Relazioni Francia-Libia: Il Presidente Emmanuel Macron riceve il Generale Haftar. Parigi mira a tutelare i propri interessi energetici nel Paese Nord africano

Di Giuseppe Gagliano 

PARIGI. La Francia è un attore chiave nel dossier libico sin dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011.

Sarkozy e Gheddafi

 

L’allora Presidente Nicolas Sarkozy fu tra i promotori dell’intervento NATO che rovesciò il regime di Gheddafi, aprendo però la strada a un decennio di caos.

Dopo la rivoluzione, la Libia si è frammentata: dal 2014 sono emerse due fazioni principali, con Tripoli controllata dal Governo di Accordo Nazionale (riconosciuto dall’ONU) e la Cirenaica in mano al Generale Khalifa Haftar, sostenuto da un Parlamento parallelo a Tobruk.

Parigi ha mantenuto una presenza costante e ambigua: ufficialmente appoggia le mediazioni ONU e ha fatto da mediatrice ospitando incontri tra i leader libici (famoso il summit di La Celle-Saint-Cloud del luglio 2017, voluto da Emmanuel Macron).

Tuttavia, la Francia è stata spesso accusata di giocare su due tavoli, appoggiando segretamente Haftar mentre dichiarava sostegno al Governo di Tripoli.

Emblematico è il fatto che Haftar ricevette cure mediche in Francia nell’aprile 2018 e che Parigi ha ammesso di fornirgli intelligence, considerandolo un alleato contro il terrorismo.

Nella guerra civile, infatti, Haftar si è presentato come baluardo anti-jihadista, guadagnando il favore francese soprattutto per le operazioni nel Fezzan contro gruppi estremisti e ribelli ciadiani pericolosi anche per gli interessi francesi nel Sahel.

Dall’altra parte, l’Italia – l’ex potenza coloniale in Libia – ha tradizionalmente sostenuto le autorità di Tripoli, cercando di mantenere l’unità del Paese.

Roma, legata a Tripoli anche dai forti interessi dell’ENI nel settore petrolifero, ha visto con sospetto le mosse francesi.

Già nel 2017-2018 l’esclusiva iniziativa diplomatica di Macron irritò il Governo italiano, che accusava Parigi di voler guidare da sola il processo libico.

La rivalità è anche economica: Total vs. Eni, con l’Italia timorosa che il gigante petrolifero francese prenda il sopravvento sui giacimenti libici a scapito della Compagnia italiana.

 

Libia, l’Eden del petrolio

 

In effetti, Total ha ampliato la sua presenza in Libia (ad esempio acquisendo nel 2018 partecipazioni nei giacimenti dell’Est), alimentando la competizione con ENI. Non a caso Panorama scriveva che la guerra in Libia era anche una “guerra tra Italia e Francia” per il petrolio. Sul campo, intanto, si delineavano i blocchi internazionali: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita (e ufficiosamente la stessa Francia) dalla parte di Haftar, mentre Turchia e Qatar a sostegno del Governo di Tripoli.

La Russia, in cerca di influenza nel Mediterraneo, ha progressivamente appoggiato Haftar sia politicamente sia con forniture militari e mercenari.

Dal 2018 in poi Mosca ha dispiegato sul terreno il gruppo Wagner, inviando centinaia di contractor, armi avanzate e persino aerei da combattimento per sostenere l’LNA (Libyan National Army) di Haftar.

Militare del LNA

 

Gli Stati Uniti, inizialmente schierati con il governo riconosciuto, durante l’Amministrazione Trump lanciarono segnali contraddittori.

Nell’aprile 2019 Trump chiamò Haftar lodando il suo “ruolo significativo nella lotta al terrorismo e nel proteggere le risorse petrolifere libiche”, una mossa che di fatto spaccò il fronte occidentale e sembrò dare luce verde all’offensiva del generale contro Tripoli. Tuttavia, l’offensiva lanciata da Haftar nell’aprile 2019 per conquistare la capitale fu fermata entro giugno 2020 grazie all’intervento decisivo della Turchia a fianco di Tripoli.

La guerra si concluse con uno stallo: Haftar arretrò dall’Ovest, mentre la Libia restò divisa fra un Governo di Unità Nazionale (GNU) insediato a Tripoli e dominato dalle fazioni occidentali, e un’amministrazione parallela a est legata ad Haftar.

In questi anni la Francia ha giocato un ruolo controverso.

Da un lato proclamava supporto alla pace e alla Libia unita; dall’altro, fatti e indiscrezioni la vedevano schierata con Haftar.

Nel 2016 tre militari francesi morirono in un incidente di elicottero in Cirenaica durante una missione segreta a fianco delle forze di Haftar.

Nel 2019, dopo la ritirata delle truppe di Haftar da Gharyan, furono trovati in una base LNA alcuni missili anticarro Javelin forniti dalla Francia, costringendo Parigi ad ammettere l’imbarazzante circostanza.

Questi episodi hanno alimentato la percezione di una doppia politica francese: ufficialmente mediatrice, ufficiosamente sostenitrice del “uomo forte” di Bengasi.

Come ha scritto Fulvio Scaglione, “la Francia… fa professione di fedeltà all’ONU ma da dieci anni conduce la guerra in Libia: nel 2011 con Sarkozy che bombardò Gheddafi, poi con Hollande che rifornì di armi Haftar, ora con Macron che manda i consiglieri militari ad aiutare il Generale”.

Questa lunga premessa storica spiega perché l’incontro di mercoledì scorso all’Eliseo tra Macron e Haftar assume un significato particolare: è l’ultimo capitolo di un coinvolgimento francese che ha oscillato tra diplomazia e interventismo, in una Libia ancora instabile e contesa da diverse potenze.

Motivazioni francesi

Perché Emmanuel Macron ha scelto di invitare Khalifa Haftar a Parigi proprio ora?

Il Generale Haftar e il Presidente francese Emmanuel Macron

 

Le motivazioni francesi vanno lette attraverso una combinazione di interessi strategici, economici e di sicurezza. In primo luogo, Parigi mira a tutelare i propri interessi energetici in Libia.

Il Paese nordafricano possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa e risorse di gas significative.

La Compagnia francese TotalEnergies è già presente in Libia (ad esempio nel Consorzio Waha e in concessioni offshore) ma deve competere con l’italiana Eni, dominante soprattutto nell’Ovest.

Macron sa che Haftar controlla la maggior parte dei giacimenti orientali e ambisce ad estendere la sua influenza anche sui campi nel Sud (come Sharara e El Feel).

Avere un canale diretto con il Generale significa per la Francia non essere tagliata fuori dall’accesso al petrolio libico in caso di spartizione di fatto del Paese.

Roma stessa teme da tempo che Total possa spodestare ENI come azienda leader in Libia, e Macron – ricevendo Haftar – lancia il segnale che Parigi intende giocare in prima linea nella partita energetica libica.

In secondo luogo, vi sono interessi di sicurezza e geopolitici legati al ruolo della Francia nel Mediterraneo e nel Sahel.

La Libia è sia una porta d’accesso all’Europa per i flussi migratori, sia una retrovia del conflitto con il jihadismo saheliano.

Per anni la Francia ha guidato operazioni militari nel Sahel (Operazione Barkhane) contro gruppi terroristici, appoggiandosi anche a paesi come il Ciad e il Niger.

Soldati francesi impiegati nel’Operazione Barkhane

 

Il Generale Haftar, controllando la Cirenaica e parti del Fezzan, si è profilato come un interlocutore valido su questi fronti.

Macron punta a coinvolgerlo nella stabilizzazione del Sud libico, per impedire che quelle aree diventino un santuario di milizie jihadiste o di trafficanti.

