pesca tradizionale per più Paesi. Ma il diritto, senza capacità di enforcement, resta spesso una bandiera piantata nel vento.
La strategia cinese della soglia grigia
La forza della Cina in questa partita non sta solo nella potenza navale, ma nella capacità di usare strumenti ibridi: Guardia costiera, milizia marittima, ricerca scientifica, infrastrutture leggere, pressione diplomatica e retorica sovranista. Pechino evita, finché può, lo scontro militare diretto. Preferisce erodere giorno dopo giorno lo spazio operativo degli avversari. Spinge, testa, arretra quando serve, poi ritorna. In questo senso, una struttura galleggiante non è un dettaglio tecnico: è un sensore politico.
Se quella piattaforma fosse davvero legata ad attività di osservazione, comunicazione o monitoraggio, potrebbe servire a raccogliere dati, controllare accessi, mappare movimenti e consolidare una presenza. Se fosse invece un dispositivo temporaneo, il suo valore sarebbe comunque politico: dimostrare che la Cina può arrivare, installare, presidiare e rimuovere quando vuole, senza chiedere permesso. La sovranità, nella pratica delle grandi potenze, è spesso questo: non ciò che si proclama, ma ciò che si riesce a fare senza essere fermati.

Il dilemma militare delle Filippine
Le Filippine si trovano davanti a un problema classico delle potenze medie: hanno il diritto dalla loro parte, ma non dispongono da sole della forza sufficiente per imporlo. Manila può protestare, documentare, denunciare, attivare canali diplomatici, rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia. Ma ogni passo deve essere calibrato. Una risposta troppo debole incoraggia Pechino. Una risposta troppo dura rischia di trasformare una crisi locale in un confronto regionale.
Sul piano militare, Scarborough è importante perché può diventare un punto di controllo avanzato. Chi controlla l’area può influenzare le rotte, sorvegliare i movimenti navali, condizionare la pesca, testare la reattività filippina e americana. Per la Cina, impedire che le Filippine consolidino la propria presenza significa anche ostacolare l’architettura di contenimento costruita dagli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. Per Manila, perdere gradualmente Scarborough significherebbe accettare che il proprio spazio marittimo venga amministrato di fatto da un’altra potenza.
Economia, pesca e rotte commerciali
La posta economica è evidente. Il banco di Scarborough è una zona di pesca preziosa per le comunità filippine, ma il valore della disputa va molto oltre il pescato. Il Mar Cinese Meridionale è uno dei grandi snodi del commercio mondiale, attraversato da flussi energetici, merci strategiche e catene di approvvigionamento decisive per l’Asia e per l’economia globale. Ogni avanzamento cinese in queste acque aumenta la capacità di Pechino di influenzare, direttamente o indirettamente, la circolazione delle merci e la sicurezza delle rotte.
Per le Filippine, il tema è anche interno. Difendere Scarborough significa proteggere pescatori, sovranità, credibilità politica e rapporto con gli alleati. Per la Cina, invece, mantenere la pressione significa impedire che il Mar Cinese Meridionale diventi uno spazio regolato da una coalizione ostile guidata dagli Stati Uniti. Qui la geoeconomia si fonde con la geopolitica: controllare il mare vuol dire controllare il rischio, il traffico, l’energia, le infrastrutture e, in prospettiva, la libertà d’azione degli avversari.
Washington sullo sfondo
Gli Stati Uniti non sono nominati al centro della vicenda, ma sono presenti in ogni passaggio. La disputa tra Cina e Filippine è anche una prova della credibilità americana nell’Indo-Pacifico. Se Manila venisse lasciata sola, l’intero sistema di alleanze regionali subirebbe un colpo. Se invece Washington spingesse troppo, Pechino potrebbe accusare gli Stati Uniti di militarizzare la crisi e usare l’argomento per rafforzare ulteriormente la propria postura.
La Cina lo sa. Per questo spesso sceglie strumenti ambigui, difficili da classificare come atti militari veri e propri. Una nave della Guardia costiera non è una fregata. Una piattaforma galleggiante non è una base. Una milizia marittima non è ufficialmente una marina da guerra. Ma l’effetto cumulativo è strategico. Pezzo dopo pezzo, la mappa reale cambia.

Il diritto internazionale e la realtà del potere
Il caso Scarborough mostra ancora una volta il divario tra norma giuridica e rapporti di forza. Il diritto internazionale fornisce argomenti importanti alle Filippine, ma non basta a rimuovere una presenza cinese consolidata. Pechino, da parte sua, invoca una sovranità indiscutibile e considera legittime le proprie attività. Siamo davanti a due linguaggi inconciliabili: quello della legalità arbitrale e quello della potenza storica.
Il rischio non è necessariamente una guerra immediata. Il rischio più probabile è una lunga usura: incidenti tra navi, collisioni, blocchi, intimidazioni, proteste diplomatiche, rafforzamento militare, nuove installazioni e nuove crisi. È così che si ridisegna una regione senza dichiarare guerra: attraverso una serie di episodi apparentemente limitati, ciascuno dei quali sposta un poco più avanti il confine del possibile.
La piccola piattaforma e il grande confronto asiatico
La struttura galleggiante di Scarborough è dunque molto più di un oggetto sospetto. È il simbolo di una contesa destinata a durare. Da una parte una Cina che vuole trasformare la propria potenza economica e navale in controllo strategico degli spazi marittimi vicini. Dall’altra le Filippine, che cercano di difendere sovranità, risorse e margine di manovra appoggiandosi al diritto internazionale e alla rete degli alleati.
Nel mezzo c’è il Mar Cinese Meridionale, che resta uno dei laboratori più importanti del nuovo ordine mondiale. Qui si vede con chiarezza come saranno combattute molte delle crisi del futuro: non sempre con invasioni dichiarate, ma con pressioni continue, strumenti ibridi, installazioni ambigue, presenza navale, controllo dei dati e capacità di trasformare la pazienza strategica in dominio territoriale.
Scarborough è piccolo sulla carta geografica. Ma nella politica di potenza, le piccole isole, gli scogli, le secche e perfino le strutture galleggianti possono diventare il punto esatto in cui si misura la forza di un impero e la resistenza di uno Stato.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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