Operazione “Strade Sicure”: Un’emergenza diventata strutturale. Il contingente impiegato ha subito diverse oscillazioni nel corso del tempo

Di Francesco Maria Ceravolo

ROMA. L’Operazione “Strade Sicure” è iniziata il 4 agosto 2008 per rispondere a esigenze straordinarie di sicurezza urbana e contrasto alla criminalità.

Militari impiegati all’aeroporto di Roma

Ed oggi, a circa diciotto anni di distanza dal suo avvio, la presenza dei soldati nelle stazioni ferroviarie, davanti alle Ambasciate, nelle piazze principali e nei pressi degli obiettivi sensibili delle nostre città non ha più nulla di provvisorio: è diventata la normalità quotidiana.

Il contingente impiegato ha subito diverse oscillazioni nel corso del tempo: la cifra di circa 6.800 militari rappresenta il dato di riferimento di una specifica fase operativa recente.

Tuttavia, la Commissione Difesa della Camera ha approvato una risoluzione che punta a elevare questa quota fino a 10 mila unità, segnando un incremento di circa 3.200 uomini e donne in divisa.

Se il Parlamento e il Governo intendono perseguire questa strada, devono trovare il coraggio politico di trarne tutte le conseguenze normativo-organizzative.

L’Operazione “Strade Sicure” non è più una misura temporanea, bensì una componente strutturale del sistema di sicurezza italiano: continuare a gestirla con proroghe d’emergenza è incoerente e  danneggia sia la Difesa sia la sicurezza pubblica.

Militari impegnati nell’Operazione “Strade Sicure” a Milano

Se la missione è permanente, servono scelte permanenti

Se la presenza militare nelle piazze e nelle strade è ormai considerata indispensabile, non può continuare a essere gestita come un’emergenza provvisoria. Occorrono una scelta politica esplicita, risorse finanziarie adeguate e un modello giuridico coerente.

Non è sostenibile chiedere all’Esercito Italiano di essere sempre più pronto, addestrato e tecnologico per gli scenari internazionali, mentre gli si sottraggono continuativamente migliaia di operativi per adibirli a compiti di vigilanza fissa.

Le dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto sulla necessità di rafforzare le Forze di Polizia per consentire ai militari di tornare ai loro compiti originari sono encomiabili e condivisibili, ma purtroppo rimangono tali.

Se il controllo del territorio è diventato a tutti gli effetti un compito strutturale delle Forze Armate, questo ruolo va sancito e disciplinato chiaramente per legge:

  • Compiti e poteri: Definire con precisione i limiti di intervento e le attribuzioni dei militari quando operano in contesti urbani.
  • Tutele giuridiche e addestramento: Garantire un quadro di garanzie legali e moduli addestrativi specifici per la gestione dell’ordine pubblico e la prevenzione dei reati civili.
  • Responsabilità operative: Chi rappresenta lo Stato davanti a una stazione o a un obiettivo sensibile deve disporre di regole di ingaggio e poteri certi per intervenire in caso di reato o pericolo.

Il nodo degli organici: quanti tutori dell’ordine abbiamo davvero?

Per comprendere la reale portata del problema occorre analizzare i dati quantitativi del comparto sicurezza e difesa in Italia.

Secondo i dati Eurostat rielaborati dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, nel 2023 l’Italia disponeva di circa 234.300 operatori di Polizia, pari a 397 ogni 100 mila abitanti. Il confronto con la media europea di 342 operatori evidenzia che l’Italia ha un rapporto di forze dell’ordine per cittadino superiore di circa il 16%.

Il dato centrale è chiaro: l’Italia ha più operatori di Polizia per abitante della media europea.

La domanda sorge spontanea: se disponiamo di così tanti tutori dell’ordine, per quale motivo si rende necessario l’impiego continuativo di 10 mila militari per presidiare le città?

Prima di chiedere nuove risorse ai contribuenti, occorre capire come vengono impiegati gli organici esistenti.

Quanti operatori sono destinati al controllo del territorio e quanti sono invece assorbiti da funzioni burocratiche, amministrative e logistiche che potrebbero essere affidate a dipendenti civili, digitalizzate o semplificate tramite l’intelligenza artificiale?

Il quadro delle Forze Armate e il confronto europeo

Per valutare la consistenza delle Forze Armate destinate alla funzione militare non si possono sommare Carabinieri e Guardia di Finanza, che svolgono prevalenti funzioni di polizia. Bisogna considerare Esercito, Marina Militare e Aeronautica Militare.

Un militare impiegato nell’Operazione Strade Sicure

Il dato ufficiale della Difesa per il 2025 indica un totale di 160.460 militari:

  1. Esercito Italiano: 94.386 unità
  2. Aeronautica Militare: 38.008 unità
  3. Marina Militare: 28.066 unità.

Su circa 59 milioni di abitanti, si tratta di circa 2,7 militari ogni 1.000 cittadini (272 ogni 100.000 abitanti)

Paese Militari per 1.000 abitanti (Dati NATO 2025)
Polonia > 6,0
Francia ~ 3,0
Italia 2,7
Spagna ~ 2,4
Germania ~ 2,2

Il confronto mostra che la consistenza delle Forze Armate italiane non è sovradimensionata.