Non va dimenticato che, nel 2019, Haftar lanciò un’offensiva nel Fezzan cacciando dalle oasi meridionali i ribelli ciadiani ostili al Presidente Idriss Déby (alleato di Parigi).

Questo fece comodo alla Francia, che vide eliminata una minaccia al regime amico di N’Djamena.

Oggi la situazione nel Sahel è peggiorata per Parigi (dopo i colpi di stato in Mali, Burkina Faso e Niger che hanno estromesso la presenza francese)  dunque avere Haftar come partner in Libia può essere un asset per continuare a monitorare e colpire i gruppi terroristici dall’alto (con i droni) o tramite intelligence locale.

A tal proposito emerge il tema della Base di Al Wigh, un remoto avamposto nel deserto libico meridionale.

Fonti libiche indicano che tale base è da tempo utilizzata da forze francesi per operazioni segrete con droni nel Sahel. Con l’erosione della presenza militare francese nei paesi limitrofi,

Macron potrebbe voler consolidare un accordo con Haftar per continuare ad usare (o almeno avere accesso) ad Al Wigh come testa di ponte strategica.

In cambio, Parigi riconoscerebbe de facto il ruolo di Haftar nel controllo del Fezzan.

In altre parole, la Francia cerca di preservare la propria influenza sul fianco sud attraverso un’intesa con l’uomo forte della Cirenaica.

Terzo elemento: contenere l’influenza russa.

Dal 2020 la presenza di mercenari russi del gruppo Wagner e di armamenti forniti da Mosca ha trasformato la Libia orientale in una zona d’influenza russa a tutti gli effetti.

La guerra in Ucraina e il successivo parziale ritiro di alcuni contractor Wagner non hanno eliminato il peso russo: consiglieri militari e mercenari risultano ancora attivi in Cirenaica, e di recente Haftar ha stretto nuovi legami anche con la Bielorussia (alleata di Mosca) per ottenere aiuti militari.

Tutto ciò è fonte di preoccupazione per Parigi. Macron, da convinto atlantista, non può accettare passivamente che la Russia consolidi una sua “base” in Libia, a poche centinaia di chilometri dalle coste europee.

Ricevendo Haftar all’Eliseo, Macron probabilmente ha cercato di riportare la Francia in gioco agli occhi del Generale, per evitare che questi finisca completamente nell’orbita di Mosca.

In altre parole, l’Eliseo tenta un calcolo pragmatico: meglio dialogare direttamente con Haftar – anche a costo di irritare il Governo di Tripoli – piuttosto che lasciarlo esclusivamente ai russi.

Ciò spiegherebbe anche la mancanza di pubblicità data all’incontro: Macron ha agito con discrezione, senza annunci ufficiali, forse proprio per sondare Haftar sui suoi rapporti con Mosca e capire se esiste margine per staccarlo (almeno parzialmente) dal sostegno russo.

Del resto, Parigi conosce bene Haftar e i suoi sponsor: per anni ha fornito supporto politico e copertura diplomatica al Generale, invitandolo a conferenze internazionali e trattandolo da interlocutore legittimo.

Macron in passato lo ha accolto “con tutti gli onori” malgrado le denunce per crimini di guerra, legittimandolo come pezzo imprescindibile di qualsiasi soluzione.

Oggi come allora, l’obiettivo francese è mantenere un canale privilegiato con chiunque possa garantire stabilità e tutela degli interessi francesi in Libia – e questo, piaccia o no, porta a Khalifa Haftar.

In sintesi, la mossa di Macron risponde a molteplici interessi: energia (petrolio e gas libici), sicurezza (lotta al terrorismo e gestione dei flussi migratori), e geopolitica (contenimento di Russia e Turchia, consolidamento della sfera d’influenza francese nel Mediterraneo e nell’Africa subsahariana).

Senza dimenticare una possibile motivazione di politica interna:

Macron vuole ritagliarsi un ruolo da protagonista sulla scena internazionale, mostrando un’attivismo diplomatico che rilanci l’immagine della Francia come potenza mediatrice.

Dopo aver subito smacchi in Africa (ritirate forzate dal Mali e dal Niger) e aver visto l’Italia giocare le sue carte in Tripolitania, Macron intende dimostrare che Parigi non è affatto tagliata fuori dalla Libia.

Ricevere Haftar all’Eliseo significa ribadire che nessuna soluzione può prescindere dall’avallo (o quantomeno dal coinvolgimento) francese.

Posizione di Haftar

Dal punto di vista di Khalifa Haftar, la visita a Parigi rappresenta un importante colpo politico e diplomatico.

Il Generale Haftar saluta alcuni ufficiali

 

Il Generale, spesso dipinto come un “warlord” isolato sul piano internazionale, ottiene con l’incontro all’Eliseo una patente di legittimità insperata.

Vedere le porte dell’Eliseo aprirsi per lui equivale quasi a un riconoscimento ufficiale del suo peso in Libia: Macron lo ha trattato né più né meno come un capo di Stato, sottolineando il suo “ruolo centrale” nel processo politico libico.

È un messaggio che Haftar potrà usare sia internamente sia esternamente.

In patria, nei territori che controlla (Cirenaica e zone del Fezzan), potrà rafforzare la propria immagine di leader autorevole capace di interloquire alla pari con le grandi potenze. Ai suoi sostenitori ed alleati Haftar può ora dire: “Vedete, perfino la Francia mi sostiene e mi considera indispensabile”. Questo aumenta il suo potere contrattuale nei confronti di Tripoli:

il Generale spera forse che Parigi faccia pressioni sul governo Dabaiba o sui suoi alleati perché accettino un compromesso più favorevole all’establishment della Cirenaica. D’altronde Macron, nel lodarne l’impegno per la stabilità, ha di fatto avallato la narrativa di Haftar come garante di sicurezza, il che indebolisce la posizione di chi a Tripoli lo dipinge solo come un golpista.

Haftar inoltre punta a ottenere vantaggi materiali e strategici. La Francia, pur tra molte cautele, potrebbe offrirgli assistenza sotto varie forme: cooperazione militare (ad esempio formazione di ufficiali, intelligence antiterrorismo) o accordi economici nelle aree da lui controllate.

Non dimentichiamo che la Cirenaica ha bisogno di investimenti e partner internazionali per sfruttare appieno il petrolio e per la ricostruzione post-bellica: aprirsi alla Francia – storicamente ben vista anche dall’Egitto, sponsor di Haftar – può portare investimenti in infrastrutture e, forse, forniture militari indirette.

La Libia al centro della Geopolitica

 

Haftar spera di diversificare le sue alleanze, evitando di dipendere esclusivamente dal blocco russo-emiratino.

Negli ultimi anni il Generale ha stretto forti legami con Mosca (che gli ha inviato mercenari Wagner e armi) e con Il Cairo e Abu Dhabi (che lo finanziano e riforniscono), ma sa di non poter contare su di loro per un riconoscimento politico globale.

Un conto è l’appoggio materiale, altro è la legittimazione diplomatica: quella solo l’Occidente può dargliela.

Per questo la sponda francese gli è preziosa. Parigi siede nel Consiglio di Sicurezza ONU e potenzialmente potrebbe sostenere – o almeno non ostacolare – eventuali ambizioni politiche di Haftar, come ad esempio candidarsi a future elezioni presidenziali libiche o ottenere ruoli di vertice in un governo di transizione.

Già in passato Haftar aveva fatto intendere di voler essere riconosciuto come comandante supremo o addirittura correre per la presidenza; l’abbraccio di Macron potrebbe essere interpretato come un segnale che la Francia non si opporrebbe a queste aspirazioni.

