Iran: il fronte curdo riemerge mentre Teheran tratta con Washington. Il confine nord-occidentale torna a bruciare

Di Giuseppe Gagliano*

PIRANSHAR (Azerbaigian occidentale iraniano). L’uccisione di cinque militanti curdi da parte delle Guardie della Rivoluzione nelle montagne intorno a Piranshahr, nell’Azerbaigian occidentale iraniano, non è un episodio locale da relegare alla cronaca di confine.

Una manifestazione di curdi

È il segnale che una delle faglie più antiche e sensibili della Repubblica islamica torna a muoversi proprio mentre Teheran cerca di chiudere, o almeno congelare, il confronto con gli Stati Uniti.

Il Partito Democratico del Kurdistan iraniano, insieme ad altre formazioni curde come il Partito per la Vita Libera nel Kurdistan, il Partito per la Libertà del Kurdistan e Komala, rappresenta da decenni una minaccia intermittente: non abbastanza forte da rovesciare il potere centrale, ma sufficiente a costringerlo a disperdere uomini, risorse, sorveglianza e intelligence in una zona montuosa, porosa, difficile da controllare.

La novità è il contesto.

Gli scontri non avvengono in una fase ordinaria, ma dopo il recente conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele e mentre Washington e Teheran provano a misurare il perimetro di un possibile accordo definitivo. Ogni imboscata, ogni attacco, ogni rivendicazione curda diventa quindi un messaggio politico prima ancora che militare.

La risposta iraniana: prevenire il contagio interno

Per Teheran, il pericolo non è soltanto l’esistenza di basi curde nel Kurdistan iracheno.

Il vero rischio è che una guerriglia limitata si saldi con il malcontento interno, soprattutto nelle province occidentali e nelle aree dove la repressione del movimento di protesta del 2022-2023 ha lasciato ferite profonde.

La nascita di un gruppo come Xori Hiwa, “Sole di Speranza”, presentato come formazione armata nata per vendicare il ruolo delle Guardie rivoluzionarie nella repressione, indica proprio questo: il passaggio dalla protesta politica alla militarizzazione simbolica della protesta.

Non significa che l’Iran sia alla vigilia di una rivolta generale. Significa però che il potere iraniano teme l’effetto imitazione, la saldatura tra periferie etniche, crisi sociale e pressione esterna.

Dal punto di vista militare, le forze curde non hanno oggi la massa critica per sostenere una campagna terrestre contro l’Iran. Possono colpire pattuglie, attraversare il confine, tendere imboscate, occupare temporaneamente villaggi o piccole città in caso di collasso locale dell’ordine pubblico.

Ma non possono, da sole, aprire un fronte decisivo. La loro forza è un’altra: obbligare Teheran a tenere aperto un fronte interno mentre guarda al Golfo, a Israele, all’Iraq, alla Siria e ai negoziati con gli Stati Uniti.

Il Kurdistan iracheno come retrovia contesa

La pressione iraniana su Baghdad e sul governo regionale del Kurdistan iracheno ha una logica precisa: impedire che il Nord dell’Iraq diventi una piattaforma stabile per operazioni contro l’Iran. Teheran conosce bene il valore strategico di quella profondità territoriale.

In elicottero sulle montagne del Kurdistan iracheno

Dal Kurdistan iracheno si possono organizzare infiltrazioni, reti logistiche, passaggi d’armi, propaganda e collegamenti con servizi stranieri.

Per questo le Guardie rivoluzionarie alternano due strumenti: pressione diplomatica sull’Iraq e azioni militari dirette contro le postazioni curde.

È una strategia di deterrenza regionale: far capire a Erbil e a Baghdad che la tolleranza verso le formazioni curde iraniane ha un costo.

Qui entra anche la dimensione geoeconomica.

L’Iraq è per l’Iran uno spazio vitale: mercato, retrovia politica, corridoio energetico, profondità strategica verso la Siria e il Mediterraneo.

