Di Giuseppe Gagliano*
DAMASCO. La conversazione tra il capo del Mossad, Roman Gofman, e il ministro degli Esteri siriano, Asaad al-Shaibani, rivela quanto siano cambiati gli equilibri del Medio Oriente dopo la caduta di Bashar al-Assad.
Secondo le informazioni raccolte dall’agenzia Reuters, il contatto sarebbe avvenuto il 14 agosto, quattro giorni prima dell’attacco israeliano contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur.

Al centro del colloquio non vi erano soltanto i rapporti tra Israele e la nuova amministrazione di Ahmed al-Sharaa, ma soprattutto la crescente presenza turca in Siria: forniture di armi, velivoli senza pilota, addestramento dell’esercito siriano e possibile dislocazione di militari di Ankara nella base successivamente bombardata.

La sequenza è politicamente significativa. Israele avrebbe comunicato le proprie condizioni, Damasco non le avrebbe accolte e l’aviazione israeliana sarebbe quindi intervenuta. Il bombardamento assume così il carattere di un messaggio indirizzato contemporaneamente alla Siria e alla Turchia: Israele intende conservare il potere di decidere quali forze straniere possano stabilirsi lungo il suo confine settentrionale.
Israele difende il monopolio dei cieli siriani
Per oltre un decennio l’aviazione israeliana ha operato nello spazio aereo siriano con una libertà quasi assoluta, colpendo depositi, aeroporti, installazioni militari e vie di rifornimento considerate ostili. La caduta del precedente governo non ha modificato questa dottrina.
Ha soltanto sostituito la minaccia iraniana con quella rappresentata dalla possibile espansione turca.
Una presenza militare permanente di Ankara ad Abu al-Duhur potrebbe ridurre la libertà operativa israeliana.
Tecnici, sistemi radar, difese contraeree e velivoli turchi trasformerebbero una base siriana in un avamposto protetto da un Paese appartenente all’Alleanza Atlantica.
Israele dovrebbe allora scegliere se rinunciare a determinate operazioni oppure rischiare di colpire personale e mezzi turchi, con conseguenze difficilmente controllabili.
Dal punto di vista militare, il bombardamento sembra dunque un’azione preventiva: distruggere o danneggiare le strutture prima che il dispiegamento turco le renda politicamente più difficili da attaccare.
Non occorre che Ankara installi immediatamente un grande contingente. Sarebbero sufficienti una squadra di consiglieri, apparati di sorveglianza e alcuni sistemi difensivi per cambiare il calcolo israeliano.
Netanyahu vuole evitare che si ripeta quanto accaduto durante la presenza russa, quando Israele era costretto a coordinare le proprie operazioni con Mosca.
La differenza è che la Russia manteneva rapporti relativamente prudenti con lo Stato ebraico, mentre Recep Tayyip Erdoğan ha assunto una posizione sempre più apertamente ostile alla politica israeliana.

La Siria entra nell’orbita turca
Ankara non si limita a sostenere militarmente il nuovo governo siriano.
Sta costruendo un rapporto di dipendenza strutturale. L’accordo di cooperazione militare dell’agosto 2025 comprende addestramento, scambio di informazioni, fornitura di armi, assistenza tecnica, sminamento, sicurezza informatica, ingegneria e organizzazione logistica.
L’obiettivo turco è contribuire alla formazione del nuovo esercito siriano, assicurandosi nello stesso tempo un’influenza duratura sulla sua dottrina, sui suoi armamenti e sulla catena di comando. Chi addestra un esercito, fornisce i mezzi e garantisce la manutenzione finisce inevitabilmente per condizionarne le scelte.
Per Damasco l’appoggio turco è quasi indispensabile. Il Paese deve ricostruire le istituzioni, integrare formazioni armate differenti, sorvegliare le frontiere e affrontare tensioni interne che potrebbero riaccendere la guerra civile.
Ma questa protezione comporta un prezzo: la Siria rischia di passare dalla dipendenza iraniana e russa a quella turca.
Energia, fosfati e ferrovie: la vera posta economica
La penetrazione di Ankara possiede una dimensione geoeconomica ancora più importante di quella militare.
La compagnia petrolifera statale turca si è dichiarata pronta a cercare petrolio e gas sia sulla terraferma sia nelle acque siriane. Contemporaneamente, Turchia e Siria stanno ampliando le linee elettriche per portarne la capacità oltre gli ottocento megawatt.
Il gasdotto tra Kilis e Aleppo, finanziato dal Qatar e alimentato anche dal gas azero, può fornire alla Siria fino a due miliardi di metri cubi all’anno.
La Turchia diventa così il principale corridoio energetico della ricostruzione siriana, collegando Damasco ai capitali del Golfo, alle risorse dell’Azerbaigian e alle proprie reti.
Ancora più ambizioso è il progetto sui fosfati. Non si tratta soltanto di estrarre roccia mineraria, ma di costruire stabilimenti per la produzione di acido fosforico e fertilizzanti, insieme a una ferrovia destinata a collegare i giacimenti a un porto.
Ankara punta quindi a controllare l’intera catena: estrazione, trasformazione industriale, trasporto ed esportazione.
La Siria potrebbe diventare un’estensione economica della Turchia verso il Mediterraneo e il mondo arabo.
La ricostruzione offrirebbe commesse alle imprese turche, nuovi mercati alle loro merci e accesso privilegiato a miniere, energia e infrastrutture.
Washington fra due alleati rivali
Gli Stati Uniti si trovano in una posizione scomoda.
Israele rimane il loro principale alleato regionale, ma la Turchia conserva un’importanza decisiva nell’Alleanza Atlantica, nel Mar Nero, nel Caucaso e nel controllo delle rotte tra Europa e Medio Oriente.
Washington non può permettersi uno scontro diretto tra i due.
Il meccanismo di comunicazione annunciato dall’inviato americano Tom Barrack serve precisamente a evitare che un’incursione israeliana provochi vittime turche e inneschi una rappresaglia.
Ma la gestione tecnica degli incidenti non elimina il conflitto politico:
Israele pretende una Siria militarmente debole e priva di protezioni esterne; la Turchia vuole invece trasformarla in un alleato stabile, armato e inserito nella propria area d’influenza.
Il nuovo governo di Damasco tenta intanto di trattare con Israele senza rinunciare alla protezione turca.
È un equilibrio quasi impossibile. Se accetta le imposizioni israeliane, perde sovranità e indebolisce il rapporto con Ankara.
Se permette una presenza militare turca, espone le proprie basi a nuovi bombardamenti.
La Siria continua dunque a essere il luogo nel quale le potenze regionali regolano i propri conti.
L’Iran è stato ridimensionato, la Russia ha perduto parte della sua influenza, ma il vuoto non ha prodotto la pace.
Ha soltanto aperto una nuova competizione.
Questa volta i protagonisti sono Israele e Turchia, e la posta non riguarda soltanto la sicurezza delle frontiere: comprende aeroporti, gasdotti, miniere, ferrovie, porti e il controllo economico della futura Siria.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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