Un contesto importante in cui si inserisce la visita è quello delle tensioni con Tripoli e della persistente paralisi politica libica.

Dal fallimento delle elezioni previste nel dicembre 2021, la Libia è bloccata in una transizione infinita: Dabaiba resta premier a Tripoli ma la sua legittimità è contestata, mentre ad est un governo alternativo (designato dalla Camera dei Rappresentanti) reclama riconoscimento. Haftar, pur sostenendo formalmente il Governo parallelo di Osama Hammad, di fatto mantiene il controllo reale sulla regione orientale tramite il suo Esercito Nazionale Libico.

Le relazioni tra Haftar e il campo tripolino restano gelide, inframmezzate solo da negoziati tecnici (come le riunioni della Commissione Militare 5+5) e qualche sporadico incontro tra emissari.

In questo clima, la scelta di Haftar di volare a Parigi segnala la volontà di uscire dall’angolo e rompere l’isolamento diplomatico impostogli dal fronte pro-Tripoli.

È quasi un messaggio: se Tripoli (e i suoi sponsor come l’Italia e la Turchia) rifiutano di riconoscermi un ruolo, io me lo faccio riconoscere altrove, da una grande potenza europea.

Ciò potrebbe aumentare la sua leva nelle trattative future: per esempio, su dossier come la ripartizione delle rendite petrolifere – tema caldo in Libia – Haftar potrà dire di avere anche il supporto francese nel chiedere una fetta maggiore dei proventi dell’export, pena il sabotaggio della produzione nell’Est.

Analogamente, sul piano militare, Haftar potrebbe cercare di ottenere da Parigi un tacito via libera a mantenere le sue forze e magari integrarle come componente legittima dell’Esercito libico unificato, senza doverle sciogliere o mettere sotto comando tripolino.

Un ulteriore vantaggio per Haftar riguarda la partita con la Russia.

Poco prima di recarsi a Parigi, il Generale libico ha effettuato un’importante visita di tre giorni in Bielorussia (alleata di Mosca) dove ha incontrato il Presidente Aleksandr Lukashenko.

In quell’occasione Minsk ha promesso di aiutare Haftar “in tutti i modi possibili”, con impegni che con ogni probabilità riguardano forniture belliche o cooperazione tecnica.

Si tratta di un chiaro segnale di come Haftar stia ampliando la rete di sostegni nell’orbita russa, sfruttando anche canali alternativi (Bielorussia) per aggirare l’embargo ONU sulle armi.

Andando da Macron subito dopo, Haftar invia un messaggio implicito anche a Mosca: “Io dialogo con la Francia, dunque ho carte da giocare su più tavoli”.

Questo potrebbe servirgli per alzare la posta con il Cremlino, ottenendo magari maggiore supporto in cambio della “fedeltà”.

Oppure, al contrario, potrebbe essere un tentativo di riequilibrare i rapporti, evitando di dipendere troppo dai russi.

In fondo Haftar è un politico esperto nel barcamenarsi tra sponsor diversi (ha lavorato con la CIA negli anni ’80, poi con Gheddafi, poi con gli anti-Gheddafi, poi con gli egiziani, russi, ecc.).

Mantenere autonomia di manovra è cruciale per lui: se fosse percepito solo come una pedina di Mosca, rischierebbe di essere tagliato fuori da qualunque accordo sponsorizzato dall’ONU.

Ma ora, potendo vantare un rapporto diretto con Parigi, può presentarsi come un attore più trasversale: amico dei russi e degli arabi, ma anche interlocutore di un Paese NATO.

Questo sdoganamento occidentale gli permette di rispondere alle accuse di essere un semplice “proxy” del Cremlino.

Di fronte alle critiche – soprattutto da parte turca e tripolina – sul fatto che in Cirenaica comandino i mercenari russi, Haftar potrà replicare che la Francia stessa lo considera un partner legittimo, dunque non è affatto isolato né totalmente schierato con Mosca.

In definitiva, Haftar si aspetta da questa visita dividendi politici e strategici: maggior legittimità, nuovi potenziali aiuti (sia economici che militari), e un rafforzamento della propria posizione sia nella trattativa intra-libica sia nel bilanciamento tra le potenze che lo sostengono.

Naturalmente, dovrà anche concedere qualcosa: Macron avrà sicuramente chiesto garanzie sulla sua partecipazione al processo politico (ad esempio di non sabotare le future elezioni) e sulla moderazione dei legami con i russi. Ma dal punto di vista di Haftar, anche solo apparire sul palco internazionale al fianco di Macron rappresenta una vittoria di immagine: non più “signore della guerra” relegato a Bengasi, bensì uomo di Stato ricevuto nei palazzi del potere europeo.

Implicazioni militari

L’incontro Macron-Haftar non ha solo risvolti diplomatici, ma anche importanti implicazioni militari sul terreno libico e regionale.

Uno dei temi centrali discussi, secondo fonti vicine a Haftar, è stata la “crescente presenza russa” in Libia e i nuovi accordi militari stretti dal generale con la Bielorussia. Questo indica che la dimensione militare è cruciale nei calcoli di entrambe le parti.

Da un lato c’è la Russia, il cui ruolo in Libia orientale è divenuto preminente grazie al dispiegamento del gruppo Wagner e al supporto fornito all’LNA.

 

Haftar in visita in Libia al tavolo con Yevgeny Viktorovich Prigozhin presidente compagnia Wagner

Come accennato, già nel 2020 AFRICOM (il comando USA in Africa) denunciava che Mosca aveva trasferito almeno 14 aerei da guerra (caccia MiG-29, Sukhoi-24 e Sukhoi-35) nelle basi controllate da Haftar, tra cui Al Jufra e Al Khadim.

Contemporaneamente, fino a 1.200 mercenari Wagner erano operativi in Libia, dislocati fra il fronte di Tripoli, i terminal petroliferi e snodi strategici come la stessa base aerea di Al Jufra. Al-Jufra, base nel cuore del deserto libico centrale, si è trasformata in un hub logistico-militare avanzato per le forze di Haftar grazie ai russi: da lì sono partite le offensive contro Tripoli nel 2019, lì sono affluiti rinforzi e rifornimenti. I russi hanno installato difese aeree e utilizzato Al-Jufra anche come scalo per i propri aerei cargo, proiettando così il loro potere nel Mediterraneo meridionale.

Oggi, sebbene il futuro del gruppo Wagner sia incerto (dopo la morte di Prigozhin), Mosca non ha ritirato la sua influenza: secondo analisti, l’operativo delle attività russe in Libia è passato sotto il controllo dell’intelligence militare di Mosca, per assicurare continuità alle operazioni anche senza Wagner “ufficiale”.

Inoltre, la Russia continua a stampare valuta per l’Est della Libia, fornisce equipaggiamenti (anche se in modo più discreto) e mantiene consiglieri sul campo.

Insomma, la Dipendenza militare di Haftar da Mosca resta forte: i suoi migliori sistemi d’arma (droni, missili antiaerei, mezzi moderni) provengono o tramite i russi o tramite gli Emirati (che a loro volta si approvvigionano da Mosca e Pechino).

Questo significa che Parigi, per guadagnare influenza su Haftar, deve tener conto dell'”ombrello” russo che lo protegge.

Dall’altro lato c’è la Bielorussia, attore forse inatteso nello scacchiere libico ma che si inserisce come anello di congiunzione con Mosca.