Tuttavia, quando occorre aumentare il presidio delle strade, si continua ad attingere quasi esclusivamente all’Esercito.

Abbiamo 397 operatori di Polizia ogni 100 mila abitanti e circa 270 militari: se il comparto sicurezza dispone di organici elevati e riceve continue assunzioni, perché il fabbisogno aggiuntivo deve essere soddisfatto sottraendo soldati ai reparti operativi?

Il fattore età e il piano straordinario di assunzioni

Per anni le difficoltà operative delle Forze di Polizia sono state spiegate con l’età elevata del personale e i pensionamenti.

Il problema è stato reale, ma oggi bisogna considerare il massiccio ricambio avvenuto nel frattempo.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, dal 2 ottobre 2022 al 30 giugno scorso sono entrati in servizio 46 mila nuovi appartenenti tra Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, oltre a più di 10 mila assunzioni nella Polizia Penitenziaria.

Entro la fine del 2027 sono previste altre 25 mila assunzioni nelle prime tre forze e 4.500 nella Penitenziaria, con una riduzione dell’età media della Polizia di Stato da 46 a 43 anni.

A questo punto l’invecchiamento non può più essere l’unica spiegazione del mancato impiego operativo del personale.

La domanda non è soltanto quanti uomini abbiamo, ma dove li stiamo impiegando: quanti dei nuovi assunti finiscono nelle volanti e nelle stazioni, e quanti vengono assorbiti da strutture burocratiche?

Se il rafforzamento delle Forze di polizia non serve a riportare più personale nelle strade e ad alleggerire il ricorso ai militari, bisogna spiegare ai cittadini quale sia l’obiettivo di quelle assunzioni.

Uno squilibrio interforze e il contraccolpo sulla proiezione estera

“Strade Sicure” è formalmente un’operazione delle Forze Armate, ma il peso grava quasi interamente sull’Esercito Italiano.

Nell’agosto 2025, su oltre 6.700 militari impiegati, più di 6.600 appartenevano all’Esercito, mentre Marina e Aeronautica contribuivano complessivamente con circa 150 unità.

Se l’operazione risponde a una necessità nazionale, l’onere deve essere realmente interforze. Fino a quando non saranno disponibili organici aggiuntivi, Marina e Aeronautica dovrebbero concorrere in proporzione alle rispettive consistenze.

Ogni militare impiegato per mesi in “Strade Sicure” viene sottratto all’addestramento e alla preparazione del proprio reparto, riducendo la prontezza operativa complessiva.

Il prezzo geopolitico: vulnerabilità al confine e guerre ibride

C’è un prezzo ancora più alto che l’Italia rischia di pagare sul piano geopolitico.

L’aumento del contingente fino a 10 mila uomini comporterà l’impossibilità per la Difesa di effettuare una cooperazione internazionale avanzata con i Paesi partner dell’Africa e del Medio Oriente.

Sottrarre risorse umane ed espertise militare alla proiezione esterna significa abbandonare il controllo dei flussi di migranti illegali alle organizzazioni criminali d’oltre mare, lasciando sguarnito il quadrante strategico del Mediterraneo allargato.

Soprattutto, questa ritirata strategica finisce per concedere un’arma ibrida a chiunque intenda destabilizzare l’Italia attraverso la pressione di flussi migratori massicci e guidati.

I rischi di questa vulnerabilità sono stati dimostrati chiaramente dalla drammatica crisi migratoria a Ceuta (l’enclave spagnola in Nordafrica), che a fine luglio scorso ha visto l’arrivo improvviso e coordinato di circa 72 mila persone dal Marocco via terra e via mare nell’arco di pochissimi giorni.

Senza missioni di addestramento, partnership di difesa e presidio preventivo nei Paesi d’origine e transito, l’Italia rimane drammaticamente esposta a ricatti geopolitici di analoga portata.

Migranti tentano di entrare a Ceuta

Le tre decisioni non più rinviabili

Dopo quasi diciotto anni la politica deve assumersi tre responsabilità precise:

  1. Riconoscimento normativo e risorse: Se si vuole una presenza militare permanente fino a 10 mila unità, si riconosca per legge questo compito, aumentando gli organici della Difesa di almeno 20 mila unità e garantendo ai militari poteri, formazione, equipaggiamenti e tutele giuste
  2. Riorganizzazione della sicurezza: Si riveda l’intero comparto, destinando più personale in divisa al territorio, più personale civile alle funzioni amministrative e maggiori risorse alla digitalizzazione.
  3. Equo sforzo interforze e visione strategica: Finché gli organici aggiuntivi non saranno disponibili, “Strade Sicure” deve diventare concretamente interforze, evitando di paralizzare l’Esercito e preservandone la capacità di cooperazione internazionale nel Mediterraneo.

Non è più sostenibile pretendere entrambe le cose a costo zero: più militari nelle strade e, contemporaneamente, Forze Armate pronte alla difesa nazionale e alla cooperazione internazionale.

Le alternative sono chiare: o Strade Sicure torna a essere davvero straordinaria, oppure si riconosce che è diventata permanente e la si finanzia, organizza e disciplina come tale.

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