Kirghizistan: come Mosca usa il Paese per aggirare il blocco imposto dalle sanzioni occidentali

Di Giuseppe Gagliano*

BISKEK. Il Kirghizistan non è più soltanto una piccola repubblica montuosa dell’Asia centrale schiacciata tra grandi potenze. Sta assumendo una funzione molto più delicata: quella di piattaforma intermedia attraverso cui una parte dei flussi commerciali e finanziari russi cerca di aggirare il blocco imposto dalle sanzioni occidentali. Non è ancora un centro decisivo dell’economia mondiale, ma è già un nodo utile, elastico, difficilmente leggibile, capace di collegare le necessità di Mosca con i circuiti regionali e con le catene di approvvigionamento provenienti dalla Cina. Reuters ha segnalato sia le pressioni dell’Unione Europea sul Kirghizistan per fermare la riesportazione di beni vietati verso la Russia, sia il ruolo di reti finanziarie e digitali kirghise finite sotto sanzioni britanniche e statunitensi per presunto sostegno all’elusione delle restrizioni contro Mosca.

Veduta panoramica del centro di Biskek, capitale del Kirghizistan

 

Un corridoio non militare, ma geoeconomico

Qui non siamo davanti a un’alleanza militare formale né a una rottura clamorosa degli equilibri regionali. Siamo davanti a qualcosa di più sottile: la costruzione di un corridoio geoeconomico. La Russia, esclusa o fortemente limitata nei tradizionali canali bancari internazionali, ha bisogno di piazze intermedie, banche periferiche, società di comodo, monete digitali e giurisdizioni flessibili. Il Kirghizistan offre proprio questo: vicinanza politica a Mosca, accesso ai mercati centroasiatici, interscambio crescente con la Cina e un sistema abbastanza piccolo da poter essere piegato rapidamente a funzioni di triangolazione commerciale e finanziaria. Non a caso Reuters ha riferito che una moneta digitale agganciata al rublo, registrata in Kirghizistan, è stata utilizzata per trasferimenti transfrontalieri per oltre 40 miliardi di dollari, in un circuito che secondo ricercatori specializzati avrebbe favorito gli scambi russi fuori dai normali canali di pagamento e anche l’importazione di beni a duplice uso dalla Cina attraverso l’Asia centrale.

 

La finanza digitale come arma di compensazione

Il punto decisivo è questo: la finanza digitale non sostituisce l’economia reale, ma la rende più opaca. In un contesto sanzionatorio duro, il valore del Kirghizistan per Mosca non sta solo nel transito fisico delle merci, ma nella possibilità di regolare pagamenti, coprire provenienze, riconvertire liquidità e creare zone di intermediazione meno esposte ai controlli occidentali. La moneta digitale agganciata al rublo e le reti colpite dalle sanzioni britanniche mostrano che il Kirghizistan non è soltanto un corridoio commerciale, ma anche un laboratorio di compensazione finanziaria. È il passaggio da una elusione artigianale delle sanzioni a una elusione semi industriale, che usa tecnologie nuove per servire bisogni antichi: pagare, incassare, comprare, rivendere.

 

La Cina sullo sfondo, senza esporsi troppo

La Cina, in questo quadro, resta il grande convitato di pietra. Pechino non ha interesse a farsi trascinare apertamente nei meccanismi di evasione sanzionatoria russa, ma ha tutto l’interesse a mantenere aperte vie terrestri, finanziarie e logistiche che rafforzino la continuità commerciale nello spazio eurasiatico. Il Kirghizistan, per la sua posizione e per la sua crescente centralità nei traffici regionali, diventa così una fascia di smorzamento: abbastanza vicina alla Cina per servire da ponte, abbastanza esterna da assorbire una parte del rischio politico. Mosca ne ricava accesso; Pechino ne ricava profondità strategica; Biškek ne ricava rendita di posizione, almeno finché la pressione occidentale non diventerà troppo costosa.

 

Il rischio per il Kirghizistan

Ma proprio qui si nasconde il pericolo. Un Paese piccolo che si trasforma in retrovia finanziaria di una potenza sanzionata ottiene vantaggi immediati, ma accumula vulnerabilità enormi. Le sanzioni secondarie possono colpire banche, imprese, reti di pagamento e persino la reputazione sistemica del Paese. La vicenda di Keremet Bank e delle società kirghise finite nel mirino anglosassone indica che l’Occidente ha già identificato il problema e non intende lasciarlo crescere indisturbato. Quando un’economia periferica entra nel circuito dell’elusione sanzionatoria, il margine di manovra politica si restringe: ogni scelta economica diventa una scelta geopolitica.

 

Una piccola repubblica, un grande segnale

Dire dunque che il Kirghizistan è diventato un corridoio digitale tra la Russia sanzionata, il commercio centroasiatico e le catene di approvvigionamento cinesi non è un’esagerazione giornalistica. È la descrizione di una tendenza reale: l’emergere di Stati intermedi che non contano per la loro forza intrinseca, ma per la loro utilità sistemica. Nella guerra economica del nostro tempo, spesso non decide solo chi produce o chi combatte, ma anche chi connette, maschera, redistribuisce e rende possibile ciò che ufficialmente dovrebbe essere impedito. E il Kirghizistan, oggi, sembra muoversi precisamente in questa zona grigia.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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