Il viaggio di Haftar a Minsk a metà febbraio di quest’anno – appena una settimana prima dell’incontro con Macron – ha segnato l’inizio di una collaborazione esplicita:

Lukashenko si è detto pronto ad aiutare Haftar “in tutti i modi” e ciò verosimilmente implica forniture di armi o munizioni (magari facendo transitare materiale russo attraverso la Bielorussia per aggirare sanzioni e controlli). La Bielorussia potrebbe contribuire addestrando ufficiali dell’LNA o riparando mezzi militari, grazie alla sua industria bellica ancora legata a standard ex-sovietici, compatibili con gli equipaggiamenti di Haftar.

Macron aveva ben presente questo scenario: vedere Haftar che bussa alle porte di Minsk avrà allarmato l’Eliseo, perché significa un ulteriore consolidamento dell’asse Haftar-Mosca (pur mediato via Bielorussia). Di conseguenza, è probabile che Macron, nell’incontro, abbia sondato Haftar proprio su questo fronte, magari chiedendo garanzie che il coinvolgimento bielorusso non sfoci in un’installazione permanente di infrastrutture russe in Cirenaica.

Un punto nevralgico è la già menzionata base di Al-Jufra, ma anche la base di Al Wigh nel sud libico. Stando a indiscrezioni riportate dalla stampa libica, Haftar e Macron hanno discusso del ruolo della Francia nella gestione di Al Wigh.

Questa base, situata nella profondità del Sahara vicino al confine con Niger e Ciad, ha un valore strategico enorme: controllarla significa avere occhi e braccia sul Sahel. Per anni forze speciali francesi avrebbero utilizzato Al Wigh come punto di decollo per droni e operazioni segrete contro i jihadisti saheliani.

Tuttavia, con il ridimensionamento di Barkhane e l’uscita forzata della Francia dai paesi del G5 Sahel, quell’avamposto ha perso di importanza per Parigi. Haftar, al contrario, lo vede come una risorsa preziosa.

Secondo alcune analisi, il Generale potrebbe aver colto l’occasione del vertice con Macron per esigere la consegna della base di Al Wigh sotto il suo pieno controllo – di fatto per conto della Russia.

In pratica: Haftar potrebbe aver detto a Macron che la presenza francese ad Al Wigh non è più gradita e che quella struttura dovrebbe passare alle sue forze (e ai loro partner russi). Se ciò fosse vero, saremmo di fronte a una sorta di ultimatum strategico: Mosca, tramite Haftar, vorrebbe scalzare la Francia da uno degli ultimi punti d’appoggio in Libia.

Per Macron sarebbe uno scenario da incubo, perché significherebbe consegnare alla Russia una base a ridosso del Niger (dove peraltro opera Wagner dal golpe del 2023) e del Ciad.

È dunque verosimile che Macron abbia cercato di trattare su questo: magari offrendo cooperazione economica o addestrativa in cambio di una moratoria sul destino di Al Wigh, mantenendola almeno formalmente neutra.

Non è escluso che Parigi abbia proposto ad Haftar un rafforzamento delle capacità di controllo dei confini sud (radar, droni, satelliti) a patto di non concedere basi ai russi. Questa è una delle possibili partite segrete dietro l’incontro.

Un altro risvolto militare riguarda il coinvolgimento francese nel Sahel e come la Libia di Haftar vi si collega.

La presenza di gruppi jihadisti nel sud della Libia (affiliati allo Stato Islamico o ad Al-Qaeda) è una minaccia comune. Finora Haftar ha condotto operazioni sporadiche contro cellule di ISIS nel deserto, ma senza un coordinamento internazionale.

La Francia potrebbe voler integrare le milizie di Haftar in un più ampio dispositivo di anti-terrorismo regionale. Ad esempio, condividendo intelligence sulle rotte dei terroristi tra Libia, Niger e Ciad, o addirittura pianificando operazioni congiunte se obiettivi di alto profilo (leader jihadisti) dovessero nascondersi in Libia.

Questo tipo di cooperazione sarebbe vantaggioso per entrambe le parti: Haftar si presenterebbe come il “gendarme” del deserto, guadagnando ulteriore legittimità internazionale, mentre la Francia continuerebbe a perseguire i suoi obiettivi di sicurezza nel Sahel nonostante l’assenza sul terreno.

È lecito supporre che Macron abbia sondato la disponibilità di Haftar a collaborare in tal senso, magari chiedendogli anche di risolvere questioni pendenti come il caso di Mahmoud Saleh – un leader dell’opposizione nigerina arrestato in Libia e non estradato a Niamey, fatto che ha creato tensioni con la giunta militare nigerina.

Risolvere questi dossier sarebbe un gesto distensivo che Parigi apprezzerebbe, dati i rapporti difficili con la nuova leadership del Niger (Paese dove la Francia ha dovuto ritirare le truppe dopo il golpe). Dunque la stabilità regionale (Sahel, confine nigerino-ciadiano) è un tassello militare non secondario legato alle intese che potrebbero emergere dal dialogo Macron-Haftar.

Infine, l’incontro potrebbe avere implicazioni sul dispiegamento futuro di forze militari straniere in Libia. Se la Francia dovesse impegnarsi più attivamente a supportare Haftar, questo potrebbe riflettersi in una maggiore presenza di consiglieri militari francesi in Cirenaica (sul modello di quanto fatto in passato).

Al contempo, una Francia più vicina ad Haftar potrebbe contenere l’aggressività delle mosse russe: Mosca magari eviterà, almeno temporaneamente, di installare sistemi d’arma troppo avanzati (come missili S-300 o basi navali a Bengasi) per non spingere Haftar tra le braccia dell’Occidente.

In uno scenario opposto, se l’incontro non producesse intese e anzi Parigi dovesse rifiutare richieste di Haftar (come quella su Al Wigh), il Generale potrebbe reagire ampliando ulteriormente la cooperazione militare con Russia e alleati.

Questo potrebbe tradursi, ad esempio, nell’apertura di nuove basi aeree per i russi nella fascia costiera o nell’accettare forniture di armi più “vistose” (ad esempio sistemi antiaerei moderni) malgrado l’embargo.

In pratica, l’incontro di Parigi è un momento di snodo: se Francia e Cirenaica trovano un modus vivendi, il risultato sarà una presenza russa più sfumata (per quanto sempre influente); se invece l’incontro fallisce, la Libia orientale rischia di diventare ancor più un baluardo militare russo sul Mediterraneo.

Considerando che **Macron ha elogiato “gli sforzi delle forze armate (di Haftar) nel garantire sicurezza e stabilità”**, sembra che l’Eliseo sia propenso a valorizzare il ruolo dell’LNA come fattore di stabilità, tentando così di incanalarlo in una cornice collaborativa che scongiuri escalation. Resta da vedere se a ciò corrisponderanno passi concreti (come accordi su basi, addestramento o lotta al terrorismo) o se le parole rimarranno tali.

Reazioni internazionali

L’incontro tra Macron e Haftar ha inevitabilmente suscitato reazioni e attenzioni da parte degli altri attori coinvolti nel dossier libico – in primis Italia, Russia, Stati Uniti e Turchia, esplicitamente citati nella nostra analisi.

Italia: a Roma la notizia dell’accoglienza riservata all’uomo forte della Cirenaica non è passata inosservata.

I rapporti tra Italia e Francia sulla Libia sono stati caratterizzati negli ultimi anni da momenti di forte divergenza, e questo episodio rischia di riaccendere antiche ruggini.

L’Italia sostiene il Governo di Tripoli fin dai tempi di Serraj e continua a riconoscere l’attuale premier Dabaiba come interlocutore legittimo, sebbene a sua volta mantenga canali aperti con Haftar (necessari per questioni pratiche come il controllo dei flussi migratori dalla Cirenaica e la riapertura dei giacimenti nell’Est).

Tuttavia, vedere Macron fare da padrone di casa a Haftar irrita la diplomazia italiana, perché appare come un bypassare gli sforzi comuni europei in favore di un’iniziativa nazionale francese.