Se il Kurdistan iracheno diventasse una zona di instabilità permanente, non sarebbe solo un problema di sicurezza: sarebbe un problema di controllo delle rotte, degli scambi, dell’influenza economica e della proiezione iraniana verso ovest.

Washington, Israele e la carta curda

Durante il recente conflitto, l’idea coltivata da Washington e Tel Aviv di poter usare i gruppi curdi come leva terrestre contro l’Iran si è rivelata fragile. I curdi iraniani non si sono mossi come avanguardia di una guerra per procura.

Le ragioni sono molte: timore della rappresaglia iraniana, ambiguità degli Stati Uniti, calcoli del Kurdistan iracheno, diffidenza verso Israele e memoria storica delle promesse occidentali spesso disattese.

Le dichiarazioni di Donald Trump, prima interessato a sostenere un’offensiva curda e poi deluso dalla presunta scarsa affidabilità delle formazioni armate, confermano l’ambiguità americana. Per Washington i curdi sono spesso uno strumento tattico, non un alleato strategico da difendere fino in fondo. I dirigenti curdi lo sanno. E sanno anche che ogni movimento contro l’Iran può trasformarsi in un boomerang se non esiste una garanzia politica e militare credibile.

Israele, dal canto suo, vede nelle minoranze etniche iraniane una possibile leva di destabilizzazione. Ma anche qui il calcolo è più semplice sulla carta che sul terreno. L’Iran non è una costruzione fragile come certi Stati artificiali del Medio Oriente.

È uno Stato antico, con forti tensioni interne ma anche con apparati repressivi solidi, reti locali capillari e una cultura strategica abituata alla guerra indiretta.

Scenari economici: instabilità, sanzioni e periferie povere

Le province curde dell’Iran soffrono storicamente di marginalità economica, minore sviluppo infrastrutturale, disoccupazione e controllo securitario.

Ogni nuova crisi militare aggrava questo quadro: più posti di blocco, più restrizioni, meno investimenti, più economia informale, più contrabbando, più dipendenza dalle reti transfrontaliere.

Per Teheran, il costo economico non è soltanto locale. In una fase di sanzioni, difficoltà valutarie, pressione sull’energia e necessità di mostrare stabilità agli interlocutori internazionali, un fronte curdo attivo indebolisce la narrazione di uno Stato pienamente padrone del proprio territorio.

Gli investitori regionali, gli intermediari commerciali e gli stessi partner asiatici guardano anche a questo: non soltanto alla capacità militare dell’Iran, ma alla sua capacità di garantire continuità interna.

Il paradosso è evidente

. Più Teheran militarizza le province periferiche, più alimenta risentimento sociale; ma se arretra, rischia di far apparire vulnerabile il centro del potere. È il classico dilemma degli Stati sottoposti a pressione esterna e frattura interna: sicurezza immediata contro stabilità di lungo periodo.

La vera posta in gioco

L’Iran non teme che cinque, cinquanta o cinquecento militanti curdi possano cambiare da soli il destino della Repubblica islamica. Teme che il fronte curdo diventi il punto di congiunzione tra tre dinamiche: pressione americana, strategia israeliana di logoramento e malcontento interno.

Sul piano militare, Teheran continuerà con ogni probabilità a colpire preventivamente basi, passaggi e reti curde, anche oltre confine. Sul piano diplomatico aumenterà la pressione su Iraq e Kurdistan iracheno. Sul piano interno cercherà di impedire che la questione curda si trasformi in questione nazionale.

Il segnale che arriva da Piranshahr è dunque chiaro: il conflitto iraniano non è soltanto nucleare, missilistico o diplomatico.

È anche territoriale, identitario, sociale. E proprio per questo è più difficile da chiudere.

Gli Stati Uniti possono negoziare centrifughe, sanzioni e garanzie.

Ma nessun accordo potrà cancellare le fratture interne dell’Iran, né il fatto che i suoi avversari continueranno a cercare, nelle periferie della Repubblica islamica, il punto debole da trasformare in leva strategica.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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