Nel 2019, durante l’offensiva di Haftar su Tripoli, Roma rimproverò duramente Parigi per il suo “doppio gioco” filo-haftariano, definendo “scandaloso” il comportamento francese che con una mano professava la pace e con l’altra armava il generale.

Oggi i toni ufficiali sono più calibrati, ma la sostanza cambia poco: l’Italia teme di essere scavalcata. In particolare, c’è preoccupazione che la mossa di Macron possa incrinare il fronte europeo pro-ONU, inducendo altri partner a legittimare Haftar a scapito del processo di riconciliazione.

Inoltre c’è il capitolo economico: come già evidenziato, l’Italia teme che la Francia utilizzi la leva diplomatica per favorire Total e le imprese francesi in Libia, magari negoziando con Haftar concessioni nell’Est in cambio di sostegno politico.

Del resto “Roma ha sfidato il ruolo di mediatore della Francia, timorosa che il colosso petrolifero Total soppianti l’ENI come azienda dominante in Libia”.

Nei palazzi romani si ricorda bene che Haftar controlla la maggioranza dei campi petroliferi orientali, e se Parigi ottiene un canale preferenziale su quelle risorse, l’ENI potrebbe trovarsi in svantaggio.

La reazione italiana, per ora, è stata misurata: il governo Meloni non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali di forte critica (segno che non vuole uno scontro frontale con Parigi, partner nell’UE).

Ma dietro le quinte l’inquietudine è palpabile. Secondo fonti diplomatiche, l’Italia cercherà di rilanciare il proprio ruolo a Tripoli per bilanciare l’attivismo francese: ad esempio intensificando il dialogo con Dabaiba, accelerando progetti economici già avviati (come investimenti ENI per aumentare la produzione di gas in Tripolitania) e magari promuovendo nuovi incontri multilaterali sulla Libia in cui coinvolgere anche la Francia, ma su basi collegiali e non bilaterali. L’obiettivo italiano è evitare che la mossa di Macron scardini la linea comune europea.

Già in passato l’Italia, pur riluttante, ha dovuto accettare Haftar come “attore necessario” (fu invitato alla Conferenza di Palermo nel 2018 e definito un “interlocutore chiave” dal Governo italiano).

Ora, dopo l’Eliseo, Roma potrebbe valutare di riaprire un dialogo diretto con Haftar stesso per non lasciarlo esclusivamente nelle mani francesi: non è escluso che nei prossimi mesi vedremo visite “parallele” di Haftar o dei suoi emissari anche in Italia, nel tentativo italiano di mantenere un equilibrio di contatti con entrambe le parti libiche.

In sintesi, la Francia ha fatto la sua mossa e l’Italia – pur contrariata – dovrà adeguare la strategia: da una parte rinsaldando l’asse con Tripoli (per rassicurare Dabaiba che Roma non lo abbandona), dall’altra evitando l’isolamento in Cirenaica (per non perdere accesso all’altra metà della Libia).

Russia: la reazione russa all’incontro di Parigi è stata finora cauta e sottotraccia. Ufficialmente il Cremlino non ha commentato in dettaglio, limitandosi – tramite fonti diplomatiche – a osservare che “qualsiasi sforzo dei partner volto a favorire la stabilizzazione in Libia è il benvenuto”.

Questa formula diplomatica lascia intendere che Mosca non vede di cattivo occhio l’iniziativa francese, a patto che non mini i propri interessi.

In realtà la Russia può trarre qualche vantaggio dall’evento: la visita di Haftar all’Eliseo è, paradossalmente, un riconoscimento del successo della strategia russa in Libia.

Per anni la Francia (come altre potenze occidentali) ha evitato di sbilanciarsi troppo su Haftar, soprattutto dopo che questi si era affidato ai mercenari russi. Ora, il fatto che Macron lo riceva “nonostante” la forte impronta russa sulle sue forze significa che Mosca è riuscita a imporre Haftar come attore imprescindibile, costringendo anche la NATO (di cui la Francia è parte) a trattarci.

In altre parole, il peso acquisito da Haftar grazie al sostegno russo lo ha reso un passaggio obbligato: questo è precisamente ciò che Mosca voleva ottenere fin dal 2019, quando bloccò in Consiglio di Sicurezza una risoluzione ONU che condannava l’avanzata di Haftar su Tripoli. Il messaggio russo allora fu: Haftar non si tocca.

Oggi i frutti si vedono – Macron stesso lo riconosce, implicitamente. Dunque Putin (e soprattutto il suo ministro degli esteri Lavrov, che più volte ha incontrato Haftar in questi anni) potranno ritenersi soddisfatti nel vedere la legittimazione internazionale del loro alleato.

Ciò detto, la Russia starà anche in guardia. Non vuole che Haftar le sfugga di mano. Il rischio per Mosca è che troppi ammiccamenti occidentali possano far venire a Haftar la tentazione di riequilibrare le alleanze. Per ora questo rischio appare contenuto: Haftar continua ad avere bisogno vitale del supporto russo sul campo (senza i contractor e i pezzi d’artiglieria russi, la sua posizione militare si indebolirebbe).

Inoltre, le relazioni tra Parigi e Mosca sono ai minimi storici a causa della guerra in Ucraina, dunque nessuno si illude che la Francia possa “scippare” Haftar alla Russia. Piuttosto, è plausibile che dietro le quinte ci sia un certo coordinamento tacito: Francia e Russia, pur avversarie su molti fronti, in Libia hanno talvolta condiviso l’obiettivo di sostenere la fazione di Haftar contro l’ala islamista di Tripoli.

Già nel 2019 Parigi e Mosca si trovarono schierate sullo stesso lato (con imbarazzo francese in ambito UE).

Oggi potrebbero portare avanti una sorta di gioco complementare: la Russia arma Haftar, la Francia lo legittima diplomaticamente.

Ciò converrebbe a Haftar e in parte anche a Mosca, che vuole uscire dall’angolo diplomatico internazionale in cui è per l’Ucraina. Vedere la Francia dialogare col “protetto” del Cremlino potrebbe perfino essere sfruttato da Mosca a livello propagandistico: ad esempio per suggerire divisioni in seno alla NATO o per sostenere che l’Europa riconosce il fallimento del governo di Tripoli sostenuto dall’ONU.

In definitiva, la Russia pubblicamente non si oppone e anzi lascia fare.

Continuerà però a monitorare gli sviluppi molto da vicino. Se dalle interlocuzioni tra Parigi e Haftar dovessero scaturire accordi che limitano la presenza russa (ad esempio un patto per allontanare Wagner), allora Mosca reagirebbe irrigidendo la sua posizione – magari intensificando i contatti con altri attori libici filo-russi o mostrando muscoli (esercitazioni navali nel Mediterraneo orientale, ecc.).

Ma se, come più probabile, Macron si limiterà ad “aggiungersi” al club dei sostenitori di Haftar senza esigere un suo sganciamento da Mosca, allora per il Cremlino andrà bene così.

In fondo l’obiettivo russo è assicurarsi influenza a lungo termine in Libia: se per farlo deve condividere il patronato su Haftar con la Francia, può essere un compromesso accettabile, specie se complica la vita agli americani e ai turchi. E infatti, proprio Washington e Ankara sono gli osservatori più preoccupati della mossa di Macron, più ancora di Mosca.

Stati Uniti: l’Amministrazione statunitense ha accolto con freddo pragmatismo la notizia dell’incontro. Ufficialmente, gli USA continuano a ribadire il sostegno all’ONU e al percorso che dovrebbe portare la Libia a elezioni unificanti. Dal punto di vista di Washington, una stabilità duratura in Libia si ottiene solo con un accordo politico inclusivo, non certo elevando un nuovo “uomo forte”.

Tuttavia, gli USA sono ben consapevoli delle dinamiche in gioco e dell’impasse attuale.

Negli ultimi anni, la politica americana in Libia è stata altalenante: dopo l’episodio del 2019 in cui Trump sembrò propendere per Haftar (salvo poi correggere il tiro), sotto Biden gli USA hanno assunto un profilo più istituzionale, sostenendo pienamente l’inviato ONU Bathily e chiedendo a tutti gli attori (Haftar incluso) di impegnarsi per elezioni il prima possibile.

In questo contesto, la mossa unilaterale di Macron può aver irritato alcuni settori dell’amministrazione, timorosi che la Francia stia cercando di ritagliarsi un’agenda propria scollegata dal quadro ONU.

Allo stesso tempo, però, Washington condivide la preoccupazione per l’influenza russa e potrebbe vedere di buon occhio un coinvolgimento francese che contenga Haftar entro certi binari.

In pratica, gli USA potrebbero tollerare l’iniziativa francese se questa servirà a moderare Haftar e ad allontanarlo dalla sfera russa.

Ma vigileranno affinché Parigi non esca dal solco del processo internazionale.

Non ci sono state dichiarazioni ufficiali forti da parte di Washington sull’incontro.

Secondo indiscrezioni riportate da Politico, funzionari USA in privato avrebbero espresso perplessità: temono che dare troppa legittimità a Haftar ora, senza nulla in cambio (come l’impegno a tenere elezioni), rischi di cristallizzare la divisione del paese. Inoltre gli Stati Uniti non dimenticano l’episodio dei missili francesi trovati nella base di Haftar nel 2019, che mise in imbarazzo Parigi. Washington non gradirebbe un ripetersi di simili situazioni, ad esempio che la Francia fornisca di soppiatto armi ad Haftar in questo momento.

Un alto funzionario al Dipartimento di Stato, citato anonimamente, avrebbe sottolineato che “qualsiasi supporto a figure libiche deve essere finalizzato a favorire compromessi, non nuove offensive”.

In tal senso, gli USA terranno d’occhio i comportamenti di Haftar post-Parigi: se dovesse aumentare la retorica bellicosa o prendere iniziative unilaterali (come bloccare di nuovo la produzione petrolifera, cosa che ha già fatto in passato per pressione politica), allora a Washington suonerebbero campanelli d’allarme.

Diverso sarebbe se Haftar, forte dell’appoggio francese, accettasse finalmente di mettere per iscritto alcune garanzie (ad esempio il ritiro dei mercenari stranieri, russi compresi, dal territorio libico come previsto dalla cessate-il-fuoco). Questo gli USA lo accoglierebbero positivamente.

Un capitolo a parte è la presenza militare russa: su questo fronte gli Stati Uniti sono i più preoccupati in assoluto.

Già nel 2020 il Comando AFRICOM denunciava pubblicamente il rischio che la Russia cercasse di costruire una base navale o aerea permanente in Libia, definendolo uno scenario inaccettabile per la sicurezza euro-atlantica.

Oggi quel rischio è ancora concreto: i russi sono saldamente radicati in Cirenaica e il timore è che vogliano stabilire un loro avamposto navale magari nella zona di Tobruk o Bengasi (che offrirebbe alla flotta russa uno sbocco strategico sul Mediterraneo centrale). Per gli USA, quindi, la priorità è impedire che la Russia guadagni basi in Libia.

Se l’attivismo di Macron potrà contribuire a questo scopo, allora avrà un tacito benestare americano.

Ma è un equilibrio delicato: Washington non vuole neanche che la Francia “strapazzi” troppo la Turchia (alleato NATO) riavvicinando Haftar in modo da escludere Ankara.

L’America infatti riconosce che l’intervento turco nel 2020 fu determinante per fermare la Russia a Tripoli.

Come sottolineato da analisti occidentali, senza l’intervento turco i mercenari russi avrebbero probabilmente preso Tripoli, infliggendo enormi perdite e ponendo fine a ogni speranza di negoziato.

Dunque, per quanto difficile possa essere gestire l’alleanza con Erdoğan, gli USA sanno che la presenza turca in Libia bilancia quella russa. Non a caso da tempo Washington incoraggia tutti i mercenari stranieri a lasciare la Libia, ma in pratica mette sullo stesso piano i russi di Wagner e i militari turchi (presenti ufficialmente su invito di Tripoli).

Dopo l’incontro di Parigi, gli americani probabilmente intensificheranno i contatti sia con i francesi sia con i turchi per assicurarsi che la situazione non degeneri in uno scontro indiretto fra alleati. Il rischio, visto da Washington, è che Parigi e Ankara litighino su Haftar mentre Mosca ne approfitta.

Una fonte del National Security Council avrebbe commentato l’evento con un laconico “we hope our friends are coordinating this with us” (speriamo che i nostri alleati coordinino con noi): segno che gli USA vogliono essere tenuti al corrente delle mosse francesi, per evitare sorprese.

Turchia: senza dubbio la reazione più negativa e sospettosa è arrivata da Ankara.

Il Governo di Recep Tayyip Erdoğan è il principale sostenitore militare e politico del Governo di Tripoli ed è fermamente ostile ad Haftar, contro cui ha combattuto direttamente durante la guerra 2019-2020.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

 

Per la Turchia, Haftar è un “golpista”e un nemico che ha persino minacciato di colpire interessi turchi in Libia.

Basti ricordare che nel giugno 2019, in piena offensiva su Tripoli, Haftar emanò un ordine di cattura per 6 cittadini turchi in Libia e minacciò attacchi contro navi e imprese turche, portando Erdoğan a minacciare ritorsioni severe.

In questo contesto, vedere un alleato NATO come la Francia tendere la mano al rivale Haftar è considerato un tradimento degli interessi turchi.

Già nel 2020 Parigi e Ankara erano arrivate ai ferri corti: il 10 giugno 2020 si verificò un incidente al largo della Libia in cui una Fregata francese (la Courbet) accusò navi turche di averla illuminata col radar in modo ostile mentre tentava di ispezionare un cargo sospetto diretto in Libia.

La Francia denunciò l'”atto estremamente aggressivo” della marina turca, lamentando lo scarso supporto NATO nel condannare Ankara.

Macron pochi giorni dopo arrivò ad accusare la Turchia di “responsabilità criminale” nel conflitto libico per le sue spedizioni di armi a Tripoli.

La replica turca per bocca del ministro Mevlüt Çavuşoğlu fu durissima: definì “distruttivo” l’approccio francese e affermò che *”la Francia nega i suoi rapporti con Haftar, ma sta trasferendo denaro dagli Emirati per sostenerlo”*. Insomma, tra Francia e Turchia sul terreno libico volano accuse reciproche di ipocrisia e doppi fini da anni.

Alla luce di ciò, l’incontro Macron-Haftar ha irritato profondamente Ankara.

Fonti del Governo turco, citate dalla stampa locale, hanno parlato di “mossa sbagliata” da parte della Francia, che rischia di compromettere gli sforzi di pace.

La Turchia ufficialmente continua a sostenere il Governo Dabaiba e il processo ONU, e avrebbe preferito che Macron invitasse anche Dabaiba o un rappresentante di Tripoli, invece di ricevere solo Haftar.

Si teme infatti che questa iniziativa legittimi le aspirazioni autoritarie di Haftar e lo incoraggi a sottrarsi ai compromessi. Funzionari turchi sottolineano che Haftar non ha mai davvero accettato di integrarsi in una Libia unita democratica – lo prova il suo rifiuto, finora, di mettere le sue forze sotto autorità civile.

Il timore è che con l’appoggio francese Haftar si senta ancor più autorizzato a fare il “viceré” in Cirenaica.

Per risposta, la Turchia potrebbe rafforzare la propria partnership militare con Tripoli: ad esempio accelerando la fornitura di droni armati di nuova generazione o sistemi antiaerei al governo di Dabaiba, così da dissuadere Haftar dal tentare nuove avventure. Va ricordato che la Turchia mantiene in Libia alcune centinaia di soldati e istruttori, oltre a sistemi d’arma (droni TB2, difese aeree Korkut, ecc.) dispiegati soprattutto nell’area di Tripoli-Misurata.

Ankara ha inoltre costruito una base per droni a al-Watiya nell’ovest e ha diritto d’uso su una base navale a Misurata grazie a un accordo bilaterale.

Questo posizionamento militare turco non verrà smantellato finché Haftar – e i suoi sponsor – costituiranno una minaccia.

Dunque, paradossalmente, se la Francia dovesse avvicinarsi troppo a Haftar, la Turchia potrebbe reagire espandendo ulteriormente la propria presenza, magari inviando altri consiglieri o equipaggiamenti più sofisticati, per mantenere il vantaggio qualitativo sul campo.

Già nel 2019-2020 l’invio di armi turche (droni Bayraktar, veicoli blindati, sistemi anti-carro) ha ribaltato le sorti del conflitto, fermando Haftar a Gharyan. Erdoğan non esiterebbe a ripetere mosse simili se percepisse un pericolo imminente per Tripoli.

Un altro effetto potrebbe manifestarsi sul piano diplomatico regionale: la Turchia potrebbe cercare maggiore coordinamento con l’Italia (visto il comune interesse a sostenere Tripoli) e con altri attori come il Qatar, per fare da contrappeso all’asse “Haftarista” franco-russo-emiratino.

Negli ultimi mesi Ankara ha anche riallacciato i rapporti con l’Egitto – grande sponsor di Haftar – attraverso una graduale distensione. Non vorrebbe che l’azione francese mandasse all’aria questo delicato riavvicinamento con Il Cairo. Perciò è probabile che i turchi intensifichino i dialoghi con gli egiziani per capire le loro intenzioni: l’Egitto finora ha accolto positivamente il coinvolgimento francese, sperando che Parigi faccia pressione affinché si riconosca un ruolo speciale per Haftar e per Aguila Saleh (lo speaker del parlamento di Tobruk).

La Turchia invece vorrebbe che l’Egitto spingesse Haftar a compromessi.

Questo scacchiere diplomatico è complesso, ma in sintesi Ankara è irritata e diffidente verso Macron.

Ci si può aspettare retorica polemica (già in corso sui media pro-governativi turchi, che accusano la Francia di neocolonialismo in Libia) e una ferma determinazione a non arretrare: la Turchia non mollerà Tripoli e, anzi, userà ogni mezzo per impedire che Haftar arrivi dove voleva arrivare (cioè a governare tutta la Libia).

Va citata infine la reazione delle autorità di Tripoli stesse: il Governo di Unità Nazionale ha ufficialmente minimizzato l’evento, con Dabaiba che ha commentato a mezza bocca che “ciascuno è libero di incontrare chi vuole, ma i fatti sul terreno non cambiano”.

Tuttavia, fonti vicine a Dabaiba riferiscono di forte irritazione: il premier si è sentito delegittimato e teme che la Francia ora spinga per un accordo che lo metta da parte, magari instaurando un governo militare transitorio sponsorizzato da Haftar.

Già circolano voci a Tripoli che Macron voglia proporre una road map in cui Dabaiba cederebbe il posto a un esecutivo tecnico sostenuto dai francesi e dagli egiziani, in cambio di elezioni entro un anno.

Voci, per ora, ma indicative del clima di sospetto.

L’ambasciatrice francese a Tripoli, Béatrice le Fraper, avrebbe rapidamente incontrato funzionari libici dopo il viaggio di Haftar per rassicurarli che la Francia non cambia alleanze e continua a sostenere il dialogo inclusivo.

Ma la fiducia è scossa.

In passato, Tripoli ha già accusato la Francia di “pugnalarla alle spalle” –  come nel 2019, quando il ministro degli Interni Bashagha disse apertamente che Parigi era complice dell’aggressione di Haftar.

Oggi Dabaiba non può permettersi di scontrarsi frontalmente con Macron (anche perché il suo governo è in cerca di riconoscimento internazionale e investimenti), ma certamente cercherà sostegno ancora maggiore da parte di Italia, Turchia e USA per bilanciare il peso francese.

Possiamo attenderci quindi un intensificarsi di visite e incontri: ad esempio Dabaiba potrebbe volare a Roma o Ankara a breve, per cementare gli accordi economici (ENI sta sviluppando un grande giacimento di gas offshore con NOC, e società turche hanno contratti edilizi e elettrici importanti a Tripoli).

In parallelo, Tripoli punterà i riflettori sulle violazioni di Haftar (come la presenza di mercenari e i dossier sui diritti umani), per ricordare al mondo che non è un interlocutore pulito. Insomma, l’iniziativa francese, lungi dal rasserenare il clima, ha un po’ agitato le acque nelle relazioni tra le varie capitali coinvolte nel dossier libico.

Valutazione complessiva e scenari futuri

La mossa di Emmanuel Macron di ricevere Khalifa Haftar a Parigi è un azzardo calcolato che comporta potenziali vantaggi ma anche diversi rischi. In una valutazione complessiva, si può dire che nel breve termine essa rafforza la posizione della Francia in Libia, ma nel lungo termine potrebbe anche complicarla se non sarà seguita da sviluppi positivi sul terreno.

Dal punto di vista di Parigi, l’incontro è servito a riaffermare il ruolo francese nel dossier: Macron si è ripreso il centro della scena, dimostrando che la Francia può parlare con tutti gli attori libici e non resterà ai margini. Questo è un successo diplomatico in sé, soprattutto considerando che negli ultimi anni molti davano Parigi in arretramento (superata dall’attivismo di Turchia e Italia). Ora Macron ha mostrato che nessuna soluzione in Libia potrà ignorare la Francia, perché questa è in grado di incidere anche nell’Est del Paese.

Inoltre, stabilire un dialogo diretto con Haftar permette alla Francia di mettere un piede nella Cirenaica e tutelare meglio i propri interessi (come quelli energetici e di sicurezza menzionati).

Se Macron riuscirà a capitalizzare questo canale – ad esempio facilitando accordi tra Haftar e Tripoli, o ottenendo concessioni sulle basi nel Sud – allora la posizione francese ne uscirà indubbiamente rafforzata.

La Francia potrebbe tornare ad essere l’ago della bilancia in Libia: l’attore che, dialogando con entrambi i fronti, può spingere per compromessi. In tal caso, Parigi avrebbe recuperato il terreno perso e si garantirebbe voce in capitolo nel futuro assetto libico (chiunque vinca tra Tripoli e Bengasi, o qualunque equilibrio emerga, la Francia avrebbe rapporti con tutti).

Vi è però il rovescio della medaglia.

L’iniziativa francese rischia di alienarsi la fiducia di altri partner e di irrigidire le parti libiche. Alcuni analisti la vedono come un boomerang potenziale.

In primo luogo, il fronte occidentale appare diviso: Italia e Francia di nuovo su posizioni non allineate, Turchia furiosa con Parigi, Stati Uniti prudenti.

Questa mancanza di coesione può indebolire l’influenza occidentale complessiva e avvantaggiare attori come la Russia, che prosperano sulle divisioni altrui.

Se il risultato dell’incontro sarà solo di aumentare le rivalità (ad esempio spingendo Turchia e Italia a fare blocco contrapposto alla Francia in Libia), allora Parigi avrà indebolito la sua posizione strategica, perché difficilmente da sola potrà ottenere un esito in Libia senza la collaborazione di nessuno.

In secondo luogo, c’è il rischio di inviare un messaggio sbagliato ai libici: Haftar potrebbe interpretare l’accoglienza all’Eliseo come un tacito via libera a mantenere le sue ambizioni massimaliste, mentre a Tripoli potrebbero convincersi che la Francia ha “scelto un lato” e quindi irrigidirsi ulteriormente.

In pratica, invece di incentivare il dialogo, la mossa francese potrebbe polarizzare di nuovo lo scenario: Haftar più tronfio da una parte, Tripoli più diffidente dall’altra.

Questo farebbe naufragare i già fragili tentativi dell’ONU di far sedere le fazioni a un tavolo per organizzare elezioni. Si tornerebbe a una situazione di stallo pericolosa, se non addirittura di scontro.

Dunque Macron cammina su un filo: deve utilizzare l’influenza guadagnata su Haftar per spingerlo a compromessi, non per rafforzarne l’intransigenza.

Se fallirà in questo – se Haftar resterà sulla linea dura nonostante le lodi francesi – allora l’operazione diplomatica sarà un insuccesso e la Francia avrà puntato sul cavallo sbagliato.

Una riflessione importante è che la mossa francese avviene in un contesto di crescente attivismo di potenze esterne in Libia (Russia, Turchia, paesi arabi) e di apparente minor coinvolgimento degli USA. In questo scenario multipolare, la Francia sta cercando di navigare da sola, recuperando un suo spazio autonomo.

È una strategia rischiosa ma in parte inevitabile per Macron se vuole evitare l’irrilevanza.

Fulvio Scaglione, in un’analisi del 2020, osservava che la Francia dopo la sconfitta di Haftar a Tripoli era rimasta a “insistere su un cavallo morto” e che avrebbe fatto meglio a cambiare approccio.

Macron invece sembra rilanciare la scommessa su Haftar, segno che a Parigi si crede ancora che puntare su di lui sia utile. Forse il calcolo è che Haftar, pur con i suoi limiti, è destinato a restare come fattore di potere, e quindi conviene averlo amico.

D’altronde Haftar ha quasi 80 anni e non sarà eterno; ma se dovesse venire a mancare, l’Est rischia frammentazione e radicalizzazione peggiore (i suoi figli e generali potrebbero scannarsi per la successione, con voraci interferenze russe). Forse la Francia preferisce mantenere Haftar in sella finché non emerge un’alternativa più presentabile, per scongiurare il caos totale in Cirenaica.

In quest’ottica, Macron potrebbe usare la propria influenza rinnovata per plasmare una transizione morbida nell’Est: ad esempio favorendo l’ascesa di un successore gradito (qualcuno dell’entourage di Haftar meno inviso a Tripoli) e garantendogli poi un ruolo nelle strutture statali unificate. È uno scenario ipotetico, ma plausibile se la Francia volesse davvero stabilizzare la Libia: convincere Haftar a farsi da garante di un percorso istituzionale invece che a voler essere lui stesso il nuovo Gheddafi.

Guardando ai possibili scenari futuri, se l’iniziativa francese avrà seguito, potremmo vedere nelle prossime settimane alcuni segnali: magari un nuovo round di colloqui 5+5 (i comitati militari misti) con maggiore flessibilità di Haftar, oppure un annuncio di ritiro parziale di mercenari dalla Libia dell’Est (magari sostituiti da forze regolari addestrate con aiuto francese).

Uno scenario ottimistico sarebbe quello in cui Parigi facilita un accordo di sicurezza tra Haftar e Tripoli: ad esempio, Haftar accetterebbe di porre le sue forze sotto un comando congiunto in cambio di essere nominato Comandante delle Forze Armate libiche unite.

Questo preserverebbe il suo ruolo ma all’interno di uno Stato unificato.

La Francia potrebbe vendere una tale soluzione come un successo diplomatico proprio, ottenuto grazie al dialogo instaurato con il Generale.

Sul fronte politico, ciò potrebbe sbloccare anche la stesura di una costituzione condivisa e l’organizzazione delle tanto attese elezioni presidenziali e parlamentari (forse entro il 2025, come auspicato dall’ONU). Certo, è uno scenario che richiede molta buona volontà e una concertazione stretta anche con altri attori (Italia, USA, ONU stessa).

Non dipende solo da Parigi, ma la Francia potrebbe fungere da ponte tra Cirenaica e comunità internazionale.

Lo scenario pessimistico è invece quello di un ulteriore irrigidimento e nuove tensioni.

Se l’incontro di Parigi venisse percepito a Tripoli come il segnale che Haftar ha carta bianca, potremmo assistere a mosse unilaterali per sabotare i rivali: ad esempio Haftar potrebbe far chiudere di nuovo i rubinetti del petrolio nell’Est per mettere pressione economica su Tripoli (una tattica già usata più volte, l’ultima nel 2022, con effetti immediati sulle finanze di Dabaiba).

Oppure potrebbe intensificare la retorica contro la “corruzione” del Governo di Tripoli per giustificare in futuro azioni “di pulizia” ad Ovest.

Dall’altro lato, milizie di Tripoli e Misurata potrebbero irrigidirsi e magari rompere gli indugi in casa loro: va ricordato che la capitale è attraversata da tensioni interne, e alcune brigate potrebbero cercare di far fuori Dabaiba con un colpo di mano se pensano che comunque il quadro internazionale sta cambiando.

In sintesi, se non gestito bene, l’attivismo francese potrebbe fare da detonatore a conflitti latenti.

La finestra temporale è delicata: il 2025 doveva essere l’anno delle elezioni libiche secondo l’ONU, ma siamo ancora lontani da un accordo sulla legge elettorale e sui candidati ammissibili (il nodo della candidatura di Haftar e di altri, come Saif Gheddafi o Dabaiba stesso, è irrisolto). Ogni attore esterno che muove le sue pedine rischia di spostare questi equilibri precari.

In conclusione, l’incontro Macron-Haftar rafforza la posizione della Francia nel senso che la rende di nuovo protagonista attiva in Libia, ma la forza di tale posizione dipenderà dai risultati.

Se Macron saprà trasformare questo canale in un’azione coordinata (magari coinvolgendo successivamente anche Dabaiba in un dialogo indiretto con Haftar) e contribuire ad un processo politico, allora la Francia ne uscirà vincitrice e avrà consolidato la propria influenza a scapito di rivali (Italia e Turchia dovranno adeguarsi a un ruolo francese più marcato).

Se invece tutto si risolverà in un nulla di fatto – Haftar incassata la visita continua per la sua strada, e la Francia non ottiene nulla di tangibile – allora Parigi avrà solo alimentato diffidenze senza guadagni reali, indebolendo la propria posizione morale e la coesione occidentale, a vantaggio altrui.

Come scriveva un osservatore, “questa partita Macron se la gioca in proprio: può vincere facendosi kingmaker in Libia, o perdere facendosi isolare dagli stessi alleati”.

Per ora Macron ha calato l’asso Haftar, vedremo nelle prossime mosse se sarà una mano vincente o un bluff destinato a essere chiamato.

L’unica certezza è che la stabilità della Libia rimane appesa alle volontà (e ai veti incrociati) di attori esterni almeno quanto a quelle dei leader locali.

La Francia ha fatto una puntata audace; il banco libico, per il momento, resta apertissimo.

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